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il contributo degli atleti alla Fisi

Al seminario di Desenzano dei giorni scorsi, i vertici federali hanno sbandierato l’ipotesi, molto vicina a una certezza, che gli atleti delle squadre A di tutte le discipline dovranno versare in Fisi una quota-contributo (pare vicina ai 2.000 euro).
E’ evidente come le casse della Fisi non riescano più a sostenere alcuni costi di allenamenti, trasferte e quant’altro. In particolare, l’esborso più oneroso riguarda il viaggio in Sud America che vedrà impegnate tutte le squadre.
In realtà i soldi ci sono, ma i conti non tornerebbero poi per sostenere l’attivià giovanile. Mettiamola così, “mamme e papà” aiutano i “bambini”.
Quello che all’opinione pubblica suona come una vergogna o uno scandaloso comportamento di chi amministra lo sport italiano, e in un certo senso lo è,  dovrebbe tenere in considerazione però la realtà dei fatti e ciò che accade anche fuori dall’Italia.
Questa specie di tassa esiste già da tempo in diverse federazioni di spicco. I Francesi versano circa 3.000 euro e quote differenti vengono chieste agli atleti di Norvegia, Stati Uniti, Canada. Poi, quello che cambia sono i servizi che le strutture federali  riescono a mettere a disposizione. Ad esempio, i francesi godono della splendida struttura di Albertville per la preparazione atletica. Di contro, a molti  Azzurri viene consegnata ogni anno un’Audi, che altri big si sognano, come Alexis Pinturault fino a due anni fa.
Tutto ciò non accadrà probabilmente mai in Casa Austria, altro mondo, altri interessi, ma quote contributive, chi più chi meno, vengono richieste dalla maggior parte delle federazioni. Campioni come Ted Ligety o Lindsey Vonn certamente non daranno nulla alla federsci statunitense, ma tutto ciò che non è strettamente necessario alla loro preparazione e alle trasferte agonistiche, le sostengono con i loro denari.
Bode Miller girava la Coppa e affrontava le trasferte degli allenamenti a bordo di un suo Motorhome e si pagava tutto, senza pesare quindi, sui conti federali.

Insomma, per una volta non è solo l’Italia a creare un’immagine di sè negativa e deprimente, ma, anzi, arriva quasi per ultima a intraprendere un’azione senz’altro poco simpatica e a dir poco anti-sportiva, ma che altri Paesi, prima di noi, hanno adottato senza troppe remore e senza suscitare alcuna polemica.
Che piaccia o no, è cambiata la musica, bisogna solo individuare la tonalità giusta per poterla digerire

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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