La fiamma olimpica illumina il cielo di Milano e di Cortina e, con lei, il cuore di un’Italia che aspira a raccontarsi al mondo con l’evento sportivo più importante dell’umanità: i Giochi Olimpici! La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, battezzata Armonia (Harmony), firmata dal regista e direttore creativo Marco Balich, maestro delle cerimonie olimpiche (record di oltre 16 produzioni a cinque cerchi), ha dipinto d’Italia uno stadio di San Siro in adorazione tra cultura, spettacolo, istituzione e sport.
I 70 ballerini della Scala: il gesto semplice che parla

La cerimonia si apre con una coreografia di 70 ballerini del Teatro alla Scala di Milano, che costruiscono un primo movimento fatto di linee pulite, misura ed equilibrio. È un gesto che parla di bellezza essenziale, non di esibizione fine a se stessa: un’Italia che apre i Giochi con la disciplina raffinata del gesto, nella consapevolezza che la semplicità è scelta difficile. In questa atmosfera, la danza richiama simboli classici e storici — il contrasto di energia e armonia, l’idea di equilibrio tra spirito e corpo — mettendo in scena un’Italia che accoglie e parla al mondo con eleganza innata. (Episodio già elaborato)
La fantasia italiana: musica, colori, creatività diffusa

La scena muta verso musica e colore. Sul palco entra una delle voci narrative dello spettacolo, Matilda De Angelis, che guida un corteo sonoro attraverso i grandi maestri italiani (Verdi, Puccini, Rossini) e introduce una tavolozza di tinte primarie che diventano segmento visivo e simbolico di creatività totale. È una celebrazione del “fare italiano”: dal design alla moda, dal teatro alla quotidianità, in un quadro che non si limita alla cultura alta ma la estende alla cultura condivisa e popolare — aperta, non elitaria.
L’arrivo di Mariah Carey: volare e il blu infinito

Un momento clou arriva con l’entrata di Mariah Carey, icona internazionale chiamata a dare voce a Nel blu, dipinto di blu, il classico italiano di Domenico Modugno che diventa metafora di spirito e slancio olimpico. Il “blu” non è solo colore: è desiderio di volare, infinito, corsa verso l’alto — emozione che guida l’atleta come l’artista. L’elemento sonoro qui costruisce un ponte tra culture senza mai fratturare l’identità italiana, consegnando allo spettatore un “volare” sospeso tra memoria e contemporaneità. (Episodio già elaborato)
Il Capo dello Stato: Mattarella e il tram milanese

La cerimonia sposta il tempo narrativo verso l’istituzione e la città. Un tram storico, guidato da Valentino Rossi, percorre Milano e porta con sé le personalità ufficiali: sulle note di quotidianità e memoria urbana entra in scena Sergio Mattarella, accolto come simbolo di unità e continuità. È la grande metafora del “viaggio comune”: l’Italia che corre verso la città e la montagna, verso la storia olimpica e verso il futuro delle competizioni. (Episodio già elaborato)
L’Infinito condiviso: poesia, musica, cerchi olimpici
Il ritmo scende, la narrazione si fa più meditativa: poesia e violino si intrecciano, incarnati da Francesco Favino e da un giovane violinista, mentre L’Infinito di Giacomo Leopardi risuona nell’arena. La cerimonia qui disegna un passaggio simbolico potentissimo: dal corpo alla mente, dall’individuale al collettivo. La danza accompagna la comparsa dei cinque cerchi olimpici, icona di inclusione e appartenenza globale. (Episodio già elaborato)
Il Tricolore

È il momento della nostra bandiera. Entra nello stadio con una sfilata di modelle vestite da giorgio Armani. I Corazzieri dei Carabinieri la prendono in consegna., La stessa scena avviene a Cortina. Qui la bandiera è tenuta tra le mani di Carabiniere donne!
È il momento di Laura Pausini che canrta l’Inno nazionale, leggermente armonizzato e interpretato col suo stile. mancava il Sì finale, La seconda parte dell’Inno di Mameli è stato invece. intonato dal coro degli Alpini

Quindi un fantastico gioco scenografico ci presenta i cinque cerchi olimpici che illuminano il cielo nero di Milano rimanendo al centro dello stadio San Siro.

La parata diffusa degli atleti: il mondo entra in scena
Il cuore sportivo della kermesse prende vita con la “parata diffusa”: 92 delegazioni entrano quasi in simultanea tra Milano, Livigno, Predazzo e Cortina, rendendo visibile l’idea che questa è un’Olimpiade che non vive in un solo luogo, ma in un territorio — un sistema diffuso di comunità e storie. Ovviamente la prima nazione a entrare è la Grecia e via via tutti i paesi fino all’ingresso dell’Italia con i nostri 4 portabandiera, Arianna Fontana. Amos Mosaner, Federico Pellegrino e Federica Brignone.



Lo Show per gli atleti
Da qui la cerimonia cambia registro e apre un grande viaggio nel tempo. Sullo schermo prende forma una retrospettiva che ripercorre cento anni di Olimpiadi Invernali, raccontate a ritroso come in un fumetto animato: Torino, Salt Lake City, Nagano, Lillehammer, fino alle origini. È una memoria visiva che attraversa epoche, stili, linguaggi sportivi. Dalla dimensione pionieristica degli inizi alla spettacolarizzazione degli anni Ottanta e Novanta, fino all’ingresso della tecnologia e dei nuovi materiali.

Dentro questo flusso si inserisce la performance di Sabrina Impacciatore, che accompagna il racconto con musica e interpretazione, trasformando la storia olimpica in narrazione emotiva, tra citazioni, atmosfere e riferimenti alla cultura pop italiana. Gli abiti, le luci, i suoni seguono le epoche: colori fluo, neon, richiami agli anni Ottanta, fino a tornare progressivamente al presente. È un secolo che si chiude per riaprirsi, pronto a consegnarsi a Milano-Cortina.

Il quadro successivo cambia ancora tono e sorprende. Entra in scena Brenda Lodigiani, per un segmento dedicato a uno dei linguaggi più riconoscibili dell’identità nazionale: i gesti italiani. È un omaggio diretto al pensiero di Bruno Munari, figura chiave del Novecento, capace di unire arte, design, pedagogia e gioco. I gesti diventano dizionario visivo, comunicazione senza parole, corpo che parla quando la voce manca. Un tratto che il mondo osserva con curiosità e che qui viene spiegato, offerto, condiviso.
Il senso del quadro è chiaro: prima ancora delle lingue, esistono segni comuni, modi di esprimersi che creano contatto. È un passaggio leggero, ironico, ma tutt’altro che secondario, perché prepara il terreno al finale della cerimonia: l’idea che l’incontro tra culture non passi solo dalla competizione, ma dalla comprensione reciproca. Anche attraverso un gesto.
Il messaggio di Giovanni Malagò: l’Italia che apre le braccia al mondo

Il passaggio istituzionale trova il suo centro nel discorso di Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. È un intervento pensato per annunciare il senso dei Giochi, più che per celebrarne l’apparato.
Malagò saluta il mondo a nome dell’Italia e inquadra subito l’identità di Milano-Cortina: un’Olimpiade diffusa, costruita tra città e montagna, rispettosa dell’ambiente, la più equilibrata di sempre sul piano di genere, figlia di una lunga tradizione olimpica italiana che da Cortina 1956 a Torino 2006 ha saputo lasciare tracce nella storia. Questa volta, sottolinea, l’Italia è pronta a scriverne una nuova, davanti a miliardi di spettatori in oltre cento Paesi.
Il cuore del messaggio è affidato a una parola chiave: armonia. Non come slogan, ma come idea culturale profonda. Armonia tra bellezza e responsabilità, tra tradizione e futuro, tra gesto sportivo e valore civile. La bellezza italiana, dice Malagò, non è un possesso, ma un’eredità affidata dalla storia: vive solo se viene trasmessa, se diventa forza morale capace di costruire il domani. La tradizione, ricorda citando un principio caro al pensiero europeo, non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco.

C’è poi il ringraziamento corale: alle istituzioni, al CIO, alle città di Milano e Cortina, alle Regioni, alle Province autonome, ai volontari. Un passaggio che restituisce il senso di un progetto complesso, reso possibile da una collaborazione larga, nazionale. Ma il discorso si chiude guardando agli atleti, veri destinatari dei Giochi: in un mondo attraversato da conflitti, la loro presenza insieme dimostra che un altro orizzonte è possibile, fatto di rispetto, incontro, unità. Malagò consegna così la cerimonia al suo atto finale: la dichiarazione di apertura ufficiale. L’Italia ha parlato al mondo. Ora tocca allo sport.
Il messaggio di Kirsty Coventry: l’umanità al centro dei Giochi
La parola passa alla Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Kirsty Coventry, e il tono della cerimonia si sposta con decisione sul piano umano. Il suo intervento non è protocollare: è diretto, empatico, costruito sull’esperienza personale di ex atleta olimpica che conosce quel confine sottile tra euforia e tensione che precede il momento decisivo.
Coventry si rivolge prima di tutto agli atleti, ovunque si trovino — Milano, Cortina, Predazzo, Livigno — e chiarisce il senso della serata: questi Giochi appartengono a loro. Anni di sacrifici, di albe anticipate, di fatica invisibile trovano qui una forma compiuta. L’invito è semplice e potente: essere fieri, dare il massimo, ma soprattutto vivere ogni istante, perché i Giochi mostrano al mondo non solo chi vince, ma che cosa significa essere umani.

Il discorso si allarga poi al valore universale dello sport. La forza, ricorda Coventry, non coincide solo con la vittoria, ma con il coraggio di rialzarsi, con l’empatia, con il rispetto dell’avversario. Le immagini che gli atleti offrono — una caduta superata, un abbraccio al traguardo — diventano esempi che parlano a tutti, ben oltre lo stadio. È qui che lo spirito olimpico si fa linguaggio comune, capace di ricordare a ciascuno la possibilità di scegliere gentilezza e rispetto.
Dal proprio retroterra culturale africano, Coventry introduce il concetto di Ubuntu: io sono perché noi siamo. Un’idea che sintetizza il senso profondo dei Giochi: si cresce solo aiutando gli altri a crescere, la forza nasce dalla cura reciproca. È un messaggio che trova nello sport la sua forma più visibile, con atleti di ogni Paese che competono duramente e allo stesso tempo si sostengono, si ispirano, si riconoscono simili.

Il Presidente Mattarella apre ufficialmente i 15esimi Giochi Olimpici Invernali
Il ringraziamento finale è rivolto all’Italia, alle istituzioni, ai partner e soprattutto ai volontari, indicati come anima silenziosa dei Giochi. Coventry richiama poi il viaggio della fiamma olimpica attraverso il Paese, portata da migliaia di persone e accolta da milioni di sguardi: un filo luminoso che unisce territori e comunità. L’accensione del braciere diventa così il segnale definitivo: i Giochi sono realtà, il momento è arrivato. Ora il mondo può guardare agli atleti e, attraverso di loro, al meglio dell’umanità.
La voce di Bocelli

Un’altra eccellenza nel mondo dell’Italia, il geande Andrea Bocelli che ha cantato nessun Dorma mentre Franco Baresi e Beppe Bergomi portavano al’interno di San Siro la fiaccola per passarla a Paola Egonu e altre giocatrici dell’oro Mondiale della pallavolo

Il viaggio della Fiamma Olimpica
Il percorso ha toccato tutta l’Italia, Nord e Sud, colmando simbolicamente una distanza che i Giochi invernali tendono a lasciare in ombra. Il racconto torna a Olimpia, luogo d’origine del fuoco, e alla figura della tedofora che lo ha raccolto, in un ideale filo che lega Torino 2006 a Milano-Cortina 2026. È un passaggio di testimone che diventa memoria viva, personale e collettiva insieme.
L’ingresso della fiamma a San Siro avviene sulle note di Nessun dorma, scelta che amplifica il senso di solennità. La fiaccola viene consegnata in un gesto scandito e riconoscibile, mentre lo stadio accompagna il passaggio con un silenzio carico di attesa. Poi la fiamma non si ferma: attraversa lo stadio ed esce, proseguendo il suo viaggio.
È qui che la cerimonia compie un atto inedito: per la prima volta nella storia olimpica vengono accesi due bracieri, all’esterno del luogo della cerimonia. Un doppio fuoco che riflette l’anima dei Giochi, Milano e Cortina, città e montagna, due poli uniti dalla stessa luce. La fiamma non resta chiusa nello stadio, ma si apre, si distribuisce, diventa segno visibile di pace e di responsabilità condivisa.
Il messaggio è esplicito e quotidiano insieme: lo spirito olimpico non appartiene solo alla notte della cerimonia, ma alle azioni di ogni giorno, ai gesti semplici, alla capacità di custodire sogni. Con il fuoco che continua il suo cammino, i Giochi sono ormai accesi. E l’Italia, ancora una volta, li affida al mondo.
Entra la bandiera Olimpica

La cerimonia entra nel suo momento più dichiaratamente etico. In scena arrivano 20 ballerini under 20, che danno corpo alle parole di Gianni Rodari: “We want peace, peace, peace”. La danza costruisce una grande colomba, simbolo universale di pace, composta dai corpi stessi dei giovani interpreti. È un’immagine semplice e potentissima, affidata alle nuove generazioni, chiamate a custodire il senso dei Giochi.
Il messaggio si espande quando prende la parola Charlize Theron, ambasciatrice di pace, che richiama il pensiero di Nelson Mandela: la pace non è solo assenza di conflitto, ma creazione di un ambiente in cui tutto diventa possibile, oltre differenze di razza, religione, genere, origine. Un passaggio che lega lo spirito olimpico all’urgenza del presente.
A questo punto la scena si fa solenne: entra la bandiera olimpica, accolta dall’inno. A portarla sono otto messaggeri di pace, figure che incarnano impegno civile, sportivo e umanitario. Tra loro Filippo Grandi, simbolo della protezione delle persone costrette a fuggire dalle proprie case; Cindy Ngamba, prima atleta del Team Olimpico dei Rifugiati a vincere una medaglia; Rebecca Andrade, icona di resilienza; Eliud Kipchoge, campione olimpico e ambasciatore UNESCO per i valori dello sport. Con loro anche personalità impegnate nel disarmo nucleare, nella tutela dei diritti umani, dell’ambiente e dell’uguaglianza di genere.
Il drappo olimpico attraversa lo stadio come sintesi morale dei Giochi. Non è solo un simbolo sportivo: è la dichiarazione che Milano-Cortina affida al mondo. Prima della competizione, prima delle medaglie, viene l’umanità condivisa. E la pace resta il centro della scena.
La bandiera sale: Cortina risponde, l’inno prende forma
Dopo il passaggio degli ambasciatori di pace, la cerimonia si sdoppia simbolicamente tra Milano e Cortina. Sulle Dolomiti entrano in scena Franco Nones e Martina Valcepina, chiamati a replicare il gesto solenne già compiuto a San Siro. Nones, primo campione olimpico italiano della storia nello sci di fondo, e Valcepina, riferimento assoluto del pattinaggio di velocità su pista corta, incarnano il legame tra memoria e presente dello sport azzurro.

Alle loro spalle, a Cortina, la Casa delle Regole — edificio simbolo, sede di un’istituzione millenaria ancora attiva — diventa quinta ideale del rito. È un richiamo preciso alla continuità tra comunità, territorio e responsabilità: la bandiera olimpica viene consegnata e preparata per l’alzabandiera, mentre la scena si carica di un silenzio d’attesa.
Il pubblico è invitato ad alzarsi in piedi. Parte l’inno olimpico, affidato a due interpreti d’eccezione: Cecilia Bartoli e Lang Lang. Voce lirica e pianoforte costruiscono un’esecuzione di grande misura, che accompagna l’ascesa del drappo con compostezza e intensità. È un momento di solennità pura, senza orpelli, che sigilla il passaggio dal racconto alla consacrazione ufficiale dei Giochi.
Con la bandiera che sale e l’inno che risuona, Milano-Cortina entra definitivamente nel tempo olimpico. La cerimonia ha detto tutto ciò che doveva dire; ora resta lo spazio allo sport.
Il sole, il cosmo e il giuramento: l’accensione prende forma
La cerimonia entra nel tempo cosmico del finale, quello in cui i simboli smettono di raccontare e iniziano a accendere. La scena si costruisce attorno alla luce: un sole artificiale prende vita, richiama il firmamento, disegna sfere in movimento che trasformano San Siro in una galassia viva, una Via Lattea che si espande oltre lo stadio. È un omaggio esplicito alla conoscenza, alla scienza, all’ingegno umano, evocato anche attraverso il nome di Margherita Hack, celebrata a Milano con una statua e qui richiamata idealmente nel momento in cui il fuoco sta per nascere.

Il racconto visivo allarga lo sguardo: non più solo Milano o Cortina, ma l’Italia che si apre al mondo. In scena compare Samantha Cristoforetti, che attraversa il palco tenendo una bambina per mano. È un’immagine limpida: il futuro che accompagna il presente, la conoscenza che si trasmette, la curiosità che non si spegne. La cerimonia dichiara così la sua direzione finale: andare oltre i confini fisici, culturali, generazionali.

Prima dell’accensione, arriva il giuramento olimpico, pronunciato a più voci da atleti e ufficiali di gara: Dominik Fischnaller, Stefania Costantini, Elisabetta Biavaschi, Maurizio Marchetto, Raffaella Locatelli e Gabriele Tolgo. Le parole sono nette: rispetto delle regole, inclusione, uguaglianza, solidarietà, rifiuto di doping, inganni e discriminazioni. Non formula rituale, ma patto pubblico.
Poi il tempo si ferma. La fiamma olimpica è annunciata. È il momento clou. Tutto ciò che la cerimonia ha costruito — arte, memoria, pace, conoscenza, sport — converge qui. Il sole è pronto a diventare fuoco. E i Giochi, finalmente, a cominciare.
Armonia: quando il fuoco diventa promessa

L’ultimo atto si compie nelle strade di Milano e tra le Dolomiti di Cortina, come doveva essere fin dall’inizio. La fiamma avanza tra la gente, portata da Gerda Weissensteiner e Manuela Di Centa: entusiasmo vero, mani tese, sguardi che si riflettono nella torcia-specchio. Il testimone passa a Enrico Fabris, doppio oro a Torino 2006, che conduce il fuoco verso l’Arco della Pace. Un luogo che dice tutto: non trionfo, ma pace; non potere, ma responsabilità.

Poi, ad attenderlo sotto l’Arco della Pace dove è stato eretto il braciere, Alberto Tomba e Deborah Compagnoni. E chi se non loro!

In parallelo, a Cortina, la storia dello sci azzurro accompagna l’ultimo gesto. Gustav Thöni consegna la fiamma a Sofia Goggia, chiamata ad accendere il braciere dolomitico. È l’immagine che riassume tutto: due bracieri, accesi insieme, mai successo prima. Milano e Cortina. Città e montagna. Un unico disegno.

La forma del fuoco richiama i nodi vinciani, omaggio al genio di Leonardo da Vinci: linea continua, connessione senza interruzioni. Un’idea firmata dal direttore creativo Marco Balich, che chiude il cerchio concettuale della serata. La musica di Roberto Cacciapaglia accompagna l’accensione e tornerà ogni sera, rendendo il rito quotidiano, condivisibile, vivo.

Poi l’esplosione finale: luci, fuochi d’artificio, atleti che salutano, San Siro che vibra. La voce ufficiale sancisce l’atto conclusivo: che i Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026 abbiano inizio.
Il titolo della cerimonia — Armonia — smette di essere parola e diventa fatto. Il fuoco è acceso. Ora resta solo lo sport.







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