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Elogio della rivincita

Faccio un elogio alla rivincita. Inizio con un esempio:  il «cannibale» del nuoto Michelone Phelps con l’ottava medaglia d’oro al collo, record dei record nella più che millenaria storia olimpica, rivolge, ancora mezzo bagnato dall’acqua dell’ultimo trionfo, un pensierino al suo, oscuro, insignificante, qualunque, professore d’inglese della provincia americana che gli aveva predetto che lui nella vita non avrebbe fatto nulla di buono.

E se (cambio genere ma non esempio) due monumenti della letteratura del Novecento come Thomas Mann e Hermann Hesse hanno scritto, ciascuno a modo proprio, libri colti e sapienziali, perché al liceo, pare che abbiano ricevuto più di qualche colpo basso e qualche insufficienza in pagella.

Qualora Srinivasa Ramanujan, uno tra i massimi matematici del XX secolo, finalmente approdato a Cambridge, non vide l’ora di poter pubblicare i suoi lavori per sbandierare il suo successo davanti a coloro che nelle scuole pubbliche di Madras non hanno saputo giudicare il suo valore, e così facendo, renderli infelici come hanno reso infelice lui, ebbene mi pare di poter dire che la rivincita sia più bella della vittoria, anche se non tutti la pensano così.

Lo scrittore americano Leavitt, riflettendo sul desiderio di pubblicazione di Ramanujan, arriva alla conclusione di dire che «nessun essere umano, per quanto spiritualmente evoluto, è privo di vanità».

Altri invece considerano la rivincita gemella della vendetta e la attribuiscono alle persone rancorose che vivono nell’attesa di infliggere a loro volta il male. Fare da giovane il muratore, entrando e uscendo dalle squadre giovanili austriache e poi diventare il secondo sciatore più vincente della storia, come è capitato a Hermann Maier, oppure partire dalla pianura e diventare Alberto Tomba, non è semplicemente aver vinto.

Avere una decina di infortuni e guai fisici anche molto seri come Deborah Compagnoni (prima) o come Denise Karbon (oggi) e diventare una star del Grande Sci non verso i vent’anni ma verso i trenta vuol dire non essere soltanto campioni della tecnica ma anche campioni della vita.

Gli esordi difficili, i percorsi tormentati dagli incidenti e dalla sfortuna creano l’epos dello sport. Che è qualcosa di più di una storia di vittorie. È la volontà umana che lotta contro gli imbecilli che pontificano sul futuro altrui, di quelli che dicono «non ha i numeri» oppure «è già finito». Allo stesso modo è la volontà umana che si ribella alle cose che non vanno per il verso giusto fin dall’inizio.

E ancora è il talento di credere in se stessi nonostante tutto e tutti; è il talento di tenere duro fino all’ultima goccia di sangue. Chi non lo capisce, crede nel successo veloce che si vede solo in televisione, dove le storie epiche non hanno avuto mai spazio. Se nella vittoria è il campione che vince, nella rivincita a vincere è tutta l’umanità.

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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