Roberta Cataldi, presidente dello Sci Club Napoli e Presidente della Commissione Scuola Tecnici Federali della FISI, si candida al Consiglio federale nelle elezioni del 10 ottobre a Fiere Verona. Programma in tre mosse: allargare la base, portare il centro sud al tavolo delle decisioni e, nella corsa alla presidenza, tifare Flavio Roda.
Per presentare Roberta Cataldi basterebbe il soprannome, SnowQueen di Napoli, ma conviene sfoderare anche il resto dell’elenco, perché sul suo biglietto da visita le righe fanno la fila. Commercialista, maestra di sci e allenatrice federale, guida lo Sci Club Napoli dal 2015, presiede il Collegio regionale campano dei maestri di sci, nato nel 2016 da un gruppo di lavoro che aveva messo in piedi lei, e l’AMSI Campania. Oggi dirige anche la Scuola Tecnici Federali, la scuola dove prendono forma gli allenatori di tutte le discipline della FISI.
La sua storia sembra scritta da uno sceneggiatore con la passione per le montagne. Sugli sci a quattro anni, in una famiglia dove il nonno, nel dopoguerra, aveva contribuito a costruire un pezzetto di Roccaraso e il papà, primario medico e scialpinista, detestava le gare. Roberta cominciò a gareggiare di nascosto con la complicità della mamma e in casa giurava di sognare il mestiere di maestra, perché la parola atleta avrebbe scatenato la tempesta. Poi la laurea, nove anni in studio tra i bilanci con gli occhi inchiodati alla finestra e, a 28 anni, il titolo di maestra. Lei lo racconta così: ecco, ce l’ho fatta, adesso scappo via. Fidanzata con lo sci, diceva quattro anni fa, e l’aggettivo conserva ancora tutto il suo valore.
Quattro anni fa era già candidata al Consiglio, ma l’avventura andò a vuoto; la stima dichiarata per Roda, in compenso, ha attraversato il quadriennio intatta: allora la espose con un sorriso e un conto da commercialista, oggi la ripete con la stessa chiarezza. A convincerla stavolta è stata una telefonata collettiva: ad agosto l’hanno cercata i presidenti di tutto il centro sud, chiedendole di portare avanti una candidatura condivisa. L’abbiamo raggiunta in collegamento, con Napoli a 35 gradi e un allenamento sul ghiacciaio in agenda fra due settimane.
Cosa cambia tra la candidatura di quattro anni fa e questa?
È una candidatura molto più consapevole e molto più condivisa. Ad agosto mi hanno contattata tutti i presidenti del centro sud, chiedendomi di portare avanti una candidatura di tutto il territorio, e quella comunione di intenti mi ha regalato un’energia che da sola mi sarebbe mancata.
In questo quadriennio hai preso in mano la direzione di un punto nevralgico della federazione, l’STF. Cosa ti ha lasciato questa esperienza in prima fila?
La possibilità di guardare tante cose dal di dentro. Da fuori viene facile dire io farei così, io farei cosà, lo facciamo tutti; poi entri in strutture così grandi e ti accorgi che la nostra federazione somiglia a un mini CONI. Anche in STF le discipline sono tantissime, perché la scuola tecnica forma gli allenatori di ognuna, e il tempo vola. Abbiamo messo mano al testo tecnico dello sci nordico con Campaci, che ha fatto un ricamo, un lavoro incredibile, poi si interviene sull’alpino e a quel punto capisci che le cose da fare sono tantissime. Ogni volta che tocchi qualcosa lo tocchi per dieci, sedici sport, tutti diversi fra loro: quello che si fa è tanto e costante, e ne attende ancora una montagna.
A noi piace dire che gli allenatori italiani sono i più bravi del mondo. Reggono il confronto con gli altri paesi o ci piace dirlo e basta?
Quando metti mano alla formazione la prima cosa da fare è confrontarla con quella dei vicini, anche perché la richiesta di equivalenza dei titoli è continua. I nostri programmi hanno uno spettro amplissimo e colgono ogni aspetto: adesso si punta moltissimo sulla preparazione fisica come prevenzione, con test fisici e tante novità che altri paesi affrontano molto meno.
I norvegesi curano parecchio la parte atletica, mentre varie federazioni hanno programmi formativi che ignorano certi capitoli. Quest’anno in STF abbiamo introdotto in modo massiccio tutta la parte sulla sicurezza, un tema che tanti devono ancora affrontare. E i nostri tecnici arrivano da un percorso a gradini, primo, secondo e terzo livello: la formazione italiana è indubbiamente più completa.

Quale valigia ti porti a Milano, se entri in Consiglio?
È il mio percorso di vita: ho sempre fatto un passo alla volta e da quasi trent’anni mi occupo in prima linea del mio club e del mio comitato, mettendoci tutto il cuore, il tempo e la passione. Trent’anni fa da noi il vuoto era totale, adesso ho cresciuto un bellissimo staff di ragazzi giovani che possono portare avanti la realtà territoriale con le loro forze, e Stefan Bosio fa da faro con la sua mega esperienza.
Quello che ho raccolto in questi anni vorrei metterlo insieme e portarlo al tavolo delle decisioni, perché la mia realtà è quella del centro sud e, fossi lì, rappresenterei i problemi, certo, ma anche le cose belle. Il centro sud sta crescendo: lo sci nordico ci sta mettendo le mani, si lavora a un bellissimo centro per il fondo e per le discipline nordiche, mentre nell’alpino e nello snowboard andiamo già benissimo. Eppure, queste realtà in Consiglio federale sono poco rappresentate. I territori sono le estremità della federazione, il punto di partenza e quello di arrivo, e per crescere anche alle estremità serve qualcuno che le abbia vissute.
Come immagini una seduta del Consiglio federale, tu che finora l’hai visto da fuori?
Esiste sempre un ordine del giorno, e mi piacerebbe essere coinvolta e proporre argomenti. Già prima di entrare nella stanza si può muovere qualcosa: portare un tema ancora inesplorato. Poi, a seconda dell’argomento, si può delegare qualcuno a occuparsene, perché i consiglieri sono tanti, tra laici, atleti e tecnici, e nell’arco di un anno ciascuno può essere coinvolto sui temi dove serve di più. Bisogna approfondire e curare l’argomento di cui si discute.
E tu cosa metteresti all’ordine del giorno?
In questo momento sono portavoce di un territorio, il centro sud, e il tema è la partecipazione: allargare la base, i vivai, portare più iscritti e più società affiliate. Il cambiamento climatico ci rallenta: a Napoli oggi il termometro segna 35 gradi e fra due settimane dovrei andare a sciare sul ghiacciaio, quindi coinvolgere le persone diventa sempre più faticoso. Alla crisi climatica si somma quella economica, perché lo sci è, di base, uno sport molto caro.
Parecchi dicono che arriveranno contributi, ma la strada è più complessa: servono strategie, qualcosa da inventare per avvicinare la gente prima ancora di calzare gli sci sulla neve. Sono usciti i Neveplast, li ho provati di persona e funzionano: piccoli tappeti in città, magari sul lungomare di Napoli o a Roma, dove un bambino muove i primi passi su un pezzetto di “neve”. Su cento che lo provano, ottanta forse si fermano lì, ma a venti si accende una scintilla che li porta in montagna. Io in trent’anni ho portato sulla neve migliaia di persone e la contrazione di oggi la tocco con mano: nasce da una somma di circostanze. Il mondo cambia veloce e se noi rallentiamo ci lascia a terra.
Da quanti anni guidi lo Sci Club Napoli e quale idea ha portato più iscritti?
Sono presidente da 11 anni, però me ne occupo dal 1995, e da bambina ero un’atleta del club. Un’intuizione improvvisa? Macché: un lavoro costante e continuo, pieno di passione, e quando trasmetti passione la gente la percepisce.
Vivo qui e cerco di coinvolgere persone che alle dieci di sera passeggiano sul lungomare, una sfida continua. Sono presente sul territorio: due volte a settimana pattino sul lungomare con le mie allenatrici, che portano i bambini sui pattini e sugli ski road, un mezzo propedeutico bellissimo per lo sci, perché il bambino si appassiona alla disciplina dello scivolamento. Poi portiamo l’atletica al campo con una preparazione specifica.
L’intuizione è esserci: pensare qualcosa sul territorio, in città, perché dire alle persone il primo dicembre «lo sci club è aperto anche quest’anno, volete venire?» forse ha smesso di funzionare. Serve una presenza costante.
Roda, Noris, Bortoluzzi: ti piacerebbe che vincesse uno dei tre?
Lo dico apertamente: Flavio Roda. Se qualcosa funziona, nella vita come in federazione, bisogna continuare a lavorare e a crescere, e l’Italia dello sci ha bisogno di continuità. Sono commercialista e allenatrice nello stesso momento, abituata ai bilanci e allo sguardo tecnico, e il bilancio che ho fatto è positivo. Roda ha fatto crescere la federazione in modo sano negli ultimi quattordici anni: solo nell’ultimo quadriennio il valore della produzione è salito da 40 a 52 milioni, con sponsorizzazioni vicine al 45 per cento, e quando arrivano gli sponsor significa salute.
Da allenatrice aggiungo le 19 medaglie olimpiche, 6 delle quali d’oro. E da donna mi piace l’eleganza del Made in Italy portata sulle piste. Squadra che vince si conferma: tutta la vita Roda.
Tra sicurezza, tecniche maschili in cerca di risultati e tesseramento che fatica a crescere, quale argomento è più urgente?
Il tesseramento: bisogna fiondarsi. Le persone che riusciamo a portare sulla neve diminuiscono per mille motivi, frutto di una somma di circostanze, e con delle strategie si può reagire.
Sulla sicurezza, invece, il lavoro è partito da un anno e mezzo, deve continuare e anzi estendersi ovunque. In STF abbiamo cominciato subito: ogni corso di formazione e di aggiornamento prevede temi e ore di sicurezza in aula, per crescere tecnici preparati ad affrontare queste situazioni. Il Consiglio direttivo ha lavorato parecchio, soprattutto quest’anno: studiando le altre federazioni, la nostra è quella che ha puntato di più sul tema, con i dispositivi di protezione obbligatori anche per i bambini, un obbligo che altrove nel mondo ancora manca.
L’anno scorso è entrata la normativa nuova sugli allenamenti, che all’inizio ha messo in difficoltà club e stazioni per via di reti, protezioni e omologazioni, e adesso entriamo nel secondo anno. Il lavoro da fare è sempre tanto, ma se qualcosa va fatto va fatto a livello internazionale, e la FIS dovrebbe guardare i passi compiuti dalla federazione italiana.
In FIS abbiamo il numero due, il nostro presidente, quindi sul tema ha le idee chiarissime. Il 2025-26 ha visto i passi, il 2026-27 proseguirà nella stessa direzione e il Consiglio ha lavorato eccome,. Faccio un esempio: in Austria, in Francia o in Svizzera il casco da allenatrice me l’hanno sempre risparmiato, da noi ormai gli allenatori a bordo pista sono tenuti a metterlo.
Secondo te Roda ce la fa? Che sensazione hai?
Sono Napoletana… molto scaramantica… mi fermo qui.






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