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Lo studio scientifico del Politecnico sul rischio contagio sulla neve

Arriva lo studio scientifico del Politecnico sul rischio contagio sulla neve. Quindi un parere un poco più vicino alle reali condizioni che si incontrano in montagna. Da parte di chi? Del professor Paolo Maria Ossi, docente del Politecnico di Milano (dipartimenti di Energia, Settore scientifico disciplinare di Fisia della Materia). Ma è anche maestro di sci (Scuola Sci Gressoney Monte Rosa) e insegna “fisica dello sci alpino” ai corsi di formazione maestri (sci alpino). Oltre ad essere allenatore di atletica leggera (CUS Milano). Insomma, non solo un accademico.

Non si è prestato a una descrizione tecnico-scientifica “Perché sarebbe complicata da capire e forse anche un po’ noiosa“, ma si è lasciato a un commento “Che preferisco definire a bassa voce”.

Ecco cosa dice il professore.

Dunque, ci siamo. La Presidenza del Consiglio comincia a far girare la voce, di prima mattina, che gli impianti di risalita non apriranno prima di fine Gennaio 2021. Poi in serata il Premier Giuseppe Conte lo conferma in diretta a La7, ovvero non in un atto ufficiale. Quindi si è ballato tutto il giorno con le note di indiscrezioni giornalistiche. Poi con una dichiarazione che si pone a metà tra il personale e la voce dell’intero Governo. Per farla breve, altro esempio della brutta, ma consolidata tecnica di lancio di sasso nello stagno. Se si sollevano solo ondine, avanti tutta. Altrimenti si vedrà.

Se avete un attimo di pazienza, andiamo con ordine: nella Lettera di un Maestro di sci, parte prima (Sciare, 30 Ottobre 2020) Walter Galli chiedeva “Ma sono stati effettuati studi che dicono che questa perfida malattia si annida anche tra gli impianti di risalita. E sulle piste, luoghi secondo cui per alcuni politici e virologi esiste il pericolo, fondato, di essere contagiati, tanto da chiudere?

Esiste qualcosina. E sarà pubblicato su una Rivista internazionale a giorni.

È uno studio motivato da Covid-19, ma che si interroga sulla propagazione dell’aerosol (quel misto di vapore d’acqua e goccioline che emettiamo quando respiriamo, tossiamo, starnutiamo) all’aria aperta.

Ci sono nella letteratura scientifica molti studi su questo argomento, svolti per luoghi chiusi.

Questi studi sono stati motivati dall’interesse per la diffusione di malattie infettive (per esempio raffreddore, o influenza) in ambienti dotati di impianti di aria condizionata.

Quest’ultimo studio, svolto al Politecnico di Milano (1), si dedica esclusivamente al respiro ed alla tosse leggera (quella di chi si schiarisce la gola) perché si tratta degli atti respiratori “normali” e perciò più diffusi: in diversi ambienti e diverse stagioni, in assenza di vento, su quale distanza propaga l’aerosol così prodotto?

Fra gli ambienti si considera il caso montagna inverno con dati tipici di una giornata invernale di bel tempo. I dati meteorologici rappresentativi statisticamente delle condizioni tipiche di una giornata invernale di bel tempo si riferiscono ad un luogo specifico (Gressoney St. Jean, Valle D’Aosta), ma i risultati ottenuti sono tranquillamente estendibili a Madesimo, Sestola, Corvara, Roccaraso, Courmayeur, Bormio, Passo del Tonale, o quel che volete.

Dunque, le goccioline presenti in aerosol da respiro che percorrono la maggiore distanza (35 micron) evaporano a circa 1m dalla bocca di chi le ha emesse. Quelle più piccole, o più grandi raggiungono distanze minori (per esempio, goccioline da 100 micron cadono a terra a 50 cm dalla bocca). Per la tosse (ripeto, leggera) le distanze crescono, come si può immaginare, fino a  1.80m dalla bocca (gocce da 40 micron). Giusto per confronto, una gocciolina da 100 micron in aerosol da tosse cade a terra a circa 85 cm dalla bocca.

Questi dati in assenza di protezioni di qualunque genere. E allora? E allora, parliamo di conseguenze pratiche.

1) Nelle code agli impianti, se manteniamo una distanza fra persone di 1.5m e usiamo le mascherine, o i buff (vestiti correttamente, please) siamo ragionevolmente a posto.

2) In seggiovia, o sciovia, il vento artificiale creato dal movimento dell’impianto è a nostro favore perché dirige il flusso d’aria del respiro in direzione opposta alla nostra. Cioè dietro di noi: basta un briciolo di attenzione a evitare di respirare, o parlare voltandoci proprio verso il nostro eventuale compagno di risalita.

3)  In funivia, cabinovia numero ridotto + mascherina/buff e, aggiungo, finestrine aperte.

4) In pista: lo sci è sport individuale, come la corsa, durante la sua esecuzione; come nella corsa sta a noi non raggrupparci a fine ripetuta (ed a noi allenatori/maestri impedirlo ai nostri allievi). Questo vale anche, e di più, per chi pratica sci turistico;

5) Lezione di sci: i momenti potenzialmente critici sono quelli dedicati alle spiegazioni, ma ogni maestro sa mantenere gli allievi a distanza fra loro di 1.5m, magari disponendoli sfalsati di mezzo sci in avanti-indietro.

6) Locali (bar, ristoranti ecc.) sulle piste: non ho esperienza. Posso solo dire che un ambiente chiuso, poco arieggiato, con alto tasso di umidità relativa è un luogo molto adatto per la diffusione di Covid-19. Soluzioni? Magari si entrerà solo in pochi per volta, con mascherina/buff, per prendere qualcosa da bere, o mangiare fuori, non in gruppo. Triste? Sì.  Faticoso? Sì. Ma temo che o così, o niente.

Commento finale. Il Natale pare sia saltato, ma il dopo? Sarà certamente una ripresa non facile. Temo i furbi-faciloni-egoisti che pur di “fare un giro in più” cercheranno, per esempio, di salire a tutti i costi in una cabina, invece che aspettare trenta secondi quella seguente.

Se partiamo così, chiudiamo molto presto. Guadagno io un giro oggi e perdiamo tutti tre, o quattro mesi da domani. Questo va fermato, dopo aver diffuso avvisi chiari sul comportamento (uomo avvisato…) senza pietà da chi sulla neve lavora e porta a casa il pane (per esempio, confisca immediata in loco dello skipass).

(1) E. Maggiore, M. Tommasini, P.M. Ossi “Propagation in outdoor environments of aerosol droplets produced by breath and light cough” Aerosol Science and technology 2020 in the press  https://doi.org/10.1080/02786826.2020.1847247 lo studio scientifico lo studio scientifico lo studio scientifico

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.