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Flavio Alberti, dalla tuta da gara alla cravatta da manager

Questa è la storia di Flavio Alberti che è passato dalla tuta da gara alla cravatta da manager. Chi è Flavio Alberti? Un insieme di tante cose. Un cocktail dove l’aspetto professionale e quello passionale trovano un equilibrio perfetto. Sul bordo del cristallo però, al posto della classica scorza d’arancia, ci mettiamo un bel fiocco di neve. Preso possibilmente da una pista di Cortina, anche se Flavio può essere considerato un “forestiero” dal momento che è friulano. Il babbo a 19 anni lasciò la corte ampezzana per trasferirsi nella regione vicina.

Lì Flavio Alberti entra nello Sci Cai Monte Lussari, poi in Comitato FVG, ma non riesce a sfondare come invece fanno altri giovani di quel periodo, Massimiliano Blardone, Davide Simoncelli, Mirko Deflorian, Omar Longhi… “Ero convinto, anche ambizioso, ma i risultati non arrivavano. Per dirla in parole povere, non avevo il talento necessario per salire”.

Allora si toglie il pettorale e diventa maestro di sci, allenatore di I°, II° e III° livello e istruttore Nazionale a 24 anni. A Cortina costruisce un B&B con annesso ristorante e bar. Nel frattempo il Presidente dello Sci Club Cortina Druscié Luca Boselli subisce un grave lutto familiare e deve cedere la poltrona. La passa a Flavio anche se ha appena 26 anni. Per tre anni fa l’allenatore poi il club diventa sempre più grande e ci vuole maggiore impegno. Un’escalation che porta i 233 soci del 2003 ai 429 di oggi.

Nel 2008 vende il B&B ed è tentato di tornare nell’azienda di famiglia che aveva lasciato per seguire le sue passioni. Ma si accorge che non era più tempo. Così assieme ad altri due imprenditori apre un’azienda di arredo-bagno: sauna finlandese, bagno turco, mini piscine ricoprendo il ruolo di amministratore e general manager della società.  “L’azienda andava così bene, nonostante fossi ancora molto giovane, che uno dei soci, classico squalo dell’imprenditoria, trovò il modo per togliermi i gradi. Con un vero e proprio golpe si sbarazzò anche del terzo socio. Ed io rimasi solo socio di capitale”: Quell’esperienza gli fa capire tante cose e alcune leggerezze che non commetterà più. Nel 2010 apre la Fa consulting, azienda di consulenza aziendale specializzata principalmente in ambito lean production. Parallelamente all’attività di consulenza da continuità all’attività imprenditoriale diventando socio di Venetwork s.p.a., nota realtà nel contesto veneto che detiene sei partecipazioni in Pmi di successo nella suddetta regione.

In virtù di questa doverosa premessa che spiega tante cose, Flavio è da poco diventato il manager di Giovanni Franzoni. Sapevamo esserlo già del discesista Azzurro Emanuele Buzzi, ma quest’ultima scelta ci ha incuriosito non poco. Partiamo da un concetto semplice, semplice: cosa se ne fa di un manager un ragazzo di 18 anni appena entrato in squadra B?

Così siamo andati un po’ a fondo con Flavio che con molta pazienza ha accolto tutte le nostre domande.

Dunque Flavio, perché un manager per Giovanni?
Fondamentalmente per costruire il suo futuro.

Lette le tue esperienze precedenti, non sembrerebbe tu abbia una preparazione specifica per questo genere di attività
Detto che si tratta più di un’attività passionale, in realtà ho conseguito un master in management sportivo alla Luiss Business School anche per poter gestire meglio il club. Stava crescendo era doveroso comprendere fino in fondo la materia. Il presidente di una società così grande deve tutelarsi da una serie di normative abbastanza complesse.

E da lì…
Come Project work, che è una sorta di tesi, ho presentato un metodo di gestione degli atleti. Ci sono arrivato analizzando le varie accademie del mondo dello sport. Un viaggio davvero interessante che mi ha portato come conseguenza naturale a individuare una sorta di modello ad hoc per la gestione degli atleti dello sci. Che poi è il mio mondo e la mia passione.

Su cosa si basa?
Parto da due presupposti. Il primo: l’atleta deve fare solo l’atleta. A certi livelli non puoi permetterti di occuparti d’altro. Il secondo: lo sci, dal punto di vista giuridico è uno sport dilettantistico, ma nella realtà gli atleti sono professionisti. Pertanto hanno bisogno di affidarsi a persone competenti per tutelarsi. Insomma, riuscire a imporsi in Coppa del Mondo presuppone un percorso dannatamente faticoso e dispendioso economicamente. Percorso che peraltro finisce quando si è ancora abbastanza giovani. Credo sia giusto creare i presupposti, se ci sono, per costruire anche il domani.   

Quindi non basta vincere per farsi un nome?
Quello è importante, certamente, ma trattandosi alla fin fine di un lavoro, il ruolo del manager diventa altrettanto fondamentale per tutelare l’atleta. E guarda che non sto parlando di trovare uno sponsor da mettere in testa e arrivederci. Questo, nel mio modo di interpretare tale ruolo, rappresenta sì e no il 20% del rapporto.

E il restante 80%?
Attingo a tutte le esperienze che hai descritto all’inizio. Senza quelle non potrei mai occuparmi di questo. Si tratta di un elenco molto lungo, se vuoi infinito, perché si basa sul rapporto umano tra l’atleta e me. Senza dimenticare la famiglia. Quello più naturale è la negoziazione. Difficilmente un atleta ha la sensibilità per capire fino a quale punto può spingersi. Il famoso punto di rottura. Ma sarebbe difficile anche per me se non conoscessi approfonditamente l’atleta. Costruisco quello che io definisco teaser overwiew, ovvero, il contenitore di tutte le “chiavi” o gli output che possiede il ragazzo. E che tiene in considerazione anche, momento per momento, la crescita dell’engagement, dei social network, di un portale, di google analitics, etc.

Curarne l’immagine insomma…
È uno degli aspetti importanti, certo. Ma io cerco di pormi ancora in un modo più completo, perché so cosa vuol dire essere atleti. Riconosco gli errori e le trappole nelle quali è facile cadere. Perché arriva il giorno che dovrai interfacciarti con tante persone. Dal mental coach all’alimentarista, dalle autorità federali a quelle delle aziende del settore.

Stabilisci tu il come e il quando?
Le decide la Federazione, io non ci metto becco. Però l’atleta sa che in qualsiasi momento avesse bisogno di un parere, un confronto o di un consiglio, io ci sono. E mi metto a disposizione perché penso di conoscere in maniera profonda ogni aspetto, sia dello sci che del management sportivo.

Ci vuole fiducia totale…
Senza non puoi costruire un bel niente. Ci tengo a sottolineare che non impongo mai nulla. Io dico: “Se hai una domanda fammela ogni volta che vuoi. Se posso ti aiuto. Sono qui per questo”. Se non fai invasioni di campo, per un atleta è molto utile avere un punto di appoggio così. Se poi chiede la luna non potrò certo dargliela, ma sta certo che ci provo!

In genere la luna la chiedono gli sponsor…
In effetti sono portati a interessarsi quasi esclusivamente al risultato. Ma è per questo che il mio modo di tutelare l’atleta non si basa su questo. Se la vittoria non arriva devi avere delle armi per poter vendere un’immagine. E come fai? Con un’attività dedicata. Che passa dai social network.

Sei un esperto anche in quel settore?
Non lo ero ma un po’ lo sono diventato. Adoro studiare e approfondire ogni aspetto del mio lavoro. Ho seguito alcuni corsi di comunicazione digitale e letto diversi libri in materia.

Riguardo ai social vince Instagram?
Instagram non è più importante di Facebook. Sono semplicemente diversi che si rivolgono a un pubblico differente. Ma ora c’è anche Tik Tok, che oggi non è ancora usato molto dagli atleti.

Aprirai un canale per Giovanni?
Questo è nei primi progetti. Giovanni è smart, piace molto. Ovviamente, parallelamente ai contenuti è necessario creare engagement con gli sponsor.

Ovvero?
Definire determinati post, creare attività studiate insieme a loro. Contenuti in funzione di ciò che lo sponsor desidera dall’atleta. Questa complicità non va a ledere il rapporto qualora l’atleta dovesse attraversare un periodo poco confortato dai risultati. In definitiva, si tratta di una gestione professionale dei social, dove l’atleta, di fatto, è distratto davvero poco.

Il lavoro che hai intrapreso con Emanuele Buzzi ti sta dando ragione?
È nato un rapporto splendido. In questa prima stagione devo senz’altro ringraziare Ilario Tancon che è stato colui che ha gestito i comunicati stampa e Stefano Kratter, Presidente del Fan Club di Emanule, perché senza di loro il risultato non sarebbe stato così eccellente. Con Emanuele ci i confrontiamo spesso, ma sempre ognuno nel rispetto dei propri ruoli. Però funziona perché parliamo la stessa lingua. Se un manager bravissimo a vendere non ha competenze specifiche può creare qualche problema

Tipo?
La scelta dei materiali non può basarsi soltanto sull’ingaggio. Tieni conto che stiamo parlando di giovani che possono cadere facilmente in tentazione.  Arrivo l’azienda col suo prodotto e ti offre il doppio, poi però non ti dà la performance di cui hai bisogno. Ci dev’essere un giusto equilibrio tra aspetto economico e qualità.

Giovanni Franzoni è ancora molto giovane, non rischia di montarsi la testa per il fatto di avere un manager?
È proprio l’esatto contrario. Il mio compito è anche quello di evitare che ciò accada. E poi può anche essere giovane finché vuoi, ma se abbiamo rilevato che è un talento, pur mantenendo un profilo sempre basso, può essere aiutato a non commettere determinati errori.

Quali ad esempio?
Farsi prendere dall’entusiasmo. Giovanni è già molto ambito da tante aziende. Prova a metterti nei suoi panni. Ti chiama questo, ti cerca quello. Magari, come dicevo prima, sfrutti l’opportunità economica a discapito del materiale. Oppure decidi di abbandonare l’azienda con cui sei cresciuto per metterti in tasca qualche lira in più. Io credo ci si debba sempre ricordare di chi ha creduto in te e di chi ti ha dato gli strumenti per arrivare a un determinato livello.

C’è anche un altro aspetto. Il giovane atleta è da solo lì, in gara. Certo, ha gli allenatori che lo supportano molto bene, spesso anche al di là della sfera puramente tecnica, ma anche loro cambiano. Quando passi da una squadra all’altra, in caso di sostituzioni. Non può appoggiarsi troppo su di loro anche perché potrebbe nascere l’alibi: “non vinco perché non mi trovo con quell’allenatore”. Giovanni, Emanuele, tutti gli altri, non possono che concentrarsi su loro stessi e cercare di esprimere il rispettivo talento. In più loro hanno me come eventuale punto di riferimento.

Sempre a disposizione…
Quando ne fanno richiesta o si trovano davanti a situazioni difficili da comprendere. Poi è chiaro. Il talento è talento, ma nelle situazioni più difficili, una figura “terza” può aiutare o anche solo rassicurare.

Ti rapporti anche con gli allenatori, gli skimen…?
Assolutamente no. Se me lo chiedono i ragazzi certamente sì, ma cerco di scindere i ruoli. Meno problemi ci sono fin dall’inizio meno se ne creano. Io faccio il mio, se poi c’è una richiesta sono pronto a intervenire. Inoltre con Emanuele e Giovanni ho anche la fortuna di avere a che fare con delle bellissime famiglie che li supportano.

Con Giovanni chi ha fatto il primo passo?
Io. Lo avevo conosciuto assieme ai genitori davanti a un sontuoso panino in occasione dei Campionati Italiani Assoluti. Mi aveva davvero impressionato. Prima manche, da secondo anno aspiranti, 14esimo. Poi secondo tempo di manche… Questo è un animale da gara, mi son detto!

Ne avevo parlato inizialmente col suo allenatore di Comitato manifestandogli questa mia intenzione. Poi ho chiamato Giovanni ai primi di gennaio. E in quell’occasione se avevo qualche dubbio ci ha pensato lui ha spazzarli via. Mi disse: “Signor Alberti, non posso parlare ora perché devo concentrarmi sui Mondiali”. E alè, altri punti a suo favore! 

Quindi dopo i Mondiali…
Ho rispettato i suoi tempi e ci siamo incontrati su Zoom anche con mamma e papà. Gli ho spiegato il progetto e gli è piaciuto.

Ma non si è stupito che lo hai chiamato?
Tranquillo e sereno. È un ragazzo molto equilibrato, anche se devo ancora conoscerlo meglio. Sarò un testone, ma sono certo che Giovanni è in grado di ottenere un buon risultato in qualsiasi momento. Ecco, quando questo accadrà è un bene essere pronti. Sapere come comportarsi nelle varie situazioni. Intendiamoci, non c’è nulla di pazzesco. Ma in questi casi un parafulmine può servirgli per non subire distrazione e fastidi. Lui deve pensare solo alla carriera sportiva.

Hai costruito un programma social per Giovanni?
Non ancora ma lo farò. Prima però devo acquisire i suoi dati. Di fatto si seguirò un mio standard. Anche se i diciottenni oggi usano poco facebook, non può non avere un profilo. E apriremo anche un canale Tik Tok. Non bisogna fare chissà che, basta riuscire a trovare il modo di esaltare la sua personalità senza artifizi.

Non rischia di distrarsi?
I giovani vanno sui social anche quando si pettinano. Li usano e basta! La nostra presenza serve perché li usino al meglio limitando perdite di tempo che altrimenti avrebbero.

Hai già mille occupazioni, cosa te lo fa fare, il business?
L’80 per cento di questa mia attività è solo passione. Ho messo anima e cuore nel mio percorso agonistico e non ci sono arrivato. È un po’ brutto da dire, ma mi sento un po’ come quel genitore che vuole vedere nel figlio ciò che lui non è riuscito a conquistare… Ecco a me piacerebbe fare in modo che un ragazzo pieno di talento, sicuramente maggiore rispetto a quello che ho avuto io, costruisse la sua carriera nella maniera più corretta. Sarebbe il proseguimento del mio percorso, ma con la ratio di chi non è arrivato.

Se tu avessi avuto un manager…
Non sarebbe cambiato nulla. Non c’era il talento.  

Quando un atleta dovrebbe pensare di aver bisogno di una persona come te?
Non c’è una regola. Diciamo che è il manager che fa da scouting e avvicina l’atleta. Io cerco, se il ragazzo è d’accordo, di seguire persone che sposano i miei valori. Alla fin fine è sempre una scommessa. Però sono un fautore dell’energia positiva. Non credo alla sfortuna, ma nelle competenze e nelle doti delle persone. Se l’energia dell’atleta e di una figura come la mia si incontrano, prima o poi le cose accadono. Credo molto in questo.

Hai parlato di valori, a quali ti riferisci?
Essendo prevalentemente passione ci dev’essere un perfetto allineamento, altrimenti cade tutto. Il business lo faccio in altri settori. Nel primissimo incontro avuto con Franzoni ho subito notato la semplicità della famiglia e la velocità mentale del ragazzo. Non ho dovuto girare troppo intorno per capire il suo  spirito morale e quello della famiglia.  

Gestirai la sua agenda?
C’è un confronto su tutto e si arriva a una condivisione

Lo seguirai da vicino sul campo?
No a distanza. I ruoli devono essere ben distinti. Essere troppo pushing e vicino all’atleta non credo faccia così bene. Poi se me lo chiede mi fiondo! Io mi diverto a vedere le gare. Anzi sono fin troppo tifoso. Quando sono a casa davanti alla TV ed Emanuele esce dal cancelletto per me è come fosse la finale dei Mondiali di calcio. E se vado alle gare mi vesto da tifoso, non da manager. Ci sono sfere dove non si deve entrare.

Stai cercando altri atleti?
Il mio sogno sarebbe quello di avere un team di persone sempre coinvolte all’interno della promozione dell’immagine di un atleta. Social media manager, addetto ai comunicati stampa, creatore di contenuti, video, foto. Qualcuno che costruisca storie. Poi mi rendo conto che un atleta non può passare le ore dinnanzi a un telefonino. Dev’essere sempre tutto calibrato. È la qualità che fa la differenza. E noi siamo lì apposta per dargli una mano anche in questo.

Un team di persone che potrebbe occuparsi anche di altri sport?
Perché no. Non ci ho ancora pensato a dire la verità, sempre perché la mia passione è nello sci. Le mie competenze sono lì. Conoscere lo sport dell’atleta non è obbligatorio, ma è un valore aggiunto. Mi chiamasse un pilota di motociclismo gli direi senz’altro di sì. Perché la MotoGP la conosco come il mondo dello sci. Sono un fanatico di Valentino Rossi da quando aveva 14 anni. Non perdo una gara delle tre cilindrate da almeno 10 anni. Altra passione da stadio!

Nel Druscié potrebbe nascere un Franzoni?
Le condizioni ci sono tutte. La struttura organizzativa consente agli atleti di esprimersi al meglio. Nella categoria Giovani siamo organizzati come una squadra nazionale. Poi, come sempre, ci vuole il talento.

About the author

Marco Di Marco

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.