Il campione norvegese ha spiegato alla stampa quei momenti così difficili dopo aver inforcato nello slalom e perso una medaglia che sembrava certa. Un mix di situazioni disperate lo ha portato a superare la rete di recinzione della pista e ad allontanarsi a piedi verso il bosco, dove si è sdraiato per sette minuti, una volta raggiunti gli alberi, per sfogare tutta la sua delusione.
L’inforcata che distrugge il sogno della medaglia d’oro, l’allenatore svizzero poco sopra che esulta per la vittoria di Loïc Meillard, il nonno cui era molto legato, scomparso il giorno dell’inaugurazione olimpica, l’amarezza per il 5° posto nel gigante. Insomma, un cocktail di delusioni ha mandato in frantumi l’immagine che ha sempre mostrato sulle piste di gara: sorridente, positivo con tanta voglia di scherzare.
“Volevo prendermi qualche attimo solo per me e mi sono allontanato – ha detto ai giornalisti – ma i fotografi mi hanno seguito ed è stato come cadere di nuovo, colpito da un gancio. La neve era ghiacciata e sono scivolato almeno cinque volte. Sì, ho visto l’allenatore svizzero esultare ed è abbastanza evidente cosa possa aver provato”.
Il tecnico Thierry Meynet spiegherà di non essersi accorto che Atle Lie fosse lì: esultava soltanto perché aveva capito che Loïc aveva vinto l’oro. Gesto non gradito da Kjetil André Aamodt, che in cabina TV norvegese assieme a Tviberg ha commentato: “Io quel gesto non l’avrei mai fatto”.
Lo stesso Loïc dirà: “Siamo tutti amici, ma in pista lottiamo uno contro l’altro. Atle sta facendo una stagione magnifica. Si riprenderà presto da questa delusione”. È intervenuto anche Timon Haugan (quarto a fine gara): “Non ho visto le immagini, ma è normale che un tecnico faccia il tifo per i suoi”.
Poi McGrath torna a rispondere alle domande della stampa: “Cosa farò adesso? So solo che ho bisogno di aiuto e mi stringerò attorno alle persone che mi vogliono bene, alla mia famiglia. Cin vorrà un bel po’ di tempo per elaborare tutto questo. In quella fuga verso gli alberi volevo prendermi un po’ di tempo per me. Se oggi è la giornata sportiva peggiore della mia carriera, la perdita di mio nonno è stato il momento peggiore della mia vita. Per elaborare tutto ciò mi servirà molto tempo”.
E probabilmente si affiderà anche anche allo psicologo sportivo dell’Olympiatoppen (il Coni norvegese), Arne Jørstad Riise, che consulta da almeno sette anni, per decifrare i codici nella mia mente, per soffocare la paura degli infortuni – due al ginocchio, uno dei quali la rottura del crociato – e per diventare un campione sicuro di sé sugli sci.
La sua corsa verso l’oro è durata 11 secondi, giusto il tempo di arrivare alla porta numero 13, dopo aver patito un passaggio difficile tre porte sopra. È andata così. Lo sci, specialmente lo slalom, spesso finisce così.
Ironia della sorte, successe anche a Henrik Kristoffersen nello slalom olimpico di PyeongChang: primo a metà gara con 21/100 di margine su André Myhrer e 62 su Muffat-Jeandet, con Manni Moelgg quarto a +0.68. Henrik uscì, vinse Myhrer davanti a Zenhäusern e Matt. A Pechino una situazione altrettanto crudele: secondo a 2 centesimi da Strolz nella prima manche, quarto a fine gara a 9 centesimi dal bronzo del suo compagno di squadra Foss-Solevåg. Così, otto anni dopo il bronzo vinto ai Giochi coreani, eccolo di nuovo sul terzo gradino olimpico.
Così va lo sci, così va lo slalom. Atle Lie McGrath tornerà a sorridere, ne siamo certi. Probabilmente già a fine stagione dal momento che a due gare dal termine – Kranjska Gora e Lillehammer – si trova in testa alla classifica di slalom tallonato da Braathen e Noël. Una lotta all’ultimo palo. È lo slalom!






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