Tecnica

Un anno senza sci, così la “psiche” degli appassionati

Il momento catartico che lo sci alpino sta vivendo ha visto, fino a ora, interessarci del «mondo agonistico» giovanile e «fuori squadra/e» nazionale. Cioè tutto quel comparto che si occupa di agonismo al di fuori della massima espressione competitiva correlata con le squadre Nazionali, che possiedono uno staff e un percorso dedicato.

Quindi, occupandoci di un mondo che è movimento, non possiamo esimerci dall’interessarci di «quel» mondo che è il principale motore del movimento «sci alpino».

Il mondo di cui andremo interessarci, in modo inedito oggi, è quello degli appassionati di sci alpino, quindi di tutti coloro che caratterizzano il successo di questa disciplina sportiva, che prima di agonismo è un vero e proprio modo e stile di vita.

L’ esperto in teoria e metodologia delle attività motorie è colui che deve essere in grado di analizzare tutto ciò che è motivo di salute e benessere per l’essere umano, nello svolgimento della sua primaria funzione vital : il movimento.

Il muoversi è l’estrinseca e più naturale funzione dell’essere umano, funzione fisiologica essenziale per il mantenimento di uno stato di salute e benessere dove la componente psichica è fondamentale per la vita di ognuno di noi.

Come può lo sci alpino influire sul benessere, e quindi sulla salute dell’essere umano da trasferire nella vita di tutti i giorni?

Come può agire favorevolmente sull’uomo e sulla comunità il praticare un’attività motoria, delle enormi valenze positive, come lo sci alpino?

Ne parliamo con Matteo Vagli, dottore in Psicologia e specializzato in Psicologia dello Sport, Psicologo Esperto e Docente della Scuola Regionale dello Sport del Coni Lombardia.

Matteo cosa significa essere appassionati di sci alpino. e che tipo di «sofferenza patisce lo sciatore che in questa stagione non ha potuto praticare la disciplina sportiva che tanto lo affascina?
Eh già, si tratta di una vera e propria rivoluzione da parte di chi, fino a ieri, era definito amatore, nel significato di colui o colei che ama praticare una disciplina sportiva, un hobby, per svago, senza altri particolari fini. «Lo faccio perché mi piace farlo», è questa la miglior definizione di esperienza autotelica, dove la pratica sportiva è fatta per il gusto di farla, niente più.

Ma siamo sicuri di questo «niente più? Può, l’attività autotelica, essere ridotta semplicemente a mero svago?
Assolutamente no.  L’essere umano è mosso da motivazioni intrinseche profonde. Tutto ciò che facciamo ha una forte spinta motivazionale.

Esistono due forme di motivazione: una estrinseca, che dipende da fattori esterni, e una intrinseca, interna, facilmente identificabile con il termine passione.

Quest’ultima forma di motivazione ha diversi ruoli nella nostra vita. Innanzitutto, ci permette di impegnarci con costanza nelle sfide quotidiane, ci aiuta a non demordere difronte alle difficoltà ed agli ostacoli e, soprattutto, ci offre occasioni di ricarica personale.

Proprio come una batteria, le persone hanno bisogno di ricaricarsi e le passioni sono un’ottima fonte di energia!

Ognuno di noi, quindi, consapevolmente a volte e inconsciamente altre, va alla ricerca di situazioni autoteliche per ricaricare le proprie energie emotive, cognitive e psichiche.

Come se ciò non bastasse, tali esperienze fungono da serbatoio per situazioni avverse future.

Più viviamo le nostre passioni e più siamo in grado di reggere l’urto di situazioni negative che si verificheranno in futuro.

Pensateci, se dopo una bellissima giornata sugli sci ricevete una telefonata di lavoro spiacevole, tale evento ha lo stesso impatto rispetto ad aver ricevuto tale telefonata al termine di una giornata lavorativa qualsiasi? Molto probabilmente, no.

Ecco allora che le passioni ricoprono un ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza, non solo emotiva, ma a 360 gradi.

Tutto ciò, noi lo sappiamo e lo abbiamo sempre saputo. Inconsciamente, senza magari capirne realmente il motivo, siamo sempre andati alla ricerca di situazioni autoteliche. Abbiamo sempre cercato di dare il giusto spazi alle nostre passioni.

Ma veniamo alla situazione attuale. Arriva una pandemia globale, un evento traumatico sotto molti aspetti, che sconvolge completamente il nostro modo di vivere. L’impatto a livello psicologico è notevole, ci sono state tolte delle certezze, basi solide sulle quali ci siamo sempre appoggiati. I pensieri negativi, le paure, lo stress si sono riversati nella nostra vita con forza e prepotenza.

Tutto ciò che non riguarda il virus è stato messo in secondo piano e, con questo, anche le passioni sono state, temporaneamente, accantonate.

Peccato però che vivere le nostre passioni sia una delle migliori cure preventive che possa esistere. Le passioni abbassano lo stress e di conseguenza, riducendo i livelli di cortisolo, aumentano le nostre difese immunitarie!

Ma non solo, le passioni ci fanno stare bene e, come abbiamo visto prima, ci forniscono le energie necessarie per affrontare la vita.

Non c’è da stupirsi, quindi, se in un periodo così difficile emotivamente (e non solo) le persone lottino per poter realizzare le proprie passioni. Poiché sono l’appiglio, il paracadute con il quale sopravvivere di fronte ad ogni cosa.

Con coscienza e responsabilità civica, certo, ma non spegniamo la passione, o spegneremo le persone.

About the author

Walter Stacco

Walter Stacco

Docente di Scienze Motorie e Sportive. Metodologo della Scuola Regionale dello Sport del CONI Lombardia. Docente facoltà di scienze motorie università di Pavia