Il Gigante maschile di Bormio non è stato solo una prova di forza e precisione, ma un sofisticato rompicapo ambientale risolto solo da chi ha saputo adattare il proprio sci a una pista che ha cambiato pelle tra le 10:00 e le 14:00.
Se l’analisi tradizionale celebra il gesto atletico del vincitore, l’integrazione con i dati microclimatici rilevati lungo i 13 punti del tracciato ci permette di aggiungere un livello interpretativo fondamentale per capire come si è realmente costruito il podio odierno.
Prima Manche: Il Dominio nel “Cuore Freddo”
Alle 10:00, la Stelvio si presentava con un fondo classificato ufficialmente come “Icy” (ghiacciato) e temperature al suolo allo start di 0.4°C. Tuttavia, i sensori posizionati nei settori intermedi hanno rivelato un’anomalia termica decisiva: mentre la partenza e l’arrivo flirtavano con lo zero termico, il settore centrale della Carcentina manteneva un “cuore freddo” a -4°C.
È in questo frigo naturale che Lucas Pinheiro Braathen ha ipotecato la vittoria. Con il pettorale n. 1, ha trovato un ghiaccio secco e reattivo, facendo segnare i migliori parziali della frazione. La sua capacità di incidere le lamine in un tratto dove l’umidità era ancora contenuta gli ha permesso di accumulare un vantaggio di quasi un secondo su Marco Odermatt. In questo frangente, la luce piatta dovuta al cielo coperto ha penalizzato chi non possiede la sensibilità “di piede” del brasiliano, costretto a sciare per istinto su contropendenze rese quasi invisibili dall’assenza di contrasto.
Seconda Manche: L’Assedio dell’Umidità
Alle 13:30, lo scenario è mutato radicalmente. La neve è passata da ghiacciata a “Wet” (umida/bagnata), con la temperatura al traguardo balzata a 4.5°C. L’umidità relativa, salita fino all’85% in diversi punti della pista, ha trasformato la discesa in una sfida di materiali e resistenza idrodinamica.
L’analisi dei tempi intermedi della seconda manche conferma l’impatto di questo cambiamento:
* L’Effetto Ventosa: Braathen, sceso per ultimo, ha sofferto visibilmente nella parte bassa. In un parziale tra la Carcentina e il Muro di San Pietro ha fatto registrare solo il 27° tempo di settore. La neve più gommosa ha creato un attrito molecolare che ha quasi vanificato il suo vantaggio, costringendolo a una gara di difesa.
* La Costanza di Odermatt: Lo svizzero, pur non brillando nel ghiaccio vivo del mattino, ha interpretato meglio la neve trasformata della seconda manche, confermando una struttura di soletta e una gestione del carico che soffrono meno l’umidità rispetto alla concorrenza.
La Sfida degli Azzurri: Un Compromesso Difficile
La Stelvio di oggi non ha sorriso ai colori azzurri, evidenziando come i nostri atleti abbiano faticato a trovare il giusto feeling con una neve così variabile. Alex Vinatzer, autore di una solida prima manche chiusa all’11° posto, è incappato in un errore nella seconda frazione proprio quando la neve iniziava a diventare più “aggressiva” e instabile.
Giovanni Franzoni è stato il migliore degli italiani al traguardo (24°), mostrando una seconda manche superiore alla prima: un segnale di come il suo sci abbia beneficiato del fondo più morbido rispetto al ghiaccio “vitreo” del mattino. Le uscite premature di Luca de Aliprandini e Tobias Kastlunger nella prima manche sottolineano invece quanto fosse precario l’equilibrio sulle contropendenze gelate della Carcentina in condizioni di visibilità nulla.
Conclusioni: Oltre il Cronometro
La vittoria di Braathen su Odermatt e Meillard è il risultato di un’alchimia tra potenza fisica e gestione delle variabili ambientali. Questo approccio multidisciplinare ci insegna che sulla Stelvio non vince necessariamente il più veloce in assoluto, ma chi sa “leggere” il gradiente termico di una pista che, nel giro di poche ore, passa dal freddo secco invernale al caldo umido.






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