Marco Odermatt vince il gigante di Adelboden davanti a Lucas Pinheiro Braathen e Léo Anguenot. È il risultato finale. È anche la sintesi più povera possibile di una gara che, invece, ha raccontato molto di più.
La Chuenisbärgli decide tutto nella seconda manche. La neve torna a cadere, la visibilità si chiude, la pista diventa un esercizio di fiducia. Chi cerca l’attacco puro paga. Chi legge, resta.
River Radamus apre la manche come se avesse visto qualcosa prima degli altri. Pettorale 1, sciata diretta, primo settore in spinta vera, dossi trasformati in accelerazione. Il 1’15”84 resta il tempo di riferimento tecnico della giornata. Con il peggiorare delle condizioni, quella manche cresce di valore. Radamus risale dal quindicesimo al settimo posto. Non è solo rimonta: è interpretazione corretta.
Loïc Meillard entra nella gara con un’altra chiave. Meno rumore, più scorrimento. Sta alto quando serve, lascia correre quando la pista lo consente. Va in testa e ci resta a lungo. La sua manche è una gestione intelligente di una finestra di visibilità ancora leggibile.
Henrik Kristoffersen alza il livello della tensione. Attacca senza forzare, resta dentro la linea, usa la conduzione per non disperdere velocità. Va al comando in un momento in cui stare davanti pesa. È una manche di mestiere, non di spettacolo.
Poi la gara cambia asse. Stefan Brennsteiner, pettorale rosso, esce. Una caduta che pesa più della classifica: il riferimento della specialità sparisce nel momento in cui la pista chiede misura assoluta.
Léo Anguenot entra nel racconto con una sciata piena. Attiva, presente, sempre in spinta. I dossi non lo rallentano, li usa. Il terzo posto nasce qui, non nel tempo finale. Due manche solide, senza vuoti. Podio meritato.
Lucas Pinheiro Braathen scia come uno che vuole vincere. Non gestisce, non aspetta. Accetta il rischio, anche quando la visibilità diventa intermittente. La seconda posizione è il risultato di un atteggiamento chiaro: mangiarsi la pista finché regge. Ad Adelboden sale sul podio dove non era mai salito. È un passaggio di maturità. Poi resta Marco Odermatt.
Le condizioni sono ormai le peggiori della giornata. La pista non restituisce, la luce non aiuta. Odermatt non cerca la manche perfetta. Cerca la manche giusta. Le prime porte sono controllate, il settore centrale è il momento in cui inserisce il ritmo che conta, i dossi diventano moltiplicatori. Nel muro finale non forza. Controlla. Arriva con 49 centesimi su Braathen.
Cinque vittorie consecutive ad Adelboden. Dal 2022 al 2026. Nessuno lo aveva fatto. Nemmeno Stenmark. Questa pista è casa sua perché la legge, non perché la domina.
Alle spalle del podio Timon Haugan è quarto, Kristoffersen quinto, Meillard sesto. Radamus settimo, con la manche che ha spiegato la gara più di tante parole.
Per l’Italia Luca De Aliprandini chiude diciottesimo. Il miglior risultato stagionale arriva dopo una prima manche da top ten fino all’errore finale. Alex Vinatzer esce nella seconda manche, errore nelle primissime porte, proprio dove oggi non si poteva forzare.
Adelboden resta Adelboden. Stadio naturale, rumore continuo, pista viva. E il gigante, quando diventa lettura più che aggressione, ha ancora un re






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