Le giornate che cambiano la carriera non sempre bussano alla porta: a volte irrompono. Stefan Brennsteiner lo ha capito oggi, trasformando un pettorale n°1 in un atto di autorità. Parte per primo, chiude per ultimo, vince per distacco: prima vittoria della vita, davanti al suo pubblico, con una leggerezza nervosa che non tradisce mai. Neppure quando la neve si “apre”, né quando la visibilità sprofonda in quel grigio che ammorba le idee. Oggi era la sua giornata, e basta.
Alle sue spalle Henrik Kristoffersen, granitico come non lo vedevamo da tempo. Due manche da manuale: pulizia, equilibrio, gestione chirurgica del rischio. Gli errori ci sono, inevitabili su un manto che sbriciola fiducia e linee, ma la parte finale della sua seconda è da firma d’autore — quella che lo porta a sfiorare il colpo grosso, a mettere pressione a tutti gli ultimi quattro, e a salire per la 97ª volta sul podio di Coppa del Mondo. Una statistica che vale più di un aggettivo.
E poi, in mezzo, l’uomo che non molla mai: Filip Zubcic. Una gara viva, nervosa, discontinua. “Troppa potenza per questa neve”, si diceva alla radio. Vero. Ma la tiene, la gestisce, la doma quanto basta. Riemerge nel momento decisivo: equilibrio ritrovato, mano sul cronometro, piede sempre attivo. Si prende il podio per 2 centesimi, la foto più stretta del pomeriggio.
Ma la storia vera, quella che resta negli occhi, è un’altra. La seconda manche appartiene a lui… Alex Vinatzer si era messo in posizione d’attesa. Aveva bisogno di un colpo netto, una manche da “uomo pieno”, non una buona discesa: una discesa risolutiva. L’ha tirata fuori quando gli altri cominciavano a sbagliare, quando la neve diventava un campo minato e le gambe chiedevano tregua.
È la sua miglior manche in gigante, terzo quinnto posto in Gs in carriera, per l’autorità con cui l’ha affrontata. È la migliore della seconda manche. È la sua cifra tecnica allo stato puro. Linee strette, anticipo costante, geometria pulita dove tutti allargavano. Nel tratto critico — quello in cui “se perdi, qualcuno guadagna” — lui guadagna, e tanto. Si mangia mezzo secondo, poi altri centesimi, poi ancora: un ritmo da slalomista con i compiti a casa in gigante. Si ribalta la classifica come un’onda.
Alla fine è quinto, a poco più di un secondo dal vincitore, ma soprattutto è l’uomo che cambia la seconda manche: quello che obbliga gli altri a fare i conti con un riferimento nuovo. Che dà un segnale al circuito. Che muove i ranking: da pettorale 20–21 al prossimo ingresso nei 15. Una differenza che cambia la vita.
Chi crolla, chi resiste, chi si ritrova
La gara, diventa un romanzo di distacchi che si allargano come crepe. Sam Maes conferma la sua natura di diesel d’élite: parte timido, sboccia a metà, affonda colpo su colpo. Miglior risultato di sempre, settimo, una top ten che sa di punto di svolta.
Marco Schwarz oscilla tra eccellenze e errori. Sciata morbida, intelligente, quasi tenera nel modo in cui assorbe gli sbagli e li trasforma in sopravvivenza. Non basta per il podio — fuori per due centesimi, ma un quarto posto di valore.
Zan Kranjec si perde nei primi cinquanta secondi: seduto, trattenuto, poco fiducioso. Recupera, sì, ma troppo tardi. Era secondo a metà ara finisce sesto. Thomas Tumler naviga nella neve cattiva senza mai dominarla e si ritrova nono. Loic Meillard, irriconoscibile, affonda nella fatica: poca fiducia, poca pulizia, zero continuità. “Aspettiamolo a gennaio”, dicono i tecnici al parterre, e forse hanno ragione.
Gli azzurri? Oltre al capolavoro di Vinatzer, De Aliprandini è in lotta ma paga una pista che non perdona il minimo ritardo: 26esimo. Borsotti finisce lontano, tradito dai muretti più sensibili: 29esimoi. Ma oggi la firma italiana è una sola.
Il finale è un lampo rosso
Brennsteiner chiude in 2:30.98. Kristoffersen a +0.95. Zubcic a +1.00. Poi Schwarz e Vinatzer, separati da un lampo.
È una gara che pesa sulla stagione più di quanto dica la classifica: perché consegna all’Austria un altro pettorale rosso, restituisce a Zubcic un podio che mancava, rilancia Kristoffersen come colonna del gigante, e soprattutto mette Vinatzer — finalmente — dentro quella conversazione che da anni lo sfiora senza abbracciarlo.
Oggi ci è entrato. Davvero. Con la migliore manche della gara, e forse la migliore delle sua carriera.






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