La vittoria è già negli archivi. Quello che resta da capire è cosa è cambiato dentro Giovanni Franzoni. Il superG di Wengen appartiene ormai alla cronaca. La prima vittoria in Coppa del Mondo di Giovanni Franzoni ha già trovato titoli, numeri, classifiche. Il giorno dopo, però, resta un’altra materia, più delicata: le parole. Quelle che arrivano senza fretta, durante una lunga chat con i giornalisti, e che raccontano molto più del tempo sul tabellone.
«Qui il primo training è sempre un po’ teso»
Wengen non è mai stata una pista neutra per Franzoni. Lo dice lui per primo, tornando con naturalezza all’infortunio di due anni fa. «Il primo training qui è sempre un po’ teso, perché ovviamente è la pista dove mi sono fatto male. Un po’ di tensione la senti sempre. Non è che fosse stata una caduta catastrofica, sono stato sfortunato con le reti di sicurezza. Alla fine, paradossalmente, quella è una delle curve che mi è uscita meglio quest’anno.» Da lì nasce un approccio preciso: «Durante questi giorni ho pensato già dalle prove a sciare pulito, fluido, senza forzare troppo. Ho visto che funzionava. Anche oggi ho avuto lo stesso atteggiamento: invece di calcare tanto lo spigolo ho trovato il metodo per essere più scorrevole e andare forte anche su piste del genere.»

«Non mi sento una leggenda»
Quando gli si ricorda che chi vince a Wengen entra nella storia, citando i nomi degli italiani che qui hanno lasciato un segno – Gustav Thöni, Alberto Tomba, Peter Fill, Kristian Ghedina, Herbert Plank – Franzoni frena subito. «Quest’anno è la prima volta che salgo sul podio e faccio la prima vittoria, però c’è ancora tanta strada da fare. Io non mi metto a confronto con campioni del genere, perché hanno vinto e stravinto. Per arrivare a quel livello serve una costanza negli anni. Ho fatto la mia gara, è andata bene. Mi piace trovare continuità durante la stagione e capire i dettagli tecnici. Per essere veloce è quello che fa la differenza, più che la singola gara.»
L’infortunio come passaggio
Dove sarebbe arrivato senza l’incidente? «Ogni tanto ci ho pensato. Ho perso un anno a ripartire da capo tra Coppa Europa e Coppa del Mondo. Magari sarei arrivato prima, magari no. Quell’infortunio mi ha fatto crescere molto come persona e come atleta. Ho passato momenti difficili. Prima volevo subito il risultato, se non arrivava, mi arrabbiavo. Dopo un infortunio del genere impari la pazienza, a capire cosa funziona e cosa no. Ora penso a fare quello che devo fare, a godermi la gara e il fatto di poter fare le gare di Coppa del Mondo. Questo mi fa stare più rilassato di testa e alla fine va a beneficio della performance.»
Risultato e futuro
Olimpiadi, classifica, prospettive. Franzoni resta sul presente. «Più che la consapevolezza del risultato, è la consapevolezza di come sto sciando e della mia forma fisica. So che sto bene.Vado là, faccio il mio massimo. Questo mi fa stare più sereno di testa e rendere di più.»
Max Carca, sette anni di percorso
«Devo solo ringraziarlo. Abbiamo iniziato un percorso lunghissimo dalla squadra C nel 2019. Avere le stesse persone di riferimento negli anni fa sicuramente bene, è un grande plus. Ormai mi conosce, sa come prendermi e cosa dirmi. Anche oggi in ricognizione mi hanno detto che mi vedevano sereno. Ieri sera mi ha sussurrato: sta passando il treno, quando passa c’è da salirci. Penso di aver preso quel treno oggi. Magari a volte è stato anche criticato, però alla fine abbiamo fatto un bel percorso, nonostante infortuni, recupero punti, scelte sulle discipline. Lavoriamo bene in sincronia, fidandoci l’uno dell’altro.»
Famiglia e radici
Quando il discorso scivola sulla famiglia, il tono cambia. «Da mio padre ho preso la determinazione. Se provo ad alzare un po’ la testa, ci pensa lui a rimettermi con i piedi per terra. Da mia mamma ho preso la sensibilità. Senza di lei non avrei potuto fare tutto questo.» E il fratello gemello: «È sempre stato con me. Una competizione sana. È il mio primo sostenitore, lo sento prima di ogni gara.»
Lo Ski College di Falcade: «Un lavoro che oggi si vede»
Quando si tocca il tema della formazione, il riferimento diventa preciso: Elisa Caffont, Lucia Dalmasso ed Elia Barp, ex allievi dello Ski College di Falcade oggi protagonisti nelle rispettive discipline. Franzoni riconosce subito quel percorso come parte integrante della propria crescita. «Sì, mi ricordo di loro assolutamente. Dalmasso mi ha allenato, conosco Elisa, Elia Barp perché veniva a scuola con me. Sono molto contento perché lì allo Ski College è stato fatto un buon lavoro. Per uno come me, sciare tutti i giorni è diventato un punto di forza. All’inizio non volevo andare, perché significava lasciare tutti i miei amici, ed è stato difficile. Poi però ho trovato gli amici di sempre. Sono ancora in contatto con i miei compagni di stanza. Sono i miei migliori amici, quelli che sento di più. Quando siamo sempre in giro per gare e abbiamo poco tempo, cerchiamo di ritrovarci in poche persone. Ho dei ricordi bellissimi.»
Chi c’è anche dietro questa vittoria
«Le persone con cui ho lavorato più da vicino negli anni sono Luca Rosi, il mio preparatore. Ci alleniamo insieme dalla squadra C. È stato vicinissimo anche nei momenti di difficoltà, durante l’infortunio. Lavoriamo insieme da sette anni, ed è un pilastro per me. È anche un buon amico, una persona che mi ha sempre dato tanto e si è impegnata al massimo. Questo risultato è anche per lui. Anche Riccardo Coriani, il mio skiman. Ormai mi conosce da sette anni. Viviamo più insieme che con i miei genitori, siamo sempre in giro. È diventato un grandissimo amico e un pilastro della mia preparazione. Senza di lui questo risultato non sarebbe arrivato. Ovviamente tutto lo staff degli allenatori, i fisioterapisti, i dottori. Tutti sono sempre stati di grande aiuto, soprattutto nei momenti difficili.».

«Il presente è cambiato»
La chiusura arriva senza proclami. «Il futuro non lo so. Il presente sì: è cambiato. E lo voglio vivere giorno per giorno.» La vittoria di Wengen resta negli archivi. Le parole di Franzoni raccontano un passaggio di maturità.






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