Scrivere queste righe non è semplice. Non per mancanza di parole, ma perché le parole sembrano sempre un po’ insufficienti. La scomparsa di Mario Colombo è una di quelle notizie che non restano sulla carta: arrivano dritte dentro a una storia condivisa, fatta di persone prima ancora che di azienda. Perché parlare di Mario significa inevitabilmente parlare di Colmar. E parlare di Colmar, per chi ha vissuto lo sci, la montagna e anche semplicemente certe pagine di sport italiano, significa parlare di una presenza costante, familiare, quasi naturale. Come la neve d’inverno.
Mario Colombo se n’è andato lasciando un vuoto che non è solo imprenditoriale, ma profondamente umano. Era il presidente, certo. Ma prima ancora era uno di famiglia. E non è una formula: è proprio così che è cresciuto, dentro una storia che è insieme casa, lavoro, destino. Nipote di Mario Colombo, il fondatore che nel 1923, insieme alla moglie Irma, diede vita all’azienda, Mario apparteneva alla terza generazione. Figlio di Giancarlo, nipote di Angelo – i due fratelli che avevano raccolto l’eredità dei fondatori – è cresciuto in quell’intreccio tipico delle grandi famiglie imprenditoriali italiane, dove i legami di sangue e quelli professionali non si distinguono mai davvero.
Poi è arrivato il suo tempo. Il tempo della terza generazione: Mario, figlio di Giancarlo, insieme ai cugini Giulio e Carlo Colombo, figli di Angelo. Tre percorsi diversi, ma una direzione comune. Tre caratteri, tre ruoli, una sola azienda. Entrato in Colmar nel 1972, Mario non ha mai fatto altro. O meglio: non ha mai voluto fare altro. Perché quella fabbrica a pochi passi da casa, quei tessuti, quelle giacche, quei nomi – da Zeno Colò alla Valanga Azzurra – erano già parte della sua vita prima ancora di diventare lavoro.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda così: concreto, diretto, profondamente legato all’azienda ma anche capace di uno sguardo lungo, capace di accompagnare Colmar in trasformazioni profonde senza mai tradirne l’identità. Dalla produzione italiana all’apertura internazionale, dallo sportswear puro alla dimensione lifestyle, fino all’intuizione di Colmar Originals: sempre con quella miscela di pragmatismo e visione che gli veniva da una scuola severa, quella dei padri.
Padri esigenti, come lui stesso raccontava. Giancarlo e Angelo non facevano sconti, nemmeno ai figli. E forse è anche da lì che nasce quella cultura del lavoro che ha tenuto insieme l’azienda per decenni. Accanto a lui, sempre, i cugini Giulio e Carlo. Non solo colleghi, ma compagni di strada in una storia familiare che ha saputo rinnovarsi senza rompersi mai. Un equilibrio raro, costruito nel tempo.
E poi, negli ultimi anni, lo sguardo rivolto avanti. Alla quarta generazione. Ai figli e ai nipoti che hanno iniziato a entrare in azienda: suo figlio Stefano (c’è anche francesco) , ma anche Roberta, figlia di Giulio, Riccardo Vago, figlio della sorella Laura, e Lorenzo, figlio di Carlo. Un passaggio che per Mario non è mai stato solo formale, ma qualcosa di profondamente vissuto, quasi un ritorno alle origini.
Perché in fondo Colmar è sempre stata questo: una storia di famiglia. Dai nonni Mario e Irma, ai figli Giancarlo e Angelo, fino ai nipoti e ai pronipoti. Una linea continua, senza interruzioni. Mario Colombo lascia la moglie Alessandra e i figli Stefano e Francesco, e lascia un’azienda che oggi è un punto di riferimento internazionale. Ma soprattutto lascia un modo di essere impresa: fatto di presenza quotidiana, di memoria, di relazioni.
Per chi, come noi, ha raccontato lo sci e la sua evoluzione, Colmar non è mai stata solo un marchio. È stata una compagna di viaggio. E Mario era parte di quel viaggio. Per questo oggi il saluto è diverso. Più vicino. Più difficile. E forse più semplice, allo stesso tempo.
Grazie, Mario.






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