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Sci club, il valore nascosto per le località sciistiche

Famiglie, notti in albergo, volontari, promozione, futuri maestri: quanto restituisce una squadra giovanile alla sua località. Una proposta concreta per stazioni, comuni e consorzi…

Immaginiamo un ufficio commerciale di una società impianti, a ottobre. Sulla scrivania la piantina del comprensorio schiacciata sotto il vetro, un portapenne ricavato da un vecchio scarpone da bambino, una penna che tamburella sul legno. Il presidente dello sci club entra con una cartellina sotto il braccio: dentro ci sono i risultati dell’inverno passato, le foto dei ragazzi sul podio, l’elenco delle famiglie iscritte. Il responsabile commerciale apre un foglio solo. Il listino.

Stagionali per atleti e allenatori, tariffa oraria del tracciato riservato, supplemento per l’apertura anticipata, costo della pista per la gara sociale. Una colonna di cifre, precisa come un orario ferroviario. Si discute, si lima qualche sconto, ci si stringe la mano. La cartellina torna a casa chiusa.
E’ quasi sempre così, sul tavolo compare sempre una colonna sola. L’altra, quella che racconta cosa porta il club alla località, dorme dentro la cartellina.

La seconda colonna

Proviamo ad aprirla, quella cartellina. Prima voce: le famiglie. Dietro ogni ragazzo con il pettorale si muove un piccolo esercito di genitori, fratelli, nonni con il thermos del tè e la coperta sulle ginocchia al traguardo. Dal primo fine settimana di novembre all’ultimo di aprile comprano skipass, mangiano nei rifugi, noleggiano, affittano per l’intera stagione. Qualcuno, a forza di rifare la valigia ogni venerdì, compra casa. Sono clienti che tornano con la neve scarsa, con l’inverno in ritardo, con la pioggia a mezza quota.

Seconda voce: le notti. Ogni gara giovanile porta in paese decine di squadre da fuori, furgoni carichi di sacche, allenatori, skiman, famiglie al seguito. Due o tre notti in albergo a gennaio o a marzo, le settimane in cui le chiavi delle camere riposano appese alla bacheca della reception.

Terza voce: i volontari. Le gare di Coppa del Mondo e di Coppa Europa ospitate dalle nostre località reggono sulle spalle di centinaia di persone: chi liscia la pista con gli sci, chi presidia le porte, chi sistema le reti all’alba della gara. Tanti arrivano dagli sci club, genitori e ragazzi insieme, con il badge al collo e il panino in tasca. Lavoro competente e gratuito, che il bilancio di un comitato organizzatore faticherebbe a pagare.

Quarta voce: la promozione. Ogni fine settimana il club gira l’Italia e a volte l’Europa. Si chiama come il paese, come il fondatore, come uno sponsor o con un nome di fantasia inventato da un gruppo di genitori trent’anni fa. Poco importa. Basta ascoltare le mamme al parterre di una gara giovanile: «Quelli sono di Ponte di Legno», «Quelle arrivano dall’Abetone», «Guarda, i ragazzi di Sestriere». La geografia dello sci si impara così, dalle giacche dei ragazzi in fila al cancelletto.

Quinta voce: il lavoro di domani. I maestri di sci, gli allenatori, i pisteur, i gattisti che oggi le stazioni cercano con fatica hanno imparato il mestiere fra quei pali.

Sesta voce: la vita del paese. Un martedì di gennaio, alle quattro del pomeriggio, sono i ragazzi del club ad accendere le luci della palestra comunale e a riempire il pulmino davanti alla scuola.

Rimettiamo i due fogli uno accanto all’altro. Il listino occupa mezza pagina. La cartellina del presidente riempie il resto della scrivania. Eppure, al tavolo il club si siede come un cliente da scontare, quando restituisce alla località molto più di quanto riceve.

Il racconto che manca

Quella seconda colonna sparisce spesso anche dai siti delle località. Provate a sfogliare il portale turistico di una stazione invernale: piste, impianti, skipass, dove dormire, dove mangiare, scuole di sci, noleggi, eventi, webcam, meteo. Tutto in ordine, tutto aggiornato, tutto pensato per convincere un cliente a prenotare. Nella maggior parte dei casi, fra quelle voci, lo sci club manca. La squadra che porta il nome della valle sul sito di casa scompare.

Basterebbe una pagina, “I nostri sci club”, fra le piste e gli alberghi. Dentro la storia della squadra, i volti dei ragazzi, i risultati della stagione, il calendario delle gare, gli allenatori, i contatti. Soprattutto un invito: le famiglie che passano l’inverno in valle, anche quelle di città, possono proporre ai figli settimane di allenamento con il club del posto, con accordi fra le società e coperture assicurative in regola. Un servizio per il cliente, oltre che un sostegno per la squadra. Chi scopre un club pronto ad accogliere i suoi bambini ha un motivo in più per tornare.

Da quella pagina il racconto può correre su tutti gli altri canali. Un post dopo ogni gara importante, i risultati del fine settimana sugli schermi della stazione a valle, una rubrica nella newsletter ai clienti, le gare giovanili nel calendario degli eventi con la stessa dignità dei concerti in quota. I ragazzi del club possono diventare i volti delle campagne promozionali al posto dei modelli. La località può portare la sua squadra alle fiere in città, dove le famiglie dei club cittadini formano il pubblico più attento. Il giorno in cui un ragazzo cresciuto lì arriva in Coppa del Mondo, il portale della valle dovrebbe essere il primo a festeggiarlo.

Costo quasi zero, ritorno doppio. Il club guadagna visibilità, sponsor, iscritti. La località guadagna storie vere e un’identità sportiva che la distingue dalle concorrenti.

Dieci centesimi del vivaio

Serve poi un gesto che renda visibile la seconda colonna anche nei conti. La proposta è semplice: dieci centesimi di ogni skipass venduto alimentano un fondo per gli sci club del territorio, scritti in chiaro sul biglietto. Il turista che sale in seggiovia diventa sostenitore della squadra di casa e la località racconta una storia tutta sua: qui ogni discesa aiuta un ragazzo a crescere.
Facciamo due conti. Una stazione che vende trecentomila primi ingressi a stagione raccoglie trentamila euro, quanto basta per un pulmino, una stagione di stagionali per gli allenatori o le quote di decine di famiglie in difficoltà. Una base da sommare agli altri contributi della località, che sul biglietto vale quanto una caramella.

Già, mi pare di sentirli: “bravo, facile fare i conti con i soldi degli altri”. Obiezione giusta. Chi gestisce una stazione combatte ogni inverno con bollette dell’energia da capogiro, innevamento, personale, mutui sugli impianti nuovi. Chiedere dieci centesimi in più a biglietto a chi fa quadrare quei bilanci somiglia alla predica di chi guarda la partita dalla tribuna. Proviamo allora a cercare un’uscita, anzi tre.

La prima costa zero.
Molte stazioni aiutano già i loro club con qualche sconto sugli stagionali o sul tracciato riservato. Sono soldi veri, che oggi si perdono in una riga del listino. Basta raccoglierli in un fondo con un nome, dichiararli sul biglietto e raccontarli: la stessa cifra, spesa una volta sola, diventa una storia da comunicare ai clienti.

La seconda la paga qualcun altro. Una banca del territorio, un caseificio, un’azienda di serramenti della valle adotta i dieci centesimi e in cambio mette il suo marchio sul biglietto, accanto alla scritta «per i ragazzi del club». Migliaia di skipass al giorno, migliaia di mani che lo leggono: per uno sponsor locale vale più di un cartellone sulla statale.

La terza la sceglie il cliente. Alla cassa, l’arrotondamento facoltativo di un euro per i ragazzi della valle. Chi passa una settimana bianca in un posto spende volentieri un euro per la squadra che vede allenarsi sotto la seggiovia.

Tre strade, tutte libere: ogni stazione, ogni consorzio di valle sceglie la sua. Il fondo può essere gestito da un comitato formato da società impianti, comune e consorzio turistico, con criteri trasparenti: numero di ragazzi, attività per i più piccoli, accessibilità per le famiglie, gare ospitate.

Due fogli sul tavolo

Alcune località sostengono già i loro club con convinzione e generosità: i ragazzi lo sanno bene. Per le altre torniamo in quell’ufficio di ottobre e immaginiamo il seguito.
La trattativa si chiude, il presidente raccoglie le sue carte. Dalla cartellina scivola una fotografia ingiallita, finita lì per sbaglio fra quelle dei podi: un bambino con un pettorale troppo grande, il casco storto e la tuta del club di trent’anni fa. Il responsabile commerciale la raccoglie da terra, la guarda una volta, poi una seconda. Sorride. Quel bambino è lui.

Gran parte di chi oggi firma i listini, dirige un consorzio o siede in consiglio comunale ha imparato a sciare con una tuta come quella. Basta ricordarselo, la prossima volta che sulla scrivania arriva una cartellina. Il listino si può riscrivere in un pomeriggio. Una seconda colonna, quella di un bambino che diventa uomo sulle piste di casa, si scrive in trent’anni. E vale molto di più.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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