Kriechmayr ricuce la Birds of Prey. Paris sfiora il podio, Odermatt cede il trono, Franzoni mostra il futuro
Alla fine, in una giornata che sembrava scritta dal vento più che dalla neve, è tornata la firma di Vincent Kriechmayr. La Birds of Prey ha vissuto un superG interminabile, tagliato da tre pause, dalla nebbia del mattino, da un sole che si è fatto trovare solo per un pugno di atleti, e da raffiche che in partenza muovevano pali, giacche e certezze. Ma quando il trentesimo, Innerhofer, ha tagliato il traguardo, la gara si è chiusa con la sensazione che il suo verdetto fosse limpido nonostante il caos: il migliore aveva davvero vinto. E dietro di lui Fredrik Moeller e Raphael Haaser.

Kriechmayr ha sciato come sa fare solo lui, con quella freddezza lucida che il superG pretende e che pochi possiedono davvero. Lui ha un’etichetta: “il più tecnico tra i velocisti”, e oggi lo si è visto: primo settore devastante, ripido disegnato senza mai frenare troppo, dossi passati con la pressione giusta, Golden Eagle accarezzata come un pianista che conosce a memoria il proprio strumento. Ha scelto linee alte dove la pista lo chiedeva e ha lasciato andare gli sci dove tanti, oggi, hanno esitato. Era quasi un anno e mezzo che non alzava le braccia: l’ultima volta a Crans-Montana, febbraio 2024. Il ritorno è arrivato nel modo più pulito e meritato.
Alle sue spalle, il sorprendente Fredrik Moeller ha cucito un secondo posto che profuma di consacrazione. È un norvegese silenzioso, senza fronzoli, ma capace di infilarsi nei corridoi bui della Birds of Prey con una disinvoltura inattesa. Si è parlato a lungo della sua interpretazione della pietra sinistra, affrontata alto come pochi, e della sua capacità di “sentire” i dossi senza subire la sparata laterale che ha strappato decimi a quasi tutti. Il mezzo secondo che lo separa da Kriechmayr è il prezzo di un campione che torna, non di un errore.
Terzo, Raphael Haaser, un atleta che sembra nato per i superG infiniti. Ha sbagliato anche lui, come tutti, scivolando su un appoggio mentre il terreno cambiava pendenza, ma non ha mai perso la calma: ha lasciato scorrere, ha cucito la parte centrale con una pulizia quasi chirurgica e ha trasformato ogni incertezza in un recupero. È uno di quelli che, quando la pista si complica, diventano essenziali: oggi lo è stato.
Poi c’è Dominik Paris, quarto. E per dirla come i tecnici in cabina, “ha sbagliato tanto, ma è rimasto lì come un uomo grande”. In alto ha perso quasi tutto: visibilità scarsa, un dosso letto un attimo tardi, una curva che si apre più di quanto vorresti. Ma dal secondo settore in poi Dominik ha fatto Dominik: ha spinto, ha tenuto giù gli sci dove tanti hanno avuto paura di lasciarli correre, ha portato velocità nei tratti più scorrevoli e ha trasformato una gara in salita in una prova di consistenza. Un quarto posto così, su una pista così tecnica, vale come una conferma: la forma sta crescendo e alla Val Gardena ci arriva vivo.
Ore più complicate per Marco Odermatt, quinto. La Birds of Prey ha deciso di mostrargli un lato che solitamente non conosce: quello della sua stessa fallibilità. L’errore al primo intermedio – +1”06 – racconta una curva troppo bassa, uno sci che si stacca dal terreno, una scelta prudente che non è da lui. Ha recuperato, certo, ma non abbastanza per tenere il pettorale rosso, che ora passa sulle spalle di Kriechmayr. È una notizia pesante: tre anni dopo, Odermatt torna a guardare la classifica dal basso.
E in mezzo a questo valzer di giganti, sbuca Giovanni Franzoni, decimo, con una gara che chi ha visto i dati non dimenticherà. Al primo intermedio era disperso, +1”04, colpito anche lui da quella nebbia che rendeva i dossi più simili a trappole che a transizioni. Ma da lì in poi ha sciato come i grandi: quattro decimi lasciati fino al traguardo, nulla più. È una progressione da podio, la firma di un talento che sa ricucire una gara invece di subirla. La sua discesa lo ha detto chiaro: “Tra i primi dieci è quello che ha il potenziale maggiore”. E oggi lo si è visto come in poche altre occasioni.
Il resto è stato un pellegrinaggio meteorologico. Prima la nebbia, poi quella finestra di luce dove la pista, improvvisamente, sembrava un disegno nitido, poi il vento che ha spezzato la gara nella sua parte centrale, obbligando gli atleti a un rituale infinito di giacche, partenze false, respiri sospesi. Fino all’ultimo si è temuto che tutto si chiudesse come un nulla di fatto. Invece Innerhofer, pettorale 30, è sceso. E il superG ha avuto finalmente il suo timbro.
Ha avuto soprattutto un senso. Perché, dopo una giornata così, la classifica restituisce un’immagine fedele della realtà: il ritorno di un campione, la solidità di un’Italia viva, la vulnerabilità improvvisa di Odermatt, la crescita netta di Franzoni, l’Austria che torna a occupare i gradini che per anni erano stati della Svizzera.
In un superG interpretato non bene Giulio Bosca (21°), Mattia Casse (22°) e Inner (23°) qualche giovamento l’hanno avuto: grappoli di punti che probabilmente non sarebbero mai arrivati con la partenza di tutti gli atleti.
La Birds of Prey è una pista che ti chiede di fidarti di te stesso quando il cielo non si fida di nessuno. Oggi, Kriechmayr l’ha fatto più di tutti. E per questo ha vinto






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