La Stelvio di oggi non era la solita “lastra” di Bormio. Chi ha guardato la gara lo ha percepito subito: la neve non aveva quell’aspetto vetroso e secco tipico delle grandi giornate fredde. La sera prima si è registrata pioviggine a bassa intensità, in parte trasformata in nevischio in quota. Non abbastanza per compromettere la gara, ma sufficiente per modificare la struttura superficiale del manto.
Il dato ufficiale dice: -3.3°C alla partenza, +2.3°C all’arrivo. Questo significa che la pista non era omogenea. Era un sistema a due regimi.
La parte alta: fredda, ma non “marmo”
In quota la temperatura era negativa, ma la micro-struttura superficiale aveva già subito una leggera umidificazione nelle ore precedenti. Questo produce una neve che può sembrare dura al tatto, ma non ha la stessa restituzione elastica del ghiaccio puro.
Nel primo intermedio si vede infatti una distribuzione dei distacchi relativamente contenuta. Marco Odermatt firma il miglior tempo nel settore alto, segno che lì la pista permetteva ancora espressione piena di tecnica e aggressività.
Il settore centrale: la vera zona di selezione
Tra Fontana Lunga e Carcentina, con l’ombra alternata e la temperatura che si avvicina allo zero, la pista entra in transizione. È il settore dove l’energia non viene più solo restituita, ma in parte assorbita.
Qui emergono micro-differenze di pressione e pulizia. Non è un caso che alcuni atleti molto veloci sopra inizino a perdere qualche centesimo proprio in questa zona.
La neve, leggermente umidificata, tende a “lavorare” sotto lo sci. Non è collosa in senso classico, ma ha una risposta meno reattiva. È una pista che richiede finezza, non solo coraggio.
Il finale: sopra zero, e la pista cambia
Il dato più importante della giornata è il +2.3°C al traguardo. Significa che il tratto basso era in regime positivo. E quando la neve supera lo zero, anche di poco, il comportamento cambia:
- maggiore dissipazione per attrito
- minore restituzione elastica
- maggiore sensibilità al passaggio degli atleti
Il settore I3–Finish è stato decisivo.
Franjo von Allmen costruisce lì la solidità della vittoria: non è il più veloce assoluto nel primo intermedio, ma è tra i migliori nel finale, dove la pista inizia a “mangiare” energia.
Raphael Haaser firma addirittura il miglior parziale nel tratto conclusivo. È un dato enorme: significa che ha trovato il miglior equilibrio tra materiale, linea e gestione in un settore dove la pista non regalava nulla.
Il punto chiave: dove si accumula il tempo
Se analizziamo la distribuzione dei distacchi, vediamo che il tratto basso ha ampliato le differenze. Non in modo drammatico, ma in modo sistematico. Questo è coerente con un fondo che, sopra zero, diventa più sensibile. Non significa che la gara sia stata condizionata in modo anomalo. Significa che l’ambiente ha giocato un ruolo reale e misurabile.






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