La vittoria sulla Streif arriva come un’onda lunga. Travolge il calendario, cambia la percezione, riscrive le gerarchie. Giovanni Franzoni, 24 anni, bresciano, Fiamme Gialle, si presenta davanti ai giornalisti italiani con la stessa naturalezza mostrata poche ore prima sulla pista più iconica dello sci alpino. Le parole scorrono dense, a tratti emotive, a tratti lucidissime. Dentro c’è la gara, dentro c’è il percorso, dentro c’è molto altro.
L’emozione prima ancora della gara
Il racconto parte da lontano, da prima del cancelletto, da una mattina diversa dalle altre.
«Stamattina mentre mi alzavo stavo scrollando i social e mi è uscito un video con una canzone e una frase in inglese: “Non posso mollare. Ho fatto una promessa a qualcuno che è in paradiso”. È stato strano, perché poi in partenza ho iniziato ad ascoltare quella canzone continuamente. Mi sono detto che questa gara potevo vincerla per lui, per Matteo Franzoso, che sarebbe stata la cosa più importante da dedicare. L’anno scorso era la prima volta qui a Kitzbühel e io ero in camera con lui. Questa è stata la mia seconda volta. Lui fisicamente non c’era, però quando sono arrivato all’arrivo, ho visto il distacco e ho capito che potevo vincere, è arrivato tutto insieme. Un insieme di emozioni che faccio fatica a descrivere».

Battere Odermatt, guardarlo negli occhi
La gara entra presto nel confronto più diretto possibile, quello con Marco Odermatt, in lacrime sul podio..
«Ti giuro, quasi mi dispiaceva vederlo così. Ho visto quanto ci teneva a questa gara e quanti anni è che prova a vincere la discesa qui. Quando l’ho visto commosso gli ho messo una mano sulla spalla e gli ho detto: “Guarda che sei il più forte, prima o poi ce la farai”».
«Ogni gara si riparte da zero. Lui arriva sempre con fiducia e sciata. Io cerco di fare lo stesso. Oggi mi godo il momento, poi metto i piedi per terra come ho sempre fatto. In questo sport un anno vinci, l’anno dopo puoi trovarti indietro, quindi serve calma e lavoro».

Brivido Muzaton
«La sua discesa l’ho seguita dal secondo intermedio. Ho visto mezzo secondo e ho detto: qui è tosta. Però sapevo che nel tratto dell’Ausberg avevo fatto tanta differenza, perché lì avevo guadagnato tanto anche su Odermatt. Quando ho visto che prima della traversa ero ancora avanti, ho pensato che me la giocavo davvero. Poi, quando ho visto che il distacco restava verde, lì ho capito che poteva bastare».
La madre, l’abbraccio, le poche parole
Le immagini dell’arrivo raccontano un abbraccio che vale più di qualsiasi dichiarazione.
«Con mia mamma non ho detto tante parole. Ci siamo capiti con un abbraccio. Le ho detto: “Guarda cosa sono riuscito a fare”. È stato emozionante per tutti. I miei genitori non vengono spesso a vedermi. Vincere la gara con la G maiuscola e averli lì è qualcosa di meraviglioso».
La testa come acceleratore
Il tema ritorna più volte, con una sincerità rara.
«La testa fa tantissimo. Per una persona come me, che ha spesso problemi di autostima, riuscire a ingranare la marcia giusta cambia tutto. Nel momento della gara riesco a cambiare mentalità, a essere sicuro di me. Oggi in discesa ero super carico. Naturalmente non vinci Kitzbühel solo sbloccandoti di testa. È un lavoro che arriva dopo anni di sacrifici. A me piace quello che faccio, quindi più che sacrifici sono scelte. Nei momenti difficili ho dovuto tenere botta. Tutto questo oggi torna fuori».

«Mi ha scritto Sinner»
È il passaggio che diventa titolo, perché racconta la portata del momento.
«Non mi ha scritto LeBron James, però dopo le prove mi sono sentito con Sinner. Avevo visto che mi aveva iniziato a seguire su Instagram e gli ho scritto io. Mi ha fatto i complimenti, mi ha incoraggiato tanto. Mi ha lasciato anche il suo numero. Una persona spontanea, vera. Ricevere un messaggio del genere da un campione così ti dà una carica incredibile. Ho pensato: “Cavolo, se mi ha scritto anche lui vuol dire che qualcosa ho fatto bene”».
Il rapporto con la squadra e con il ruolo
Il successo cambia la percezione esterna, meno quella interna.
«Non mi sento uno a cui fanno i caffè. Ci sono veterani che hanno vinto molto più di me. Mi sento ancora uno dei più giovani della squadra. C’è rispetto, c’è anche qualche presa in giro, come prima. Sono entrato in nazionale per il gigante. Mi sono allenato tantissimo in gigante anche quest’estate. Ho trovato una sensibilità sulla velocità che mi permette di andare forte in discesa e superG. Vincere a Kitzbühel ti definisce un discesista, però ho ancora tanto da imparare, soprattutto sulle nevi più fredde».
Olimpiadi, gestione, futuro
Lo sguardo va avanti, con misura.
«Non mi aspettavo di arrivare a questo punto della stagione così. Partivo col 60, oggi col 2. Sapevo di poter fare bene, ma tra il crederci e il fare c’è di mezzo tanto. Ora cerco di gestire bene tutto, i media, il fisico, la testa. Sono qui con i miei migliori amici, con le persone più care. Questo per me conta tantissimo. Adesso torno a casa, cerco di riposarmi, gestire allenamento e alimentazione. Vivo tutto giorno per giorno. Le Olimpiadi sono qualcosa da godere. So che posso fare bene, quindi non vedo il motivo di caricarmi di aspettative».
Sensibilità e messaggio
L’ultima risposta è forse la più rivelatrice.
«Sono una persona sensibile. Mi fa piacere trasmettere qualcosa di buono. Non tutti quelli che vincono devono essere spietati o con un super ego. Essere sensibili è tosto, però nei momenti di felicità questa gioia è amplificata per mille. Se posso passare un messaggio positivo a qualcuno, per me vale quasi quanto il risultato».
L’intervista finisce, la giornata continua. La Streif resta lì. Giovanni Franzoni anche.






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