C’è un’Italia che misura il tempo in modo diverso. Non con le lancette degli orologi digitali, ma con la lenta ritirata dei ghiacciai, con i flussi di giovani che abbandonano i paesi di quota, con i silenzi che riempiono strade un tempo animate. È l’Italia delle montagne, alpina e appenninica, dove il destino collettivo si gioca su due faglie profonde: la crisi climatica e la crisi demografica.
Molti le definiscono fragilità. Forse sarebbe meglio chiamarle linee di frattura, crepe di un sistema che reclama nuove architetture sociali, economiche e culturali. Perché è proprio qui, nei territori marginali, che si misura la forza di una nazione: non nelle metropoli sovraffollate, ma nei villaggi che rischiano di svuotarsi.
Oltre la neve: la resilienza come infrastruttura
Lo sci, per chi lo vive, non è soltanto gesto tecnico o medaglia in bacheca: è rito comunitario, collante identitario, strumento di presidio territoriale. Non un passatempo effimero, ma un laboratorio di resilienza.
È tempo di rovesciare la narrazione: non più “impianti che resistono al caldo”, ma comunità che ridisegnano se stesse attorno a uno sport capace di farsi ambasciatore di pratiche nuove.
In questo processo, le società impiantistiche riunite in ANEF non sono un problema da superare, bensì una risorsa decisiva: infrastrutture di comunità, già radicate nelle valli, che possono diventare motori di una transizione ecologica e sociale.
Immaginiamo comprensori che alimentano i sistemi di innevamento con energia da micro–idroelettrico o da comunità energetiche locali; scuole di sci che non formano soltanto pittori della serpentina, ma anche ambasciatori della sostenibilità; cooperative che trasformano i rifugi in hub culturali per smart worker e studenti. La Green Community, sostenuta anche dalla Strategia nazionale promossa da Uncem e dal Dipartimento Affari Regionali, non è uno slogan: è il progetto che intreccia economia, sport e innovazione.
Giovani: restare, tornare, inventare
Alla crisi climatica si intreccia quella demografica. Le montagne perdono abitanti e competenze, eppure è attorno a una pista illuminata che spesso si ricostruisce un tessuto sociale.
Laddove c’è sport, nascono scuole, servizi, nuove economie. Lo sci trattiene i ragazzi, e talvolta li richiama indietro dopo gli studi. È questa la vera sfida: non solo fermare l’esodo, ma invertire la direzione del viaggio.
Perché non immaginare un “Erasmus delle terre alte”, che porti giovani da tutta Europa a vivere per mesi nei paesi alpini e appenninici, studiando, allenandosi, lavorando a progetti comuni? Perché non istituire poli formativi permanenti sul management sportivo e ambientale delle aree montane, in sinergia con le Unioni Montane di Comuni e con il percorso di rafforzamento amministrativo promosso dal Progetto ITALIAE?
Idee per il futuro
Il futuro non può più essere una somma di soluzioni tampone. Servono visioni. Comunità energetiche locali al servizio delle piste, dei rifugi e dei villaggi, per un’autosufficienza reale. Laboratori digitali di montagna, dove i dati climatici guidino la gestione del turismo e dello sport. Festival dello sport e della sostenibilità, che trasformino le gare in eventi culturali, intrecciando agonismo e riflessione. Borse di studio montane, finanziate da comprensori, enti locali e aziende partner, per sostenere i giovani che scelgono di restare.
Una frontiera che riguarda tutti
La montagna non è periferia: è frontiera. Non marginalità geografica, ma laboratorio politico, sociale e umano. Qui si decide se l’Italia saprà affrontare il futuro con equilibrio o se continuerà a consumare se stessa.
Lo sci, con il suo intreccio di passione, impresa e innovazione, non è un dettaglio: è un testimone privilegiato. Dove c’è una pista viva, c’è una comunità viva.
Non è una metafora romantica, è un’equazione concreta: neve + sport = presidio di civiltà.
Il futuro della montagna non è resistere: è reinventarsi, e lo sci può esserne la grammatica più potente
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