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Traumatologia: perché tanti crociati…

La lesione dei legamenti crociati è propria dello sportivo. Da un punto di vista epidemiologico, le lesioni di questo tipo durante la pratica dello sci si trovano al secondo posto, precedute solamente da quelle conseguenti ai traumi da calcio. Il legamento crociato anteriore in particolare è una struttura anatomica fortemente sollecitata durante gran parte delle attività sportive e la sua rottura è tipicamente conseguente alle distorsioni del ginocchio.
Quest’anno si è assistito a un gran numero d’infortuni di questo tipo, negli atleti di Coppa del Mondo (Ted Ligety, Giuliano Razzoli e altri), al di sopra della media.
Le cause sono molteplici e sono da ricercarsi in diversi fattori.
Intanto il gesto atletico altamente performante, potente, caratterizzato da un’impressionante «lavoro» di gambe, con busto fermo e grande escursione delle ginocchia, dai materiali che costringono a esagerare i movimenti con rotazione forzate delle ginocchia. A questi fattori si aggiunge la mancanza di neve che ha costretto a ricorrere a neve artificiale molto dura e difficile da affrontare.
L’articolazione del ginocchio pertanto, deve garantire grande mobilità di flesso – estensione ma allo stesso tempo deve essere stabile. Il punto cardine è costituito dai due legamenti crociati anteriore e posteriore (pivot centrale), grazie ai quali viene impedita la traslazione della tibia anteriormente e lateralmente.
Sono strutture robuste, dotate di una certa elasticità, ma con un limite meccanico di trazione oltre il quale si possono rompere. Il meccanismo traumatico, come già detto, è di tipo distorsivo, che si traduce per l’atleta nell’inforcata di un palo, la caduta con rotazione brusca della gamba, l’impatto contro una cunetta nello sciatore comune o anche una improvvisa spigolata dello sci.
crociato_1La diagnosi clinica evidenziata dall’instabilità articolare deve essere confermata dall’esame TAC e RMN.
Fatte queste considerazioni è necessario dire che in caso di rottura il legamento crociato anteriore, e più raramente il posteriore, deve essere ricostruito.
Si è portati a pensare che questo intervento chirurgico sia riservato a chi pratica attività sportiva e non sia indicato sopra una certa età. Al contrario, la necessità di tale procedura deve tener conto di quelle che possono essere le conseguenze a seguito di una instabilità di ginocchio: la rottura dei menischi e l’usura della cartilagine articolare con conseguente artrosi precoce. Il limite di età assoluto per l’intervento non esiste. La tecnica ormai altamente standardizzata a livello mondiale è artroscopica con sostituzione del legamento rotto con tendine rotuleo o gracile e semitendine.

L’approccio chirurgico in entrambi i casi è come detto artroscopico con preparazione di due tunnel a livello femorale e tibiale attraverso i quali verrà fatto passare il neolegamento. La decisione di utilizzare uno o l’altro tendine dipende da fattori legati allo stato del tendine prescelto, dalla convinzione del chirurgo. Tuttavia negli ultimi tempi la preferenza dell’utilizzo del tendine gracile e semitendine ha avuto la prevalenza.
Le ragioni sono da ricercare nella conservazione del tendine rotuleo, nella riduzione del dolore per la mancanza dello scasso osseo a livello della rotula e della tibia. Io comunque continuo a utilizzare anche il tendine rotuleo.
All’intervento segue una riabilitazione appropriata indispensabile in assoluto per conseguire un risultato ottimale. I tempi di recupero in entrambi i casi sono di circa sei mesi, un po’ meno quando si utilizza il tendine rotuleo. Le complicanze sono ormai ridotte e facilmente rimediabili. Il risultato finale è una ripresa piena dell’attività sportiva anche e soprattutto agonistica.

CHI E’ FABIO VERDONI
Nasce a Trescore Balneario (BG) nel ‘57. Si laurea in Medicina e Chirurgia nell’85 presso l’Università Statale di Milano. Consegue nella stessa sede universitaria le specializzazioni in Ortopedia e Traumatologia, in Chirurgia della mano e il Master in Ortopedia pediatrica.
È Dirigente medico presso l’Istituto G.Pini di Milano dove è responsabile della Struttura Divisionale di allungamento e fissazione esterna degli arti. È membro di Società ortopediche nazionali e internazionali.
Diventa Maestro di sci nel 1976, con un trascorso agonistico a livello provinciale e zonale, attualmente scia a Ponte di Legno – Tonale. Frequenta l’ambiente agonistico dello sci seguendo i propri figli Davide (aspirante maestro) e Benedetta.
È sempre aggiornato sull’evoluzione dello sci e dei materiali dal continuo confronto con i colleghi maestri, allenatori e istrutturi. Ha già collaborato con la Rivista Sciare occupandosi di una rubrica di tipo ortopedico e traumatologico. E’ anche consigliere del Collegio dei Maestri di sci della Lombardia
Per eventuali quesiti o chiarimenti scrivere a sciare@sciaremag.it

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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