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Tre valori sublimi dello sci

Sono tanti, molti più di tre i valori dello sci che arricchiscono la nostra vita, ma qui voglio soffermarmi su tre di cui non si parla spesso ma che sono assolutamente straordinari. Sono: l’etica del livello di gioco, la necessità della cura, il piacere del dopo.
Il primo, l’etica del livello di gioco, è l’essenza dell’onestà dello sci. Non si tratta dell’onestà tra sciatori, il cosiddetto fair play, il rispetto delle regole che è certamente un altro valore dello sci, ma dell’onestà nei confronti del pubblico che va a vedere una gara di sci. Quest’onestà origina dalla suddivisione dello sci in «livelli» di merito. I «livelli», a differenze delle «categorie» che sono indici d’età, sono dei veri e propri misuratori di capacità: qualità tecnica e fisica ma anche qualità estetica ed emozionale di ogni singolo sciatore. Nello sci, come invero anche in tutti gli altri sport, c’è il livello massimo, la Coppa del Mondo, e ci sono i livelli più bassi, le gare Fis e quelle Fisi; insomma c’è chi scende sulla Streif e chi scende dalla pista più o meno attorno a casa. Come lo sci, si diceva, anche tutti gli altri sport sono suddivisi in livelli tanto che ogni sportivo sa riconoscerli come la più ovvia delle constatazioni. Non è pertanto possibile assistere a un evento sportivo senza conoscere a priori la natura qualitativa, tecnica, valoriale dello stesso. Le capacità degli atleti in campo sono chiare, dichiarate dal livello a cui essi appartengono. Non si è mai verificato che uno sciatore di Coppa con un paio di punti Fis si sia confrontato con uno sciatore con i punti Fisi a 3 cifre. Certo, qualsiasi sciatore può scendere male, non essere in forma, commettere degli errori ma sicuramente se scia in una gara di Coppa è perché ha dimostrato delle oggettive capacità che lo hanno portato a essere lì. Non è così invece nel mondo dell’arte o della cultura dove, non esistendo una netta suddivisione in «livelli» (inaccettabili nel mondo immodesto dei tutti geni), i grandi vengono riconosciuti postumi o non vengono riconosciuti affatto mentre chiunque può trovare la sua occasione di visibilità anche quando il prodotto che offre è decisamente scadente. Nel mondo dell’arte si è confusa la sacrosanta libertà d’espressione con l’impropria libertà di esibirsi, che ha reso quel mondo confuso, scriteriato, gratuito al suo stesso pubblico mentre nello sport la sacrosanta libertà di giocare è sempre vincolata al valore dei giocatori e questo ha fatto sì che la sensibilità del pubblico sportivo sia sempre rispettata. Nello sci nessuno oserebbe confondere una gara di club per qualcosa che essa non è, come invece accade con infinita leggerezza nel mondo non sportivo. Nello sport non c’è alcuna ambiguità, nessuna ipocrisia, nessuna finzione. E questo conta molto.
Il secondo valore, la necessità della cura, è un altrettanto stupefacente insegnamento che lo sci dà alla nostra vita di ogni giorno. Ogni sciatore conosce bene i propri punti deboli, sa che è sempre mancante di qualcosa, sa che c’è sempre qualcosa che deve mettere a posto. Perfino un campione che ha vinto, è consapevole che la sua azione non può definirsi perfetta, perché lui, pur vincente, non è perfetto. La vittoria è sempre e solo un momento circoscritto, chiuso, irripetibile. L’atleta e il campione devono quindi combattere giornalmente contro i propri limiti. Entrambi tuttavia sanno che è la cura di sé la necessità «vitale» per continuare a essere ciò che sono; la necessità «etica» per fare ancora meglio. La cura è di più dell’allenamento. La cura è vivere da atleta: allenarsi, alimentarsi, gestire il riposo, approfondire la tecnica propria e altrui, studiare, riflettere, formarsi il carattere, la mentalità vincente. Tutto questo è la cura: una necessità dell’essere atleta che include sia il corpo sia l’anima, che non vanno separati ma «curati» in una profonda interconnessione affinché l’atleta possa dare il massimo di se stesso. In questo senso la cura significa tendere al proprio miglioramento, significa tendere a diventare qualcosa di più di quello che si è, di quello che si riesce a fare.
Il terzo valore, il piacere del dopo, è anch’esso un valore straordinario. La fatica che talvolta si fa per raggiungere le piste, le alzatacce all’alba, il freddo intenso, la complessità dell’attrezzatura da gestire, la neve troppo dura o troppo molle a volte hanno la forza di annullare il godimento della azione stessa. Tuttavia una volta terminata la pratica sportiva, la fatica prima patita si trasforma in un profondo stato di appagamento, d’intenso piacere. Non è il piacere semplice del coricarsi sul divano per riposare il corpo affaticato dallo sforzo ma quel piacere completo che viene dal corpo stanco che si riposa e dall’animo che, disintossicatosi e purificatosi da ogni pensiero, è sereno e appagato.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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