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Rinvio? Chiusura? I professionisti del panico sono all’opera

Discutere e ipotizzare di chiudere la montagna, mettere il luchetto agli impianti, fermare ogni attività sulla neve è diventato uno sport. Alcuni sono veri fuoriclasse, professionisti del pensiero, della penna, delle ipotesi.

Probabilmente non lo fanno per male, nel senso, non ce l’hanno in modo diretto contro la montagna. Però è la prima cosa che viene in mente quando la curva tende a salire. Ecco, forse è per quello. Dà fastidio che si crei la contrapposizione offerta dallo sci, le cui curve si fanno in discesa.

Si mette sul tavolo tutto il catastrofismo possibile. Come se la montagna fosse il centro del pericolo di questo mostro. Un diffusore pericolosissimo. Molto, ma molto peggio di un cinema, di un grande magazzino, di uno stadio di calcio. O di un bar, un ristorante, un ufficio, una metropolitana nell’orario di punta.

Lo sci si pratica all’aria aperta. È questo che dà fastidio? È per questo che già oggi si porta la comunicazione verso un “Chiudiamo la montagna”, come fosse un’ottima soluzione? Il massimo del bizzarro è che chi punta il dito su questo vive in quelle regioni dove la montagna gli dà da vivere. Ma è conveniente gettare un po’ di benzina sul fuoco sostenendo che se si aprono gli impianti gli ospedali collassano. Mettiamo che questo sia vero. Ma santiddio mi devi anche dire che allora si richiude tutto, ma proprio tutto, come prima.

Oggi sono già usciti diversi articoli che girano attorno all’apertura rinviata delle stazioni a causa dell’impennata. Solo di questo, nessun altro settore viene citato. È una cosa da pazzi.

La montagna ha osservato ogni tipo di regola, per poter aprire. Ha addirittura anticipato alcune misure non propriamente convenienti, rispetto a quello che avrebbe potuto imporre il CTS. Si è affidata al green pass, con la stessa voglia di quando si è costretti a buttar giù un cucchiaio di olio di ricino. Ma lo ha fatto perché è l’unico modo per poter aprire.

Il Dolomiti Superski ci ha messo mesi per elaborare un sistema che sembra tanto semplice, ma che nella realtà ha implicato un lavoro informatico e di mappatura degli impianti impressionante. Senza considerare i costi.

No, non basta, o meglio, passa in secondo o terzo piano, perché è più bello arrivare a quel punto lì, a dire che bisogna rinviare, possibilmente di chiudere. Ci sarebbe anche l’ipotesi del G2 austriaco. Ma anche del G3, del G4 del G che vi pare, eppure si preferisce creare una situazione di panico, perché, perché… Difficile capire il perché. Se non che si vive in un sistema di comunicazione malato. Di protagonismo e sensazionalismo. E non sono soltanto giornalisti.

Bene, questi atleti del terrore stanno avendo buon gioco. Con un riverente ringraziamento da parte di negozianti di articoli sportivi, industria dell’attrezzo, strutture ricettive “bianche”, noleggiatori, impiantisti, maestri di sci, migliaia di lavoratori che campano grazie alla neve.

Insomma, quel sistema che genera 10 miliardi e che il Ministro del turismo Massimo Garavaglia ha recentemente sostenuto di voler riportare nelle casse a tutti i costi, solo pochi giorni fa. Certo, la situazione era lievemente diversa da oggi, ma da qui a ritirare fuori il disco della chiusura è qualcosa di becero, di irresponsabile. Praticamente un omicidio volontario! Al diavolo!

Allora, Signor Ministro, intervenga in difesa di questa situazione. Fermi questa assurde ipotesi immediatamente. La Montagna non può più permettersi di essere presa ancora una volta così sottogamba. Non se lo merita e non lo accetterebbe.

Bisogna ritoccare il protocollo? Che si parli di questo allora, o di altre soluzioni temporanee atte ad assicurare la massima tutela di tutti. Sono mesi che le istituzioni bianche studiano proprio su questo punto, Fisi, Anef, Federfuni, Amsi, Colnaz, Uncem… Se si alimenta anche solo l’ipotesi di una chiusura adesso, non si fa altro che sottoscrivere una condanna. Ed è meglio non dire a che cosa! Rinvio? Chiusura? professionisti panico

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.