Un libro di 170 pagine, sei priorità per i primi cento giorni, una raffica di numeri sugli atleti e le domande dei club in coda alla serata: così Antonio Noris ha presentato a Milano il programma con cui sfida Flavio Roda e Roberto Bortoluzzi nelle elezioni FISI del 10 ottobre
Sullo schermo dell’aula del Politecnico di Milano scorrono istogrammi arancioni e blu, in sala siedono dirigenti di sci club e vecchie glorie, e una trentina di persone, forse più, segue il collegamento da casa. Al tavolo Antonio Noris, candidato alla presidenza della FISI, ha accanto Stefano Maldifassi, Enzo Sima e Jacopo Koch, quest’ultimo con un orecchio al microfono e l’altro all’orologio, perché l’ultimo treno per Roma parte presto e lui intende salirci. Isabella Nova, prorettrice delegata dell’ateneo, ricorda in due battute il legame tra tecnologia, Politecnico e sport invernali, poi consegna la sala agli ospiti. La serata fa parte di un giro tra gli sci club passato anche da Torino e diretto a Fiere Verona, dove il 10 ottobre si vota e Roda, per chiudere la partita al primo turno, deve superare i due terzi dei consensi.
Il copione si ripete il giorno dopo, in un’elegante sala del Blue Hotel, dove Antonio e Stefano accolgono gli sci club bresciani con le stesse modalità già sperimentate a Torino, Aosta, Vicenza, Belluno, Udine e Caldaro. Domani la carovana tocca Roma, dove si chiuderà il lungo tour nato per far conoscere un progetto che porta la firma delle loro idee e di chi ha scelto di entrare in questa squadra.
Il perno dell’incontro è un libro. Conta circa 170 pagine e diciassette capitoli, nato a molte mani (il tavolo ringrazia tra gli altri Ivano Edalini, Giorgio D’Urbano, Carmelo Ghilardi e Stefano Ricci) e destinato a crescere, perché Noris lo considera una base di partenza e cita un lavoro enorme ancora da fare con esperti veri e con incarichi precisi per ogni settore.
Sei capitoli sono evidenziati come agenda dei primi cento giorni, con l’avvertenza che cento giorni sono un modo di dire e per qualche punto ne serviranno parecchi di più. Noris e Sima lavorano insieme dal 2010, Maldifassi porta in dote l’eredità della campagna di quattro anni fa e il metodo promesso prevede progetti lunghi quattro, sei, otto anni, controllati, trasparenti e verificabili a posteriori da chiunque voglia farlo.
Tre aggettivi e un’età

Noris riassume la sua idea di federazione con tre formule: capace, etica, sportiva e in evoluzione. Capace significa mettere in pratica ciò che si promette. Etica significa progetti che si possono controllare dal lancio alla verifica finale. Sportiva e in evoluzione significa occupare meno tempo in pratiche burocratiche e più tempo a parlare di sport e a risolvere i problemi che da anni affliggono ogni settore. Per riuscirci, spiega, servono occasioni di confronto che durino almeno quattro anni, con tutti ascoltati e tutti dentro, perché quattro persone da sole potrebbero reggere un paio di capitoli e il libro ne ha diciassette.
Il pensiero che regge l’intero impianto riguarda l’età. Per Noris lo sport con la S maiuscola comincia a 18-19 anni; prima esiste una palestra di gioco e di apprendimento. La selezione va fissata a 19 anni, perché fino a quella soglia incombono la scuola e un’adolescenza delicata, e cento giorni di assenza gravano sull’apprendimento di un ragazzo. A 14 anni si sceglie lo sport, a 19 si impara a vincere, e a dirlo è la letteratura scientifica prima ancora di lui.

Il candidato riavvolge il nastro fino ai tempi in cui QN, Coppa Italia, Cittadini A e Universitarie facevano brulicare le piste di giovani e senior. Ammette che passioni e accelerazioni hanno rischiato di produrre selezioni forzate tra i 15 e i 17 anni, utili soltanto a deludere. Chi smette a 17 anni, osserva, a 24 ha dimenticato come si scia e lascia un buco nel futuro dello sport, mentre la gente chiede ancora montagna e viene frenata da forzature e costi. Il collegamento con la scuola include un dettaglio che Noris sottolinea: l’Italia tiene i ragazzi sui banchi fino a 19 anni, mentre altrove ci si ferma a 18.
I sei punti dei cento giorni
Il tavolo passa la parola a Stefano Maldifassi, che scandisce le sei priorità e motiva con oggettivi impegni di lavoro la scelta di lasciare ad altri la candidatura alla Presidenza: a contare, aggiunge, è ciò che quel “simbolo” permette di fare alle persone giuste, più della poltrona.
Una quota fissa del bilancio per la base.
Il primo punto richiede il coraggio di destinare una parte del fatturato federale alle attività di base: sicurezza, accessibilità, supporto alla scuola. La base, sostiene Maldifassi, è la sostanza della federazione sia nei numeri degli atleti sia in euro, con un indotto che per lui tocca almeno i 20 milioni e che Noris giudica molto più alto. Il gruppo si impegna a misurarlo meglio, interrogando i club, per presentare quei conti a chi cercherà risorse per la FISI.

Un fondo per la sicurezza.
Il secondo punto riguarda la messa in sicurezza dei luoghi di gara e, soprattutto, di allenamento: garantire l’accesso agli allenamenti è un dovere, quanto garantire le condizioni con cui le famiglie lasciano andare i figli in pista. Maldifassi porta l’esempio del ciclismo, dove un genitore si sente tutelato in velodromo e meno sulla strada, e propone di collaborare con le altre federazioni che condividono il problema, per presentarsi insieme ai tavoli giusti a Roma.
Meno burocrazia, più sport.
Il terzo punto è uno sportello permanente a servizio delle società, alle prese con la nuova legge sullo sport, il safeguarding, le assicurazioni e i bandi, adempimenti da gestire con professionalità d’impresa da parte di associazioni dilettantistiche che a fine anno faticano a chiudere il bilancio. L’esempio portato in sala riguarda il consulente del lavoro: una società di consulenza al servizio dell’intera federazione, pagata dai club con una quota simbolica, costerebbe a ognuno una cinquantina di euro l’anno contro il migliaio e oltre della parcella attuale, e lo stesso vale per i commercialisti.

Forum permanenti.
Il quarto punto ricalca quanto fanno atletica leggera e tennis, con un’occasione annuale per incontrarsi e approfondire sicurezza, allenamento, tecnica, accessibilità, impiantistica e indotto della montagna, invitando esperti di altri settori e di altre federazioni. L’ambizione dichiarata consiste nel portare momenti di formazione generale oltre le scadenze elettorali, e nel dare spazio a tutte le discipline: lo slittino, per esempio, offre un percorso giovanile preciso, che può partire dalla pista naturale o passare subito all’artificiale.
Contro l’iperspecializzazione.
Il quinto punto affronta la selezione troppo precoce, finita quasi prima dei 18 anni, e promette nuove regole per dilatare i tempi e rispettare lo sviluppo biologico dei ragazzi, con l’obiettivo di garantire a tutti, a 24 anni, il tempo di esprimersi e di raggiungere la piena maturità fisica e sportiva. Dietro l’idea sta un rifiuto netto del destino da disadattati, atleti che finiscono con tutto il rispetto a fare i maestri di sci perché hanno bruciato l’adolescenza. Le squadre nazionali richiedono finestre temporali stabili, evitando l’effetto fisarmonica di un anno con dieci posti in squadra C e di quello dopo con la squadra C non più esistente, mentre i comitati regionali meritano un’identità precisa dentro un percorso chiaro, privo di scorciatoie, accomodamenti e favori.
La FISIP dentro la governance.
Il sesto punto riguarda gli sport invernali paralimpici: l’assemblea vota l’ingresso a pieno titolo della FISIP nei quadri della federazione, un passo che Maldifassi definisce epocale. Atleti che fino a ieri stavano altrove cominciano una stagione ancora poco chiara nei meccanismi, con allenatori talvolta pagati da un’altra federazione, e la questione va risolta e chiarita prima dei cento giorni.
I numeri che spaventano
Poi partono le slide e l’aria della sala cambia. Jacopo Koch, ingegnere romano con sangue austriaco e milanese, candidato in quota atleti e master orgoglioso, parte dal numero che gli ha fatto venire i brividi: 640 ragazzi nati nel 2008-2009 con punteggio FIS tra gli italiani, contro poche decine a testa per Svizzera, Austria e Norvegia. Da quelle parti i sedicenni e i diciassettenni gareggiano pochissimo, si allenano, studiano, vivono a casa, e quattro anni dopo arrivano a batterci. Aggiunge che gli italiani con punti FIS tra i giovani sono 1.200, il triplo di quelle nazioni, mentre i punti di Coppa del Mondo per atleta sono meno della metà di quelli degli svizzeri.
La fotografia sul gigante maschile, dalla lista FIS di settembre, conferma il quadro: l’Italia è la nazione più popolata, ma tra i primi 150 atleti del mondo i suoi 14 rappresentanti producono 224 punti di Coppa. L’istogramma per età mostra il momento più ricco tra i 18 e i 20 anni, con la vera identità spostata verso i 16-17 e un crollo nella fascia tra i 21 e i 24, dove le liste internazionali contano appena 76 ragazzi.
Il gruppo legge l’abbandono come un guasto di sistema, comune a tante federazioni oltre alla FISI: la mania di somigliare subito al campione, con la stessa tuta, gli stessi attrezzi e la stessa tecnica a 12 anni, sacrifica quei mattoncini che servono prima dell’altissimo livello, le cosiddette abilità da cortile, mentre gli sci perfetti preparati dagli skiman allenano la forza e lasciano da parte la sensibilità. Il paragone scelto: inutile mandare i professori universitari alle elementari. L’ultima slide mostra il legamento crociato anteriore, l’unico infortunio che in letteratura collega tante discipline: l’Italia vanta i migliori chirurghi e la maggiore numerosità di casi.
Jacopo Koch ed Enzo Sima
Koch si candida come atleta con un obiettivo: accompagnare i ragazzi nel circuito di alto livello fino ai 24-25 anni, facendoli crescere come persone e professionisti, e tirare dentro le iniziative già esistenti di Sport e Salute, della Commissione Nazionale Atleti e di Unisport, spesso a Roma e poco note ai club. Sul territorio lancia l’allarme: i club erano 1.210 un decennio fa, 1.074 quattro anni fa e circa 900 oggi, i tesserati si fermano a 80.000 mentre i bilanci federali crescono, e il confronto con la Germania, 2.800 club e 600.000 tesserati, merita almeno una domanda sul perché. A lui il numero piace: oggi il golf ha 100.000 iscritti e la vela 150.000, quindi 100.000 tesserati nel quadriennio sono una missione. Chiude con una preghiera ai club, perché portino a votare a Verona atleti e tecnici, dato che secondo lui appena un club su dieci porta con sé il proprio atleta e il proprio tecnico.
Sima presenta un curriculum da pista: oltre 35 anni di ruoli direttivi negli impianti, più di 25 a Piancavallo, circa 1.500 gare organizzate dalle più piccole alla Coppa del Mondo, esperienza da allenatore giovanile nazionale e da omologatore, tre mandati in Consiglio federale sempre dall’opposizione. La sua critica guarda gli ultimi otto anni di consigli, dove a suo dire dominavano le scelte del momento, già prese a monte, e i temi specifici arrivavano di rado, e la sua proposta guarda ai tavoli, dove sedere persone che conoscono davvero le 17 discipline. Parecchi dei diciassette punti del libro, assicura, partono subito e indipendentemente dalle risorse finanziarie.
LE DOMANDE DELLA SALA
Il peso degli altri sport.
Marco Levi chiede se gli sport diversi dallo sci alpino riceveranno la stessa attenzione. La risposta del tavolo: la FISI riunisce 17 discipline, 13 olimpiche e vale la dignità di ciascuna, a prescindere dal numero dei praticanti. La logica richiamata è quella aziendale, con le aree che producono ricavi, televisione e sponsor, a finanziare quelle strutturalmente in perdita, secondo una pianificazione ragionata che eviti di bussare alla porta di via Piranesi per chiedere duemila euro in più per un allenatore.
La base e i piccoli club.
Un presidente di club chiede quali interventi attendano le società piccole. Noris osserva che tra i circa 900 club in votazione solo 200-300 hanno una struttura solida, e rilancia i centri federali di una volta, luoghi con figure di riferimento sul territorio, dal centro di avviamento per i più piccoli all’agonismo strutturato, e la messa a disposizione di materiali. Maldifassi integra: il centro federale diventa una palestra bianca con accesso gratuito o calmierato, i costi esplodono già con le tutine dei bambini (la prima barriera dipende dalla dichiarazione dei redditi dei genitori), Austria e Slovenia danno esempi da studiare, le aziende del settore sono pronte a sostenere, e i bandi di Sport e Salute per l’attività giovanile vanno ripartiti con criteri chiari sui punteggi.
Tessera, 4 milioni di sciatori e discipline minori.
Gli interventi dei dirigenti ruotano attorno a un numero: in Italia sciano circa 4 milioni di persone e la FISI ne conta 80.000. Stefano Ricci, dirigente d’azienda in pensione che scia 120-130 giorni l’anno, propone l’obiettivo di 500.000 tesserati in 5-10 anni, con una sciata libera a livelli di difficoltà sul modello della ginnastica artistica, serate a tema sulla neve e una comunicazione migliore.
Armando Calvetti, per nove anni direttore agonistico dello sci d’erba, ricorda un budget di 30.000 euro per l’intera squadra nazionale, sette Coppe del Mondo e una Coppa del Mondo per Nazioni, forse la prima portata alla federazione, e chiede attenzione per le discipline cosiddette minori. Sul tesseramento cita Milano, scesa a dismisura, e suggerisce una tessera differenziata, con quota alta per gli agonisti e quota leggera per chi scia la domenica.
Dalla sala si leva anche la voce di una dirigente del SAI, convertita dallo sci alpino al fondo, che chiede di cancellare l’espressione disciplina minore, definita terribile, e rilancia: gli sciatori pagano 3 euro al giorno di assicurazione agli impianti, quindi, la tessera FISI deve offrire contenuti, sconti e assicurazione, per esempio con un mercoledì dello sciatore e il 30 per cento in meno sullo skipass.
Sicurezza e omologazioni.
Il blocco più acceso comincia con Sima, che ricorda come la legge sulla sicurezza delle piste valida fino al 2021 imponesse alle località con un numero minimo di impianti (dodici, secondo la soglia citata) di mettere a disposizione una pista di allenamento, mentre la nuova norma ha cancellato quella prerogativa. Sulle omologazioni segnala che negli ultimi dieci anni il lavoro è passato sempre più a cartografi e geometri, a scapito di chi conosce dinamiche e atleti, con un rischio ben preciso: rete A su tutta la pista, a un costo di 2.500-3.000 euro al metro lineare, e un gestore che rinuncia a omologare. La proposta consiste in omologazioni specifiche per l’allenamento, su tracciati più corti e con dislivelli ridotti.
Un dirigente piemontese, anche imprenditore, domanda se la futura FISI sentirà l’accountability sulla sicurezza, dopo la richiesta agli atleti di firmare una manleva. La risposta prende le distanze da quella lettera: chiedere a un atleta di cambiare traiettoria per evitare guai è l’opposto di ciò che ha in testa chi apre un cancelletto di partenza. Il tavolo parla di tecnici esposti come i giudici di gara privi di formazione adeguata, paragona la pista d’allenamento a un cantiere dove serve un responsabile della sicurezza, propone di censire le stazioni e di mitigare i rischi veri. Una cifra pesa sul tavolo: 1 miliardo e 350 milioni investiti negli ultimi dieci anni in impianti e strutture, eppure la palestra bianca per gli sci club aspetta ancora di nascere.
Sulla responsabilità della federazione la risposta del tavolo è netta: tutti convengono che la FISI possa e debba portare questo peso sulle spalle. Atleti, tecnici e l’intera filiera che opera sui campi di gara fanno parte della federazione, che risponde nel bene e nel male, delle vittorie come della preoccupazione di garantire le prerogative necessarie per mettere in sicurezza gli atleti. Il cambiamento, spiegano, parte dalla mentalità: la sicurezza deve diventare normalità, frutto di istruzione, di qualità e di capacità di vedere il rischio, lontano da ogni paura, e per questo è una priorità assoluta da affrontare in prima linea.
Il passo successivo consiste nello stabilire chi fa che cosa, individuando le responsabilità lungo tutta la filiera. L’allenatore, che a bordo pista pensa a tracciare, riunisce in sé i ruoli di direttore di pista, giudice e responsabile della sicurezza: se gli si costruisce una coscienza dei rischi, può fermarsi di fronte a motivi oggettivi, coperto da ogni intervento anche da parte dei piani alti della federazione.
Scuola e dual career.
Sul fronte scolastico il gruppo propone di spiegare ai ministeri, per filo e per segno, come funzionano le discipline invernali: i requisiti per essere atleta di interesse nazionale nel calcio, per dirne una, sono lontani da quelli dello sci alpino. I modelli esistono, dal territorio bergamasco, dove si studia nel pomeriggio e si allunga l’anno scolastico in estate, ai percorsi di dual career vissuti da Goggia e Moioli.
Il tavolo vuole aule multimediali nei centri federali, da Predazzo a Cortina, eredità delle Olimpiadi da trasformare in luoghi con un modello sociale di riferimento, e una scuola tecnici federali più incisiva, con tecnici di primo livello utili a insegnare anche nelle scuole. Giorgio D’Urbano porta l’esempio della Norvegia, dove un modello sociale condiviso ha trascinato i risultati.
La chiusura appartiene alla ricerca. Il gruppo racconta il progetto che la Fondazione Matilde Lorenzi ha presentato a Torino qualche settimana fa, con gli studenti dell’Alta Scuola Politecnica impegnati a costruire un modello 3D di una pista, partendo da Sestriere: strumenti che consentirebbero di disegnare le vie di fuga come in automobilismo, con le reti A dove servono, e di aiutare il tecnico, allenatore, direttore di pista, giudice e responsabile della sicurezza tutto insieme. Un applauso alla Fondazione Lorenzi, nel ricordo di Matilde, chiude la serata.
A Brescia le domande ricalcano quelle di Milano. Una voce reclama più attenzione per lo scialpinismo, disciplina diversa da quella vista alle Olimpiadi ma bisognosa di essere spinta e protetta nella regolamentazione. Silvano Sorio, storico allenatore del Val Palot, è sicuro che l’Italia bianca sia semmai il modello da guardare, perché siamo di gran lunga i più forti e bastiamo a noi stessi. Il problema è una FISI che sappia rispondere agli sci club e cambiare le persone del palazzo diventa quindi una condizione necessaria.
La risposta arriverà il 10 ottobre a Verona, dove Antonio Noris si augura di vedere al voto molti più tecnici rispetto a quattro anni fa, quando se ne presentarono pochi.






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