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Giulia Candiago, la voce delle atlete: “Mi sento la sorella maggiore”

Giulia Candiago, la voce delle atlete: “Mi sento la sorella maggiore”
Quando in tv vedete un microfono spuntare dinnanzi al viso delle atlete di Coppa del Mondo, vincitrici a fine gara, ebbene, è l’ex Azzurra Giulia Candiago a sostenerlo: «Quest’anno, con le finali ad Andorra e i Mondiali di Courchevel e Meribel sarà una stagione stupenda, non vedo l’ora!»

Giulia, classe ’86, si è appena affacciata sulla sua quarta stagione in qualità di responsabile media della Fis per la Coppa del Mondo femminile. Ovviamente il suo lavoro non si limita alle interviste al parterre. Un lavoro complesso che si articola dietro le quinte della Federazione internazionale in una fitta rete di incombenze.

Dopo aver smesso di far gare, nel 2010, ha seguito un master in strategie per lo sport gestito dall’università Ca Foscari di Venezia. Nel frattempo scoppia l’amore con Martin Castrogiovanni, giocatore simbolo del rugby azzurro e lo segue in Inghilterra a Leicester, dove “Castro” (la storia finirà qualche tempo dopo) gioca fino a entrare nella Premiership Rugby Hall of Fame. Qui inizia a lavorare in un’azienda specializzata nello sport. Dopo essersi fatta un po’ le ossa torna in Italia e come freelence, dà il via a una serie di collaborazioni: con Infront per seguire il magazine di Infront assieme a Ninna Quario, con la ditta Völkl e poi con Sky che le mette in mano un microfono in occasione delle Olimpiadi del 2014 di Sochi.

«Poi, un bel giorno, squilla il telefono. È Lara Gut-Behrami che mi chiede la disponibilità a farle da addetta stampa. Era una bellissima opportunità ed esperienza professionale. Con SwissSki firmo due anni di contratto».

Due anni più tardi, nel 2019, dopo i Mondiali di Aare, viene a sapere che si erano liberati i ruoli di Media Coordinator sia nel maschile che nel femminile. Si propone, viene assunta: «Ed eccomi qui!».

Perché hai interrotto con Lara?
Quando ho iniziato a seguirla per Lara era un momento abbastanza particolare della sua vita. Tra l’altro veniva da brutto infortunio occorsole ai Mondiali di St. Moritz e doveva sempre sostenere una fortissima pressione da parte della stampa. Così aveva chiesto alla federazione di poter essere affiancata da una figura professionale perché avesse una specie di “protezione media”. SwissSki, dinnanzi a una richiesta che mai nessun atleta aveva mai preteso, glielo concesse. Sono stati due anni interessanti per la mia crescita professionale e dopo due anni insieme ci siamo sentite libere di prendere due strade diverse mantenendo tuttavia un ottimo rapporto.

Hai sempre avuto questa vena giornalistica o è scoppiata all’improvviso?
Faccio fatica a definirmi una giornalista, perché anche oggi, di fatto, non lo sono. Coordino, gestisco ma non scrivo pezzi per riviste, quotidiani o tv. Ho sempre scritto le mie cose, ma si trattava dei classici pensieri da diarietto personale, dunque non si tratta di una passione o di una particolare vena giornalistica. È successo questo, mentre facevo il master alla Ca Foscari vengo raggiunta dal direttore di radio 101 che in quegli anni era sponsor della federazione del rugby. Inizio così a realizzare servizi sulla premiership da insider attraverso un blog. La cosa mi divertiva un sacco e tutto sommato non mi dispiaceva separarmi un po’ dal mondo dello sci che avevo abbandonato non proprio col sorriso. Da cosa nasce cosa e anche la Gazzetta dello Sport mi chiese di seguire per loro le vicissitudini dei mondiali della palla ovale in Nuova Zelanda. Ma non ho mai seguito la cronaca, mi piaceva raccontare tutto ciò che stava a latere della vera e propria prestazione.

Raccontare la vita degli atleti, insomma…
Esatto, io sono da quella parte, dalla parte degli atleti, faccio fatica ad assumere un ruolo diverso, è più forte di me. Quando Sky mi chiamò per seguire da studio le Olimpiadi di Sochi in qualità di commentatrice, ebbi il mio daffare. Condividevo il ruolo con il pallavolista Andrea Zorzi che quando c’era da andare giù duro con le critiche a questo o quell’altro atleta non si tirava mai indietro. Io facevo l’opposto e allora, vai con i cazziatoni: “Tu non puoi sempre proteggerli sti atleti. Come fai a girare la frittata se la prestazione è stata negativa!”. Si riferiva al quarto posto ottenuto da Nadia Fanchini in gigante. Ho detto, cavoli, non ha vinto la medaglia e siamo d’accordo, ma Nadia che arriva lì, lì per vincerla, dopo una stagione avara di risultati, non è un fallimento”. Insomma, quell’esperienza mi convinse ancora di più che l’atleta può certamente essere criticato, ma a patto che si conosca bene la sua storia.

Esperienza personale?
Non portarmi sulle polemiche di quel periodo, è acqua passata. Diciamo che non me la stavo passando proprio bene. Era mancato mio papà, colui che ha sempre creduto in me offrendomi un supporto indefinibile anche se non apparteneva a quel mondo. Per dirti, quando gli dissi che probabilmente sarei stata arruolata nell’Esercito, non sapeva nemmeno esistesse tale opportunità. Mi ero infortunata in Coppa Europa e dovevo decidere se tener duro e proseguire o lasciare. Mi ritrovai da sola, senza alcun supporto morale da parte di quelle persone che dovrebbero aiutarti a trovare le motivazioni giuste. Con la consapevolezza che non sarei mai diventata una Lindsey Vonn ho lasciato perdere, pur consapevole che a 25 anni forse qualche soddisfazione avrei potuto anche prendermela. Amen! Alla fine, è stato meglio così. Avevo l’età giusta per costruirmi un futuro che probabilmente a 30 anni avrebbe avuto un iter più complicato. 

E ti sei subito iscritta al Master…
Lo sport è stato sempre al centro della mia vita, così, mi sono chiesta: cosa propone il mio mondo? Da un master di quel tipo sarebbero arrivate le risposte. Mi ha chiarito le idee soprattutto per capire cosa non mi sarebbe piaciuto fare, ma per arrivarci devi conoscere tutti gli aspetti di un settore. Come accaduto nel mio primo impiego in Inghilterra, tutto il giorno, seduta dietro a una scrivania. D’accordo, mi occupavo di sport, ma lì ho capito che non era quello che desideravo fare, anche se alcuni progetti erano molto interessanti. Ricordo quando l’Everton Calcio venne da noi perché scoprissimo le caratteristiche dei loro tifosi. Tutto molto interessante, ma mi mancava l’azione!

Che invece hai subito trovato in Fis
Sono stata anche fortunata. Era l’anno in cui Peter Gerdol aveva preso il posto di referente della Coppa femminile di Atle Skaardal. Non ci conoscevamo, ma lui è una persona davvero speciale. Un vero leader, perché riesce, anche nelle situazioni più stressanti, a mantenere una calma surreale. Magari è solo apparente, ma questo trasferisce al nostro team la condizione migliore per lavorare. Senza alcun vanto, ma in Fis ci indicano sempre come esempio di team che funziona. 

Descrivi la tua giornata tipo durante una tappa di Coppa
Partirei dai giorni pre gara perché ci sono aspetti molto differenti. La prima cosa, quando arrivo in loco, è un controllo del Press Centre attraverso un breefing col chief of media per trovare il massimo coordinamento con stampa e televisioni che sia Infront, Ebu o altre. Quindi si passa alle prove delle diverse cerimonie previste a com’è configurata la mix zone al traguardo e le altre aree. Mi correlo poi con gli addetti stampa delle varie federazioni col cosiddetto ruolo di Press Attaché. Prima cosa, consegno loro il programma dell’evento, start list e altre comunicazioni di servizio, assieme al team locale. Si apre poi il rapporto con Longines per quanto riguarda il coordinamento grafico per essere pronti nel giorno di gara. La parte editoriale delle grafiche sta a me mentre la parte sportiva sta a Peter. A Longines passo poi le informazioni sulle biografie degli atleti. Capita poi, di segnalare nomi di atleti che in quel momento sono più sotto l’attenzione della cronaca, agli operatori Tv che magari non riconoscono i volti. Insomma, nel pre gara costruisco la “mappa” di ogni postazione e mi correlo con i rispettivi riferimenti. 

Poi arriva il giorno di gara…
Rifaccio un rapido check con tutta la parte che ho appena descritto e mi affianco a Peter. Se è tutto ok, bella giornata, nessun problema particolare torno in regia fino a 15 minuti dal via, altrimenti mi appiccico a lui in modo da trasmettere immediatamente le varie decisioni della giuria alle TV. La parte più interessante avviene man mano che si sviluppa la seconda manche. Quando, cioè, iniziano le richieste da parte di stampa, radio e tv. Quindi si ritorna col giro delle grafiche per trasmettere i dati essenziali del risultato di gara, cui seguono le info da postare su sito e social della Fis. I tempi sono sempre strettissimi perché ormai la gente si aspetta di avere ogni informazione in tempo reale, come fosse un automatismo. Così ovviamente non è, ma il nostro team ha imparato a lavorare con la velocità di un fulmine! Nel frattempo, bisogna organizzare la press conference, anche se la tendenza è quella di eliminarla. Non è più un valore aggiunto, pochi giornalisti, poche domande. Si cerca di agevolare questa parte di informazione direttamente in mixed zone. Ti dirò, sono più interessanti le conferenze stampa pre evento. Comunque, tale aspetto viene condiviso con l’organizzazione locale perché non esistono per tutti le medesime esigenze.

Ci sono località dove vai più volentieri di altre?
Eh, che domanda, sai che devo mantenere una certa imparzialità. Tuttavia, non credo di offendere qualcuno se dico che ovviamente Cortina è sempre nel mio cuore così come le tappe italiane in generale. Dal punto di vista del lavoro vero e proprio, vai in Austria o in Svizzera e non c’è mai una virgola fuori posto e alcun margine di errore o di improvvisazione. In altri paesi trovi una situazione opposta e allora devi affidarti alla creatività, il che rende tutto ancora più divertente. Adoro quando c’è più challenge, mi piace un sacco risolvere i problemi. Questo capita, ad esempio, con gli organizzatori nuovi che non avendo esperienza ti travolgono di domande per offrire la massima organizzazione e non sfigurare. Così, quando viene meno la routine sei investita di una certa dinamicità. Mi piace l’azione, insomma! In seconda battuta non posso evitare di dire Lake Louise, una meraviglia! 

In mezzo a tanto traffico trovi il tempo anche per farti qualche sciatina?
Bravo, metti pure il dito nella piaga. Sono ancora qua che tribolo dopo l’incidente patito alle Olimpiadi di Pechino. 

Hai inforcato?
Ero in pista e mancava poco alla riunione di giura per le prove della discesa femminile. Ho detto, dai che intanto faccio due curve. Mi sono un po’ distratta senza rendermi conto di essere sul culmine di inizio muro. Prendo un cumulo di neve ventata e… patapunfete! Inizio a scivolare come una palla da fucile fino a fermarmi nelle reti di protezione. Peccato che uno sci si infila un po’ troppo violentemente nelle maglie e il piatto tibiale si spezza in due! Per fortuna non si trattava di una frattura scomposta per cui sono riuscita a salire sul primo volo e a farmi operare in Italia alla Madonnina. Il fine stagione però non me lo sono persa. Stampelle alla mano mi sono ripresentata all’atto conclusivo di Meribel-Courchevel. 

Ti occupi delle donne, ma se ti chiedessero di passare al maschile?
Quando ho preso questo incarico mi avevano detto: Auguri Giulia, ne hai bisogno, vedrai quanti grattacapi a lavorare con le donne… Inizialmente ho pensato, ma che diavolo dicono questi, che sarà mai? Poi col tempo ho ben capito. Ma non cambierei mai! Ho la fortuna di essere estremamente empatica, un dono che mi porta a capire facilmente le situazioni e in effetti con le atlete ti trovi dinnanzi a situazioni sempre diverse. Se sei Mikaela Shiffrin e sei appena uscita nello slalom olimpico, sei il tramite tra lei e i giornalisti che ti aspettano al traguardo a volte un po’ come falchi. L’atleta magari vorrebbe scavare un buco e ficcarcisi dentro, ma da lì non si scappa, bisogna passarci. È qui che scatta quella sorta di protezione di cui accennavo prima. Bisogna comprendere la situazione e adattarsi alla personalità dell’atleta che hai davanti. L’obiettivo è creare una condizione emotiva sopportabile che consenta alla ragazza di trovare il miglior equilibrio. Perché una volta che sei dinnanzi ai microfoni quello che dici non si cancella più. D’altra parte la stampa ha bisogno di una dichiarazione anche se in quel momento vorresti scappare via. 

Con Lara avrai capito bene come gestire queste situazioni…
Mi ricordo il superG olimpico di Pyeongchang, arriva giù Ledecká, vince l’oro e Lara Gut-Behrami che era terza per un centesimo finisce quarta. Devo andare avanti? A fine giornata non ricordavo più nemmeno come mi chiamassi! Lara non era una ragazzina per cui il giornalista si aspetta che un’atleta di così tanto spessore, riesca a superare tali momenti con una certa disinvoltura. Ma non è sempre così. Anche perché il giorno dopo c’è un’altra gara e la testa va un po’ dove vuole. Ecco, essere mediatrice di questi momenti è complicato e con le donne lo è il triplo! Tendenzialmente l’uomo si incavola ma poi gli passa più rapidamente, la donna vive maggiormente la delusione. È tutto l’opposto, invece, quando si verifica la situazione opposta, le ragazze stanno un po’ meno sul trionfo. Siamo fatti così, cosa vuoi che ti dica. 

C’è un’atleta con la quale hai più feeling?
Si sa che con Sofia Goggia ci divertiamo sempre da morire, ma un po’ con tutte le ragazze italiane. È molto ricco, empaticamente parlando, anche il rapporto con Shiffrin, Vlhova. Proprio con Petra che è tutt’altro che estroversa, mi sono arrivate piccole ma importanti segnali che hanno fortificato il rapporto day by day. Oppure c’è una Ester che a ogni gara, che sia andata bene o male, viene da me e mi dice: “Giulia, oggi cosa devo fare?”. Lei sa che prima di lasciare la mix zone deve assolutamente passare da me. Se è il caso di intervistarla, mi passa la sua bottiglietta con lo sponsor perché se no, quando è il momento del ciack se la dimentica! Quando mi sono fatta male a Pechino sono stata travolta da valanghe di messaggi di affetto. Giulia Candiago la voce  Giulia Candiago la voce  Giulia Candiago la voce  Giulia Candiago la voce  Giulia Candiago la voce  Giulia Candiago la voce 

L’intervista completa, qui

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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