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Non ti lascerò mai

Un famoso allenatore di basket, Coach Gamba, un giorno mi disse che la fine della carriera agonistica è la più lunga e dolorosa caduta di un atleta. Spesso rialzarsi è così difficile che servono anni prima di approdare mentalmente ad una vita «normale» ed equilibrata.

Questo accade perché la parte «atleta» occupa quasi interamente lo spazio dell’identità della persona, le altre aree composte da: amico, figlio, studente, fidanzato e altri ruoli, solitamente sono molto ridotte. Conseguentemente quando l’impegno agonistico viene concluso si crea un vuoto, simile a una voragine, che causa sensazioni difficilmente tollerabili.

Vi è una notevole differenza tra l’atleta evoluto che ha fatto una buona carriera agonistica e che per anni ha raccolto successi, fama e soldi, rispetto all’atleta che non è riuscito a far emergere al massimo le proprie potenzialità ed è costretto a un ritiro precoce, sentendo di aver seminato tanto e raccolto ben poco.

Nello sci le motivazioni di abbandono precoce sono molteplici, così che atleti talentuosi malgestiti, incompresi e sprecati, purtroppo, sono all’ordine del giorno. A volte l’eredità sportiva non è proprio delle migliori e lascia segni indelebili più o meno patologici dovuti alle esperienze vissute: sentimenti d’inferiorità (per i fallimenti subiti), blocchi alla realizzazione degli obiettivi (infortuni, esclusione dalle squadre, malattie), episodi umilianti (punizioni, rimproveri, critiche, pressioni).

Spesso questi atleti, perlopiù giovani, attraversano un periodo molto delicato, in cui è fondamentale riempire velocemente quel vuoto con altri interessi e impegni. Soprattutto se l’atleta non ha raggiunto una buona maturazione mentale ed emotiva, rischia di sentirsi così privo di motivazioni da cadere in veri e propri episodi depressivi. Non trovare più senso alla vita e a ciò che può offrire, isolarsi dalle amicizie, fuggire per ore sui social network, anestetizzarsi davanti alla tv, riempirsi di alcol e di droghe, sono tutte modalità passive e non funzionali per sostituire ciò che non c’è più.

Il vissuto di perdita sommata al senso di fallimento rispetto ai propri obiettivi agonistici, può anche diventare un binomio pericoloso che spesso porta la persona a punirsi autosabotando risorse e potenzialità, senza riuscire a stabilire nuove mete da raggiungere. Sentimenti d’inferiorità si scontrano con quel sogno di successo e fama a cui l’atleta si è dedicato per anni e da cui attingeva la propria motivazione. L’Io idealizzato e onnipotente che già pregustava l’idea di diventare un Campione si prende a pugni con l’Io reale che ritirandosi dall’agonismo deve accettare l’idea di una definitiva mediocrità, chiedendosi : «se non sarò più un atleta allora chi sarò?».

Sbandamenti e confusione sono gli stati d’animo più frequenti. La consapevolezza che vivere tutto questo è «normale» e legittimarsi a sentirlo, aiuta l’atleta a reagire in modo positivo, a riconoscere di avere bisogno di aiuto dalla famiglia e dagli amici. A volte serve anche un aiuto più profondo affidandosi ad un professionista che sia in grado di fornire un aiuto concreto all’atleta nell’accettare il cambiamento di vita, elaborando e superando il dolore del fallimento e riconoscendo altre potenzialità e risorse per rimettersi in gioco in altri ambiti della vita.

Invece, l’atleta evoluto fatica ad accettare il limite di quel EX davanti a se stesso, a volte si allontana per anni dall’ambiente dello sci evitando quell’intollerabile sensazione di abbandono. Viceversa, altri atleti riescono a superare il proprio lutto ributtandosi nell’ambiente con altri ruoli socialmente riconosciuti (maestro di sci, allenatore, giornalista, produttore o venditore di attrezzature per lo sci, ecc.) reinventandosi in questo modo una nuova professione legata alla passione per lo sport.

Con la consapevolezza che, l’essere atleta è un atteggiamento interiorizzato, i Campioni possono terminare la propria carriera agonistica, ma resteranno sempre atleti, con tutte le loro caratteristiche psicofisiche di: sfida, passione, voglia, motivazione, precisione, duro allenamento, impegno, forza, costanza, empatia, determinazione, resilienza (tutto questo fa parte dell’eredità positiva).

Mi piace dire che non esistono ex atleti, esistono solamente atleti che hanno cambiato mete e obiettivi di vita e che dentro di loro sono e saranno sempre atleti e Campioni 

 

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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