Cinquant’anni dopo, la fiamma torna a farsi sentire. Non come nostalgia, ma come metodo. Innsbruck celebra il mezzo secolo dai Giochi del 1976 riaprendo un racconto che non si è mai davvero chiuso: quello di una città capace di trasformare l’Olimpiade in identità quotidiana, infrastruttura viva, memoria operativa.
Il 1976 non fu soltanto un’edizione olimpica. Fu una prova generale di futuro. Quando Innsbruck accettò la sfida con tre anni di anticipo, dopo la rinuncia di Denver, mise in campo una competenza che oggi torna centrale: saper fare bene, in fretta, lasciando tracce utili. È anche per questo che resta l’unica città austriaca ad aver acceso tre volte il braciere olimpico (1964, 1976 e 2012).
La cerimonia d’apertura dei Giochi di Innsbruck 1976
Il calendario delle celebrazioni guarda avanti partendo da lì. Dal 5 gennaio è online una serie podcast che riporta alle origini della “Klammer-mania”, intrecciando le voci di atleti e testimoni diretti. Franz Klammer è il centro di gravità emotivo: il 5 febbraio 1976 fermò il tempo sul Patscherkofel con una discesa rimasta nella storia, mentre la montagna tremava sotto il boato del pubblico. Ma accanto ai campioni tornano protagonisti anche i volontari, l’ossatura silenziosa di quei Giochi.
Dal 15 gennaio il centro cittadino diventa una galleria a cielo aperto con una mostra fotografica diffusa. Dall’1 febbraio parte il “Rally Digitale di Olimpia”, una caccia al tesoro pensata per le nuove generazioni: 25 tappe, cinque cerchi, una mappa virtuale costruita con l’Università di Innsbruck per rileggere i luoghi olimpici come nodi di una stessa storia urbana. Anche quelli meno visibili, come il depuratore cittadino, che nel 1976 introdusse una fase biologica allora all’avanguardia per la tutela del fiume Inn.
Il mito Franz Klammer
Il cuore delle rievocazioni segue il calendario originale delle gare. Tra il 3 e il 6 febbraio torna sullo schermo il documentario Chasing the Line, dedicato all’eroe di Patscherkofel. Il 4 febbraio l’accesso simbolico a 5 euro riapre quella montagna a tutti, mentre l’Olympia Lounge espone gli attrezzi originali di allora. Il 5 febbraio tocca all’Axamer Lizum, teatro di imprese che hanno segnato lo sci alpino femminile.
Ma il senso profondo di questo anniversario sta altrove. Sta nell’eredità concreta. I Giochi furono il motore del Villaggio Olimpico II, oggi quartiere vivo con oltre 7.000 residenti di 76 nazionalità. Furono il laboratorio della prima trasmissione televisiva a colori dell’Austria occidentale, con l’Olympiaworld trasformata in centro nevralgico dei media. Il 6 febbraio quella stessa struttura diventa una discoteca sul ghiaccio, anni Settanta compresi: memoria che si muove, non che si imbalsama.

Dalle linee del trampolino del Bergisel Ski Jump, oggi icona architettonica firmata Zaha Hadid, fino al canale ghiacciato di Igls, dove bob e slittino continuano a correre, Innsbruck dimostra che le grandi opere sportive possono restare utili se pensate per durare. Qui l’Olimpiade non è un evento passato, ma un’infrastruttura mentale prima ancora che fisica.
Innsbruck 1976, Giochi Olimpici Invernali: salto con gli sci, K90 individuale (70 m) uomini – Yukio Kasaya (Giappone).
Il 2026 non è solo un compleanno. È la conferma di una scelta. Quella di una città che ha saputo trasformare percorsi brevi in un cammino lungo, fatto di sport, cultura e sostenibilità. La fiamma, da queste parti, non si spegne. Cambia forma. E continua a indicare la strada.






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