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Erik Caspani, giovane allenatore tra presente, passato e futuro

Erik Caspani, 23 anni, aprichese da generazioni, maestro e giovane allenatore, tra presente, passato e futuro. Atleta, slalomgigantista fino al secondo anno Aspiranti, poi tibia e perone che fanno crack e ciao! Avrebbe potuto essere discesista ma poi la stazione non riuscì a difendere la pista Benedetti, teatro di Campionati Italiani un bel po’ di anni or sono. Erik è allenatore di secondo livello da due anni. Svezzato da Ferretti e Bresciani dello Skiing di Brescia nella categoria Children, lo scorso anno ha preso una strada diversa. È stato contattato dal babbo di Edoardo Simonelli e ha seguito lui. I Caspani sono originari di Grosio e per lo più vivono a Bormio. C’è una lontana parentela con Alfredo. La sua però non è una famiglia di agonisti. Il babbo ha sempre sciato ma poi si è innamorato di un altro lavoro, il piastrellista seguendo la tradizione di famiglia.

Ma facciamo un passo indietro. Chi è Erik Caspani?
Ho fatto per un anno il maestro. Bellissima esperienza ma evidentemente ero ancora troppo vicino al mondo delle gare. Sentivo che mi mancava proprio quell’ambiente che poi è quello che mi ha trasmesso la passione per lo sci.

Questione di adrenalina?
Certamente sì. Ma c’era anche un altro aspetto. Mi sono detto, ok Erik, non ce l’hai fatta ad arrivare là, ma puoi sempre provare a portarci tu qualcuno. Se potesse avverarsi il sogno di qualcun altro anche grazie al mio contributo, sarei ugualmente soddisfatto.

Ma non avevi idea cosa volesse dire allenare…
Di preciso no, ma sapevo e ne ho avuto subito conferma, che è un lavoro basato sulla passione innanzitutto. Perché lo sci agonistico è uno sport parecchio complicato. Tante dinamiche, mille variabili che possono interferire nella performance. Occorre un grande senso dell’adattamento. Della fatica non ne parliamo perché ci sono attività meno pesanti dello sci, ma di certo questo non mi spaventa affatto, anzi.

Approdato nelle grinfie di Ferretti e Bresciani come ti sei trovato?
Sai, ero alle prime armi e mi hanno insegnato proprio tutto. Diciamo che con loro è stato come fare tre anni in uno. Aspetti tecnici, organizzativi, rapporto con i ragazzini… Poi è proprio vero che non si finisce mai di imparare e molte cose devi farle tue e capirle da solo, sul campo.

Come mai hanno scelto proprio te?
Non chiedermelo. Per me è stato un grandissimo colpo di fortuna. Per un giovane poter fare esperienza in un club vincente è proprio una gran bella esperienza. Ferro, che è anche Istruttore, è stato mio docente al corso maestri e lì ci siamo conosciuti. Forse però tutto è nato quel giorno che mi sono trovato a fare lezione a un gruppetto di tre persone. Solo dopo son venuto a sapere che uno di questi era il presidente dello Skiing.  

Qual è l’errore cui può andare incontro più facilmente un giovane allenatore?
Non ce n’è uno in particolare. Fai tutto senza esperienza per cui devi essere bravo a osservare e ad ascoltare chi invece ne ha. Anche per questo, in quanto giovane, ti fanno fare di tutto. Non ricordo di aver passato molti secondi sulla sedia. Mi facevano galoppare, ma ci stava.

E quando ti sei trovato a tu per tu con i ragazzi com’è stato il primo impatto?
Nessun trauma o difficoltà particolari. All’inizio ti accorgi subito però di un aspetto. C’è una grande differenza da quando sei atleta e ti dicono di fare una cosa, rispetto a quando sei tu che devi spiegarlo. L’atleta se non ha capito chiede di nuovo all’allenatore. Ma il coach non ha mai la certezza di essere stato chiaro e di essersi spiegato bene.

Come hai risolto la questione?
Col tempo. Le prime due settimane ero certamente un po’ in difficoltà. Poi, come tutte le cose, è diventato tutto più automatico. Anche perché pian piano inizia a conoscere il carattere di chi alleni. E arrivi al punto di capire tutto anche solo guardandoli negli occhi.

Come mai dopo un solo anno con lo skiing li hai lasciati?
Ho colto un’occasione che mi sembrava bellissima anche per approfondire la mia esperienza. Mi ha contattato il papà di Edoardo Simonelli chiedendomi la disponibilità di entrare nel team (assieme a Fabrizio Marandino per l’inverno e Ferretti e Bresciani per autunno-estate – ndr).  Sapevo che era un ragazzino forte e che ci sarebbe stato da divertirsi, sportivamente parlando.

E quali differenze hai riscontrato tra allenare un gruppo e un solo atleta?
È proprio tutto diverso, soprattutto cambia l’intensità. Non è facile gestire un gruppo alla stessa maniera. Quando ne hai uno tutta la tua attenzione trova la massima concentrazione.

Hai dovuto cambiare metodo di addestramento?
Questo no. Certamente fai le stesse cose in meno tempo e puoi dedicarti con maggior calma a curare alcuni aspetti. Ma fondamentalmente l’addestramento non cambia. Se sai che per migliorare un determinato aspetto tecnico ti servono da 6 mila a 12 mila passaggi, da lì non si scappa.

Cos’hai ottenuto con Edoardo?
Un primo e un terzo posto al Fosson, vittoria all’Alpe Cimbra sia nazionale che internazionale. Poi come ben sappiamo, le importanti gare di fine stagione sono state fermate.

Non trovi eccessivo che un ragazzino di 12/13 anni abbia l’allenatore privato e non faccia vita di squadra?
Apri una questione molto spinosa. In linea di massima sì. Poi ci sono i pro e i contro. E comunque tutto dipende dai progetti e dalle aspettative del genitore. Un ragazzino di certo non può prendere queste decisioni. Quando sei in un gruppo puoi condividere vittorie e sconfitte e accrescere ogni esperienza in gruppo, in un momento cruciale dell’adolescenza. Da solo questo si attenua un po’. Credo però che questo risieda nell’intelligenza del genitore.  Se opta per questa strada credo sappia che tale aspetto non costituisca un problema. Non tutti poi hanno la medesima maturità e lo stesso carattere.

Credi che questa strada venga seguita dal genitore perché spera di vedere il figlio in Coppa del Mondo?
Sì e no. Ci sono tanti ragazzi che vincono pur essendo in gruppo e sono lì da vedere. Credo si tratti di poter offrire al figlio un addestramento più dedicato, quando è chiaro che ha qualcosa in più della media. Tutto qua. La pretesa di diventare Hirscher non penso che esista a priori o che possa avverarsi se puoi permetterti un team privato. Insomma, se hai del talento, riesci ad allenarti con continuità, alla fin fine vieni fuori, sia in una squadra che da solo. E poi quello che conta di più credo sia la testa.

E per te meglio la vita di club o di allenatore solitario?
Non cambia, se sai fare bene il tuo lavoro. Certamente in un club sei anche un po’ più protetto da chi ha più esperienza di te. Puoi sfruttare il confronto.

Dopo questa esperienza cosa ti piacerebbe fare?
Sicuramente continuare ad allenare. Certo è che in questa situazione tanti allenatori si trovano a dover affrontare un bello slalom!

Sei giovane ma già un bel curriculum…
Io credo che a questi livelli, uno sci club cerchi l’allenatore non tanto per i successi che ha ottenuto. Per carità, meglio averli conseguiti, ma penso prevalga la passione e la dedizione che metti in campo. Ritengo che un allenatore bravo non sia per forza solo quello che ha portato sul podio un atleta. Bensì quello che sa far divertire, che ottiene costantemente dei progressi e che è capace di trasmettere le giuste motivazioni.

Quali sono le aspettative di un ragazzo di 23 anni, professionista della neve, con la situazione che stiamo vivendo oggi?
Non credo siano molto diverse da quelle di tutti. Spero di tornare al più presto in pista per realizzare i nostri sogni e far realizzare quelli dei nostri atleti. Di sicuro quest’estate si scierà pochissimo o proprio per niente. E devo dire che sono molto curioso di scoprire se effettivamente tutti quei giorni passati sui ghiacciai sono davvero così utili e indispensabili. Diciamo che saranno più impegnati i preparatori atletici rispetto agli allenatori.

Trovi complicato, in tempo di covid-19, sciare in sicurezza?
Lo sci è uno sport di adattamento. Se siamo abituati a misurarci su piste ripide o piane, su terreni ghiacciati o soft, su tracciati angolatissimi o filanti… non credo sia un problema indossare una mascherina e mantenere le distanze. Ci diano le regole e noi le seguiremo.

Se la stagione dovesse presentarsi difficoltosa, quali alternative cercheresti?
Il mio mondo è lo sci e farò di tutto per rimanerci. Magari faccio un passo indietro e torno a indossare la divisa da maestro.

O il piastrellista?
Guarda, mi ritengo davvero fortunato, perché in una situazione come quella di oggi avere una famiglia forte è una gran bella fortuna. Ci sono, forse, chissà, e per quanto tempo, i 600 euro. Ma un allenatore se non lavora, come d’altronde chiunque, che ci fa? Fondamentalmente l’allenatore è imprenditore di se stesso e non ti permette di creare chissà quale marginalità. Non è un’azienda che se sa il fatto suo può mettere via qualcosina per i tempi più duri. Ripeto io sono fortunato perché vivo ancora in famiglia. Ma ci sono tanti allenatori che hanno moglie e figli… Guarda non riesco nemmeno a pensarci. Fammi credere che torneremo al più presto a fare il nostro lavoro.

Come stai passando il tempo?
Guarda, ho fatto talmente tanti rulli che non sfigurerei al Giro d’Italia! Per il resto, sono un tipo abbastanza solitario. Diciamo che ammazzo il tempo, ma sto per scoppiare.

 

 

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.