Slalom Olimpico: l’analisi tecnica di una neve che è cambiata sotto i piedi delle migliori.
Cortina d’Ampezzo – Lo Slalom Olimpico femminile sulla Olympia delle Tofane non è stata una gara per deboli di cuore, né per chi si fida solo del termometro dell’aria. Se il gesto atletico di Mikaela Shiffrin le ha permesso di agguantare l’oro, la vera cronaca della giornata sta in quei 180 metri di dislivello tra lo Scarpadon e Rumerlo, dove la neve ha cambiato pelle tra una manche e l’altra.
Il miraggio del mattino: Ghiaccio e “Polvere”
Alle 10:00, la prima manche è stata un inno allo sci tecnico. Aria secca (RH 45%), temperature polari (-9°C allo Schuss) e un fondo barrato che rispondeva come marmo. In queste condizioni, l’atleta ha il controllo totale: la lamina incide, lo sci non scivola via. Shiffrin ha costruito qui il suo capolavoro, sfruttando una neve che, essendo molto fredda, offriva un grip costante dal primo all’ultimo palo.
La trappola del “Pettorale Invertito” e il suolo a +2°C
Il vero dramma tecnico si è consumato durante la seconda manche (ore 13:30). Qui entra in gioco la logica spietata dello Slalom: le migliori della prima manche partono per ultime (dalla 30ª alla 1ª).
Mentre le atlete con tempi alti sono scese su una pista ancora “fresca”, le big – come Shiffrin, Rast e Liensberger – si sono ritrovate a gestire una pista che non era più la stessa.
Il nostro modello ha rilevato un dato che ha spiazzato molti skiman: mentre l’aria a Rumerlo segnava 0°C, il suolo sotto la neve era a +2°C.
Cosa significa per l’atleta? Significa che la pista stava “cuocendo” dal basso. Negli ultimi 15 secondi di gara, lo sci non scivolava più su una superficie ghiacciata, ma su un velo d’acqua invisibile generato dal calore del terreno. È l’effetto suzione: lo sci rimane incollato, la risposta elastica sparisce e la gamba deve fare un lavoro doppio per tenere la linea.
Scarpadon: Il “muro d’ombra” che ha tradito le big
Se il finale era lento e faticoso, l’ingresso dello Scarpadon (P7-P8) è stato il punto di rottura tecnico. Il passaggio repentino dal sole pieno all’ombra delle Tofane ha creato un cambio di consistenza del ghiaccio istantaneo.
Non è un caso che molte uscite (come quelle di Lena Duerr e Sara Hector) siano avvenute proprio nel cambio di pendenza verso la diagonale. Passare da una neve “morbida” perché scaldata dal sole a un’ombra che vetrifica l’umidità in superficie richiede una sensibilità di piede che oggi solo le medagliate hanno dimostrato di avere.
Il verdetto della Regina delle Tofane
La gara di oggi ci lascia una lezione chiara: a Cortina vince chi sa sciare “leggera”. Mentre le atlete scese per ultime nella seconda manche lottavano contro i solchi e la neve saponosa del finale, Shiffrin ha saputo gestire il distacco accumulato nel freddo del mattino, limitando i danni in un parterre che ormai era diventato una palude termica.
L’oro olimpico di oggi non è solo un tributo al talento cristallino di Mikaela, ma alla sua capacità di capire che tra il cancelletto di partenza a 1735m e il traguardo a 1555m, oggi non c’era una pista, ma due mondi diversi.






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