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Il maestro principe dello sci

Vi spiego perché il maestro è il principe dello sci. Ho letto un libro che racconta la biografia di un maestro di sci della Val di Fassa, Angelo Iellici, pubblicato ormai qualche anno fa. Le pagine più profonde sono quelle in cui racconta il suo desiderio di diventare maestro di sci. Un desiderio fortissimo che conosco per averlo vissuto, per averlo riconosciuto in tantissimi sciatori; una frenesia a diventare maestri a tutti i costi che ancora mi fa stupire per la sua intensità.

Non ho mai conosciuto nessuno che abbia provato un sentimento altrettanto forte per il titolo di dottore o per entrare in banca o per essere assunto in quella data ditta. Diventare maestri di sci è sempre stato qualcosa di più. Forse non sarà scritto nei cieli, come i principi di Aristotele, ma io penso che le nostre preferenze alla fine siano di due tipi. O quanto meno siano due le matrici dei desideri della nostra vita. Sì o no, da un lato, e cosa sì e cosa no, dall’altro.

Tipo: diventare maestri o non diventarlo. Contro: laurearsi in lettere oppure in scienze della comunicazione; in medicina o in psicologia. Non mi sembra ci sia un terzo tipo. Potremmo allora dare al primo tipo di desideri la faccia scavata di Amleto, mentre ai secondi il viso pacioso di Falstaff.

Gli uni, insomma, appartengono all’essere: sono, non sono; con uno schema: testa o croce, falso o vero, vivere o morire; gli altri invece appartengono alla vita di tutti i giorni: questo o quello; qui o là; toh, quella donna, quell’uomo o l’altra, l’altro (alla fine, si sa, tutti ci si sposa comunque).

Amleto conosce la negazione che Falstaff ignora. La differenza è tutta qui. Vacci a capire perché, ma diventare maestri di sci è una faccenda assolutamente amletica. Lo fu la prima volta, nel lontano 1932, quando la commissione presieduta dall’ingegner Pietro Ghiglione e con Leo Gasperl commissario in pista promosse soltanto 24 dei 110 iscritti al porimo corso per la formazione dei maestri e nel successivo recupero allo Stelvio soltanto 6.

E così fu sempre in seguito. Diventare maestri è una faccenda dove ci si gioca la faccia, che è qualcosa di più della carriera. Mi viene da chiedermi se c’entri l’età. Forse i giovani sono sempre amletici. Forse per un giovane bravo sciatore vivere serenamente secondo le proprie, comunque molteplici, possibilità sarà sempre vivere una vita inferiore. Amleto in fondo era un principe mentre Falstaff solo un giullare.

Diventare maestri di sci è un po’ diventare principi della neve, come l’essere giovani si è un po’ principi della vita. Qualcuno per evitare che l’ambizione si faccia ossessione, potrebbe ricordare che dove il primo finisce male, il secondo se la ride. Comunque sia, il bello è che una volta diventati maestri, ci si dimentica di essere stati angosciati come Amleto e si comincia a godersela come Falstaff.

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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