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Mondiali Vail: I precedenti dell’89 e 99

MONDIALI VAIL 1989 – LA PRIMA VOLTA

Dopo 14 giorni neri, nell’ultimo mattino di Vail ‘89, il più teso Alberto Tomba dell’anno cercò forse di donarci qualcosa. Una medaglia che avrebbe contato più delle medaglie d’oro di Calgary ‘88 messe assieme per il clima infernale nel quale salì al cancelletto di partenza dello slalom, dopo la delusione del gigante che psicologicamente non lo aveva certo entusiasmato. In quella gara, il gesto con il quale lottò per salvarsi fu commovente. Nella sfortuna di un errore banale e tragico che la neve infame di Vail non gli perdonò, fu il suo modo di offrirci la medaglia che in quel momento avrebbe potuto darci. Non d’oro né d’ argento e nemmeno di bronzo ma forse anche più bella perché non sarebbe arrivata da un traguardo ma dal cuore. La firmò in quel momento con tutta la sua potenza e la controfirmò nella parte più difficile della seconda manche, quando diede una lezione di tecnica a tutti, dal compianto Nierlich all’ultimo. Soltanto Zurbriggen sarebbe stato capace di fare altrettanto. La differenza tra i due fuoriclasse fu una sola: l’aria inquinata (altro che quella milanese) dalle polemiche e dagli isterismi che il capitano azzurro respirò dal momento in cui mise piede a Vail. Much Mair fu tradito dagli sci, chi tradì Alberto? La neve, gli avversari, la sua disabitudine alla velocità, un errore banale, l’inforcata che lo buttò fuori tra i rapid gates, ultima speranza? Neanche per magia avrebbe potuto escludersi dall’atmosfera rovente dei battibecchi quotidiani che gli scoppiarono attorno e che certamente innervosirono l’intera squadra. Alberto aveva soltanto 22 anni e sembrò davvero infantile sperare nei miracoli da parte di un campionissimo, ma che non era di certo Lourdes!  Per fortuna che l’allora Presidente della Federsci Carlo Valentino volò a un certo punto in America per sedare le risse o perlomeno mitigarle. La polemica più sciocca e logorante che mortificò maggiormente Tomba fu indirizzata alla sua amicizia con Paletta Marchi. Una storia umana di due amici violentata fino a farla diventare un caso. I nostri tecnici, permalosi e gelosi, valutarono come una vera e propria invasione di campo già la presenza di Paletta in quel di Calgary e per Vail ottennero la protezione federale! Poi arrivarono addosso a Tomba anche i contratti commerciali dell’IMG assieme a uno stuolo di funzionari.  L’amicizia tra Alberto e Paletta proseguì nella clandestinità, ma qualche strascico a livello psicologico colpì senz’altro il nostro campione. Nessuno fu capace di capire né Tomba né Paletta. Sarebbe bastata un po’ di comprensione intelligente per lasciare l’ambiente sereno e accettare Paletta come un amico non solo di Tomba, ma dell’intera squadra. Come del resto era sempre stato, perché Paletta cominciò a coabitare con gli azzurri quando ancora Sepp Messner (era il cittì) faceva il loro preparatore atletico e Tomba non era stato ancora inventato: e questo Messner lo sapeva. Messner, e non solo lui, avrebbero dovuto conoscere la storia di Killy e del suo Paletta, l’inseparabile Michel Arpin. Honorè Bonnet, che nello sci vinse quel che vinse, non fu mai sfiorato dall’idea di disturbare quell’amicizia, che per il fuoriclasse francese era una sciolina psicologica inarrivabile. Al cancelletto di partenza Killy si presentava da solo, ma poi sciavano in due. Può darsi che Bonnet soffocò qualche brontolata, ma non dev’essergli dispiaciuta quella cosetta luccicante che Killy gli mostrò a Grenoble per tre volte. In fatto di autogol a Vail non ci battè nessuno. 

MONDIALI VAIL 1999 – LA SECONDA VOLTA

Mondiali del ’99 disputati a Vail ancora oggi suonano come un incubo. Per la quarta volta nella storia gli Azzurri tornarono a casa a mani vuote, quando solo due anni prima, in quel di Sestriere, erano riusciti a conquistare ben sei allori, di cui 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo. Anche sedici anni fa, il teatro di gara era Beaver Creek, da dove il norvegese Lasse Kjus (nella foto) tornò a casa più lucente di un albero di Natale. Una stagione folgorante che lo porterà un mese dopo a vincere la Coppa del mondo. Dall’altra parte delle Alpi, l’Austria è stato il primo paese a trovare la Norvegia un po’ ingombrante: sembrava che Vail fosse destinata a celebrare una specie d’anniversario di questo duello. Le altre squadre raccolsero le briciole del banchetto e anche l’Italia, come 10 anni prima, soffrì tante delusioni in un’atmosfera di totale abbandono. L’esempio più lampante della delusione Azzurra rimase cucito sul pettorale numero 15 di Patrick Holzer. L’Atleta altoatesino, tra i primi sette al mondo, non si presentò all’estrazione pettorali, finendo, da regolamento, come ultimo dei primi 15. I “nostri” si difesero sostenendo che la giuria aveva cambiato la sede dell’estrazione (un fantomatico bar, si disse…). Ma Günther Hujara rispose che era stato detto ben 3 volte all’ultima giuria, con tanto di comunicato. Il pettorale di Holzer finì al petto di Marco Buechel (LIE) che scelse l’1!!! Vinse il bronzo dietro a Kjus e Locher. Al quarto posto Holzer! Con Mario Cotelli quello slalom gigante non sarebbe mai partito, piuttosto si sarebbe sdraiato davanti al cancelletto e come minimo Holzer sarebbe partito col 7, ultimo del primo gruppo. Il tentativo di andare a medaglia sarebbe stato diverso, ma sarebbe troppa fantasia scaricare sulle spalle dell’organizzazione che aveva i suoi buchi, tutta la rabbia per un Mondiale così sfortunato. Patimmo due crolli, quello di Isolde Kostner, probabilmente di natura atletica, e quello di Ghedina, che in mancanza del sole sembrava andasse in giro come un cieco. Nel tecnico potevamo contare su Lara Magoni e Deborah Compagnoni dalla quale ci si attendevano prodezze. Le fece, ma solo per una manche e mezza. Sarebbe stato meglio credere in un miracolo, ma d’altra parte Vail non era Lourdes, Compagnoni e Magoni ce la misero tutta, ma tra le ragazze serpeggiava una sorta di mistero, a cominciare da Karen Putzer, che doveva essere una ragazza prodigio che dopo quel Mondiale rischiò di friggere in padella alla ricerca di questa esplosione che avvenne qualche anno dopo. Ci fu una bella reazione da parte di Matteo Nana e Giorgio Rocca, che prenotò un futuro da leader, ma non sufficiente per conquistare qualcosa. Invece il Mondiale si riempì di Maier e Meissnitzer, e in quanto a Kjus non si sapeva più dove metterlo! 

L’Austria di Vail ’99 sembrava avviata a battere tutti i record di medaglie conquistate ai Mondiali, compreso quello mitico della Francia di Honoré Bonnet a Portillo 1966. Invece il Wünderteam si bloccò con il gigante maschile e il bronzo di Mayer in slalom non servì a fare la differenza. Le 13 medaglie austriache, comunque, rimasero un bottino tale da delineare una supremazia netta sulle altre nazioni dello sci alpino e da meritare l’inserimento nel ranking dei record. Una performance che si collocò al quarto posto dietro alla stessa Austria di Chamonix ’62 (15 medaglie, 6 ori), alla Francia di Portillo ’66 (16 medaglie, 6 ori) e alla Svizzera di Crans Montana ’87 (15 medaglie, 8 ori).    

 

      

 

 

 

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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