Il presidente FIGC definisce il calcio l’unico sport professionistico, ma i risultati olimpici e il modello degli sport invernali raccontano una realtà molto diversa.
L’eliminazione contro la Bosnia e il conseguente terzo Mondiale consecutivo mancato rappresentano il punto più basso della storia recente del calcio italiano. Non solo per il risultato sportivo, ma per il simbolo che esso incarna: una nazionale che un tempo era sinonimo di eccellenza globale oggi non riesce nemmeno a qualificarsi per la competizione più importante.
In questo contesto, le parole del presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Gabriele Gravina, secondo cui “il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici… sport di Stato, come lo sci”, hanno acceso una polemica che ha travalicato il mondo del pallone, coinvolgendo direttamente anche gli sport invernali.
Gravina ha sostenuto che il paragone tra calcio e altre discipline sarebbe improprio perché queste ultime, in particolare gli sport invernali, beneficerebbero del sostegno pubblico attraverso i gruppi sportivi militari, risultando quindi avvantaggiate.
Dal punto di vista giuridico, la distinzione esiste: lo sci alpino non è classificato come sport professionistico. Molti atleti sono arruolati nei corpi dello Stato o sostenuti direttamente dalle famiglie e dai club. Ma fermarsi a questo dato normativo significa ignorare la realtà quotidiana di uno sport tra i più esigenti e costosi al mondo.
Sci, attrezzatura, allenamenti, trasferte internazionali, infortuni: lo sci alpino è una disciplina che richiede investimenti economici enormi fin dalle categorie giovanili. Senza il sostegno dei gruppi sportivi, dei club, della federazione e delle famiglie, molte carriere semplicemente non inizierebbero.
Lo dimostra il percorso di giovani atlete come Anna Trocker, cresciuta nello Sci Club Seiser Alm e sostenuta in larga parte dall’impegno economico e organizzativo dei genitori, oltre che dalla struttura federale territoriale. Un modello che è comune a gran parte dello sci italiano e che non ha nulla a che vedere con il dilettantismo inteso come scarsa professionalità o minore impegno.
Dal punto di vista legale, uno sciatore italiano può essere considerato dilettante. Dal punto di vista sportivo, però, la sua quotidianità è quella di un professionista: allenamenti quotidiani, preparazione atletica e mentale, staff tecnici, sponsor e una stagione agonistica che si svolge su scala globale. Questo è il suo lavoro fino a quando si ritirerà dall’agonismo.
Atlete come Federica Brignone e Sofia Goggia sono tra le figure più riconosciute dello sport italiano nel mondo. Eppure, secondo la definizione usata da Gravina, rientrerebbero nella categoria degli sportivi “dilettanti”.
I risultati parlano chiaro. Alle ultime Olimpiadi invernali, l’Italia ha conquistato 30 medaglie complessive, di cui 19 provenienti dalle discipline della Federazione Italiana Sport Invernali (30 considerando anche le discipline della federazione ghiaccio).
Si tratta di una percentuale enorme del medagliere nazionale, che conferma come gli sport invernali rappresentino oggi uno dei settori più competitivi dello sport italiano a livello internazionale. Definirli “dilettantistici” nel linguaggio comune significa ignorare questo dato di realtà.
Il calcio è senza dubbio lo sport più ricco, più mediatico e più strutturato del Paese. La
Federazione Italiana Giuoco Calcio gestisce un sistema che muove miliardi tra diritti televisivi, sponsor e trasferimenti, con club quotati in borsa e una rete capillare di settori giovanili.
Proprio per questo, la distinzione tracciata da Gravina si trasforma in un boomerang comunicativo. Se il professionismo garantisce più mezzi, più infrastrutture e più visibilità, allora il fallimento della Nazionale non è attenuato, ma aggravato. Gli sciatori italiani continuano a vincere con budget inferiori e strutture meno capillari, mentre il calcio, pur con risorse enormemente superiori, non riesce più a qualificarsi ai Mondiali.
Il riferimento agli “sport di Stato” è stato percepito come un tentativo di scaricare parte delle responsabilità su fattori esterni. Una distinzione tecnica – quella tra professionismo e dilettantismo – è stata utilizzata in un contesto emotivo per relativizzare il fallimento del calcio e ridimensionare, implicitamente, i successi degli altri sport.
Eppure, proprio il modello dei gruppi sportivi militari citato da Gravina ha permesso all’Italia di restare competitiva in discipline dove il mercato privato non sarebbe in grado di sostenere carriere costose e ad alto rischio come quelle dello sci alpino.
Le reazioni dei tifosi e degli appassionati alle parole di Gravina hanno mostrato una frattura sempre più evidente tra la dirigenza del calcio e l’opinione pubblica. Dopo tre Mondiali consecutivi mancati — un evento senza precedenti — il Paese si aspettava un’assunzione di responsabilità chiara, non un confronto con altri sport per spiegare il fallimento.
L’immaginario del calcio italiano resta legato ai trionfi del 1982 e del 2006, con campioni come
Paolo Rossi, Gianluigi Buffon e Fabio Cannavaro, solo per citarne alcuni. Oggi, vedere la Nazionale esclusa dalle grandi competizioni e sentirne minimizzare le cause amplifica la frustrazione di un’intera generazione di tifosi.
La gravità delle parole di Gravina non sta solo nella loro imprecisione tecnica, ma nel messaggio implicito: quello di mettere in discussione la dignità sportiva di discipline che, al contrario, stanno tenendo alto il nome dell’Italia nel mondo. Lo sci italiano dimostra che si può essere formalmente dilettanti e allo stesso tempo estremamente professionali nella preparazione, nella programmazione e nei risultati. È un modello che il calcio, invece di criticare, dovrebbe studiare.
Il calcio resta lo sport più popolare e potente del Paese. Ma proprio per questo non può permettersi di cercare alibi. Se discipline con meno risorse, meno visibilità e meno tutele contrattuali riescono a produrre campioni e medaglie, la domanda non è perché gli altri sport siano “dilettantistici”. La vera domanda è perché il calcio italiano, pur essendo il più ricco e strutturato, abbia smarrito la propria identità competitiva. Una domanda a cui la federazione dovrà prima o poi rispondere. Possibilmente senza altre frasi così difficili da difendere.






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