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SL Wengen, Braathen è un miracolo. E Razzo è sul podio!

SL Wengen, Brathen è un miracolo. E Razzo è sul podio!
Se lo slalom andato in scena ad Adelboden si è meritato il titolo di “più pazzo del mondo”, quello di Wengen lo supera e a dir la verità sfugge a qualsiasi criterio di valutazione. Come fai a credere che il 29esimo atleta della prima manche riuscirà a vincere la gara? E che nessuno dei primi sette della run d’apertura salga sul podio? E ancora, che un ragazzone di 37 anni, fuori dai premi da ben sei anni, si ritrovi di nuovo sul terzo gradino delle celebrità? Potremmo andare avanti ancora per un bel po’, perché le cose da sottolineare sono tante.

Ne selezioniamo solo alcune, partendo dal vincitore: Lucas Braathen, quel fenomeno di 21 anni, cha a 20 era riuscito a conquistare il mondo vincendo il gigante di Sölden, era l’ottobre 2020. Ma che poi, in quella stessa stagione fu costretto a salutare tutti per un ginocchio andato in frantumi nel gigante di Adelboden. Quello tornato a ottobre era sembrato un po’ meno forte. Non è facile ritrovare certi ritmi quando subisci un infortunio del genere.

Inoltre, in slalom non era riuscito ad andare oltre il decimo posto nei quattro appuntamenti finora disputati. La prima manche di Wengen aveva confermato che il ragazzo ne aveva ancora di cose da sistemare per tornare a essere competitivo al massimo. Con una manche piena di errori Lucas aveva conquistato la qualifica per un soffio, col 29esimo tempo.

Sappiamo che per chi parte all’inizio nella seconda manche, soprattutto quando le temperature sono alte, le possibilità di recuperare un bel po’ di posizioni sono elevate. Basta azzeccare la manche e almeno nei venti ci arrivi. Anche nei 15, raramente nei dieci. Quello che però ha messo in atto Lucas è qualcosa di incredibile.

Sono 97 i centesimi dati al secondo classificato nella manche (Gstrein e Meillard); 1”38 a chi è riuscito, quasi allo stesso modo, a conquistare la piazza d’onore, l’elvetico Daniel Yule, ottavo dopo la prima. Peccato non poter fare un confronto con Henrik Kristoffersen che a metà gara godeva di un vantaggio sul compagno di squadra di 2”04.

Non lo sapremo mai perché colui che qui aveva già vinto due volte, più due secondi posti e un terzo, ha adottato la formula Noel e Vinatzer, inforcando quando ormai stava quasi per toccare con la mano lo striscione del traguardo. Dunque, cos’ha fatto Braathen? Un miracolo? Una manche frutto del caso e della spregiudicatezza di chi dice o la va o la spacca? La risposta non c’è, è accaduto, lo ha fatto, vedremo se lo ripeterà.

E tutti gli altri maghi dei rapid gates? Manuel Feller, Clement Noel, Sebastian Foss-Solevaag, Ramon Zenhaeusern, Marco Schwarz, Alex Vinatzer… Muti e rassegnati, ma soprattutto allibiti dal numero che ha messo in atto quel moccioso!

Sì, proprio quel ragazzino che ha sempre voglia di giocare e di prendere le cose senza troppi drammi, ma che ora è piegato sulle ginocchia nel leader corner da dove ha seguito tutta la manche, con le mani a coprire il viso colmo di lacrime. Proprio quell’atleta che ancora qualcuno non vuole definire fenomeno, ma si trova a cantare l’inno nazionale con la bellezza di 16 anni in meno rispetto a Giuliano Razzoli.

Come possiamo definire il Razzo?

Siamo convinti che qualche tifoso non sia riuscito a trattenere il pianto di gioia, quando si è reso conto che era finito sul terzo gradino del podio. Perché al di là di aver vinto un oro olimpico, piace a tutti per l’uomo e l’atleta che è. Per quello che ha dovuto patire e per la forza che ha ritrovato, nella quale ha probabilmente creduto soltanto lui e qualche amico.

È bene ricordare che nel 2016 dopo essere riuscito a riconquistare la top 7, va a Kitzbühel e si distrugge il ginocchio. Beh, a 31 anni inizi a farti delle domande, se devi anche considerare un anno per riprendere confidenza. Cosa fai, continui e speri di raggiungere la gloria a 33? Lui ci ha sempre creduto, anche se, obiettivamente, a parte qualche lampo e un duro lavoro per trovare i materiali giusti, fino all’anno scorso non aveva lasciato l’impressione di poter tornare tra i top della specialità.

Ma già nella stagione 2020/21 si vede un Razzoli differente, più regolare. Quando poi, il 12 dicembre 2021, affronta Val d’Isère col pettorale 30 e conquista il nono tempo, l’opinione pubblica inizia a cambiare parere su di lui: “Toh, il Razzo però eh, vecchietto, ma ci dà dentro mica da ridere”. Un commento più dettato dalla simpatia che da un’analisi tecnica. Poi c’è Campiglio e al traguardo risulta il secondo dei nostri, con un settimo posto da riverenza.

Gli occhi però sono sempre e comunque tutti per Vinatzer, l’unico considerato in grado di fare il colpaccio. Intanto Razzo prosegue la sua rincorsa e ad Adelboden firma un altro nono piazzamento con un pettorale limato di 7 numeri, il 23. Risultato che gli consente di affrontare Wengen col 19. Ora, dopo questo straordinario exploit, è tornato nei 15 (anche per l’assenza di Muffat-Jeandet) ed è quarto nella classifica di specialità, ancora alla sua portata.

Questo perché nei quattro slalom finora disputati, ben 11 atleti si sono spartiti i 12 posti dedicati al podio. Solo lo svedese Jakobsen ci è salito due volte. Ma anche lui è al secondo out ed è probabilmente entrato nella lista di chi soffre della sindrome dello slalomista, molto simile a quella del centravanti che non riesce più a segnare.

È in buona compagnia, quella di Clement Noel ad esempio, che a Wengen è sembrato la brutta copia del fenomeno visto in Val d’Isère e nella prima manche della 3Tre. Dopo il clamoroso errore di Campiglio, fuori ad Adelboden, rallentato a Wengen.

Leggermente differente è la situazione di Alex Vinatzer che non scia più alla garibaldina come la scorsa stagione. La sua sciata è sempre a rischio, ma quello capitato in questo slalom è qualcosa che non dipende da un atteggiamento mentale cupo.

Non troviamo un altro termine differente da “sfiga”! Dev’essere andata più o meno così: il puntale dell’attacco, nella dinamica dell’azione, tocca la base del palo. Il colpo fa spostare lo sci interno che, sormontando l’altro, si sgancia.

Non capita mai, ma adesso sappiamo che può accadere!

Vale la pena citare un altro Azzurro che di anni ne ha 39: ovviamente stiamo parlando di Manfred Moelgg, 13esimo in uno slalom se si vuole un po’ old style, dove non era facile fare velocità e occorreva davvero tanta materia grigia per sapere come e dove passare tra le ondulazioni di un terreno ostico per tutti.

D’accordo, nella seconda sono usciti anche Hirschbuehel, Strolz, Aerni e Strasser, motivo per cui le manche incolori di Sala (20°) e Gross (21°) non sono state punite più di tanto, però vale la pena attendere almeno gli slalom di Kitz e di Schladming per capire chi vale di più e chi può ancora sperare di guadagnarsi un posto per Pechino.

Razzoli il biglietto se lo è meritato eccome, lasciando aperte le porte a qualsiasi risultato. Sono pochissimi ad avere un piede così, una morbidezza simile, a saper creare così tanta velocità sul dritto. E ora che riesce a stare col peso perfettamente centrale, risulta formidabile anche quando deve salvarsi da un errore.

Non vediamo l’ora di vederlo tra i top 7. Per fortuna non lo sarà per il prossimo slalom di Kitzbühel. Questo Razzo è davvero infinito, ma un minimo di scaramanzia di certo non guasta! SL Wengen Braathen razzo SL Wengen Braathen razzo SL Wengen Braathen razzo SL Wengen Braathen razzo

Foto pentaphoto – Gabriele Facciotti

LA CLASSIFICA

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.