Non c’era più posto. Né a sedere, né in piedi. E fuori, sul sagrato, una folla silenziosa che aspettava, composta, quasi a voler restare comunque vicina. Il Duomo di Monza, questa mattina, non è bastato a contenere l’abbraccio a Mario Colombo. Una presenza che andava oltre le pareti, oltre il rito, oltre ogni formalità.

Era la risposta più vera alla persona che è stata. Al suo modo di esserci, sempre.
Il feretro ha fatto il suo ingresso accompagnato dagli amici più intimi. Davanti, visibilmente commossi, Pierino Gros e Paolo De Chiesa: un’amicizia lunga una vita, nata sulla neve e cresciuta anche lontano dalle piste, tra passioni condivise e rispetto profondo. Gros ha voluto indossare la “Ceffa”, la storica giacca in pelle dei gigantisti della Valanga Azzurra, quasi a riportare dentro la chiesa un pezzo di quella storia che Mario aveva contribuito a vestire e a rendere grande. in prima fila la moglie Alessandra e i figli Stefano e “Checco” Francesco, la sorella Laura

Sulla bara, il cappello da Alpino perché andava molto fiero del grado di Tenente che aveva voluto fermamente. Mario Colombo non aveva mai smesso di portare con sé quel senso di appartenenza, discreto ma radicato, fatto di valori concreti e silenziosi. Motivo per cui si era prodigato molto anche nel sociale come ricorda il gonfalone del comune di Monza a fianco di quello degli alpini.
Dentro il Duomo c’era davvero “il mondo”. O forse, come qualcuno ha sussurrato, una valanga. La montagna è scesa per salutarlo: volti noti, campioni, amici di sempre. Tra loro anche Claudia Giordani, Andy Varallo, presidente di Dolomiti Superski, Augusto Prati, ex Presidente Pool Sci Italia. Ma accanto a loro, senza differenze, tantissime persone comuni. Perché Mario era questo: uno che non faceva distinzioni, che sapeva costruire legami veri.
E non c’era solo il Nord, non c’era solo lo sci. C’era anche il Sud. Dalla Puglia, da San Domenico, dove aveva ridato vita a una splendida masseria, simbolo di memoria e radici – sono arrivati in molti. Anche lì aveva lasciato un segno, fatto di rispetto e di amore per i luoghi.
Durante la cerimonia, le parole dei familiari hanno attraversato il silenzio con una forza semplice, autentica. Quelle del figlio Stefano, cariche di riconoscenza e continuità. Quelle della sorella, intime e profonde, capaci di restituire il lato più personale, meno visibile ma forse ancora più vero.
Parole che non cercavano di spiegare tutto. Perché non si può. Ma che hanno saputo raccontare l’essenziale: un uomo presente, un padre, un fratello, un punto fermo. Il lungo applauso finale è stato un modo per dire grazie. Per tutto. Perché Mario Colombo non era soltanto il presidente di Colmar, ma una presenza familiare, quotidiana. Uno di quelli che restano, anche quando se ne vanno.






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