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Dalla fatica alla seggiovia. Così una famiglia del Vorarlberg contribuì a cambiare il volto delle Alpi

Quando la neve arrivava con l’inverno, scandiva la vita delle vallate. Chiudeva i passi, rallentava i commerci, trasformava ogni spostamento in un’impresa. Salire significava camminare. Gli sci appartenevano alle guide alpine, ai boscaioli, ai cacciatori, a pochi appassionati pronti a guadagnarsi ogni discesa con una lunga salita.

Poi qualcuno immaginò una montagna diversa. Una fune d’acciaio tesa fra due sostegni. Un motore. Una carrucola. Bastava poco, almeno sulla carta. Molto di più serviva per convincere chi quella montagna la viveva ogni giorno. Nelle prime stazioni sciistiche gli abitanti delle vallate si fermavano a osservare quei pali conficcati nel terreno. Gli sguardi oscillavano fra curiosità e prudenza. Gli sciatori, invece, intuivano subito il valore di quella novità. Una risalita significava una discesa in più. Due risalite trasformavano una giornata. Lo sci iniziava a cambiare ritmo.

L’idea cresceva attraverso uomini che parlavano la stessa lingua: quella dell’ingegno. Alfred Rüsch metteva a punto il traino a piattello. Ernst Constam perfezionava lo skilift moderno. Emil Doppelmayr raccoglieva quelle intuizioni e vedeva molto più di un semplice impianto: un futuro possibile per la montagna.

I celebri traini della Doppelmayr. A sinistra, il monoposto a piattello con partenza ammortizzata grazie a un tamburo di avvolgimento di forma particolare. Anche la velocità di richiamo è ammortizzata. Al centro, lo spaccato del traino biposto, che vediamo in fotografia a destra. Questi robustissimi traini biposto, dal tunzionamento particolarmente silenzioso, sono dotati di un freno a disco con funzione progressiva che riesce ad eliminare gli strappi alla partenza rendendola particolarmente dolce.

La sua storia comincia lontano dalle piste. Konrad Doppelmayr impara il mestiere sulle locomotive delle ferrovie imperiali. Nel 1880 lascia quel lavoro e apre una piccola officina a Wolfurt, nel Vorarlberg. Torchi per il vino, presse per la frutta, macchine agricole, ruote dentate. Ogni attrezzo nasce per alleggerire il lavoro dell’uomo. Quel laboratorio respira ferro, olio e fatica. Nessuno può immaginare che proprio da quelle pareti sarebbe partita una delle avventure industriali più importanti nella storia dello sci.

Lo stabilimento cresce attorno a quel piccolo edificio senza cancellarlo. I capannoni occupano nuovi spazi, la produzione raggiunnge ogni continente, le tecnologie sono cambiate. Quel laboratorio è rimasto al suo posto. La famiglia lo custodisce come un museo. Entrarci significa ritrovare il banco da lavoro sul quale ogni idea prendeva forma prima ancora di diventare un progetto.

Artur Doppelmayr

Emil eredita quella cultura del fare. Passa dagli ascensori ai montacarichi con la naturalezza di chi cerca sempre una soluzione nuova. Nel 1937, a Zürs am Arlberg, entra in funzione il primo skilift Doppelmayr. Gli sciatori imparano un gesto che diventerà familiare: afferrare il piattello, lasciarsi accompagnare verso la cima, osservare la pista dall’alto ancora prima di affrontarla. Le vallate scoprono un’economia diversa. Alberghi, rifugi, scuole di sci, negozi di articoli sportivi trovano spazio accanto alle attività tradizionali. L’inverno smette di rappresentare una stagione d’attesa e diventa una stagione da vivere.

La guerra interrompe quella crescita. Gli stabilimenti riportano ferite profonde, i materiali scarseggiano, ogni macchina richiede pazienza e inventiva. Gli operai tornano ai torni, ricostruiscono, migliorano, ripartono. Ogni inverno aggiunge esperienza, ogni impianto suggerisce un’idea nuova.

Uno scorcio degli studi e progettazione presso la casa madre di Wolfurt, che occupava nel complesso oltre 300 maestranze

Artur Doppelmayr porta quella cultura oltre il Vorarlberg. Viaggia, osserva, ascolta. Le Alpi stanno cambiando. L’Italia entra presto in questo cammino. La filiale di Lana d’Adige accompagna lo sviluppo di comprensori destinati a diventare riferimenti dello sci alpino. Cortina, Plan de Corones, Obereggen, Pampeago, Folgàrida, Plose. Ogni impianto avvicina una vetta e offre nuove opportunità a intere comunità.

Anche gli sciatori imparano a riconoscere la qualità attraverso dettagli quasi invisibili. La partenza del traino diventa progressiva, il richiamo del piattello accompagna il gesto con maggiore dolcezza, il funzionamento acquista una silenziosità sorprendente per l’epoca. Innovazioni piccole soltanto in apparenza. La differenza si misura in una giornata trascorsa sulla neve.

La storia torna infine a Zürs. Proprio dove tutto era cominciato arriva anche la prima seggiovia triposto realizzata dalla Doppelmayr. Lo stesso pendio accompagna due momenti destinati a segnare l’evoluzione dell’impiantistica. Le montagne conservano una memoria tutta loro.

Oggi milioni di sciatori salgono su una seggiovia con la naturalezza di un gesto quotidiano. Cabinovie, funivie tricavo, sistemi automatici e tecnologie digitali raccontano un’evoluzione continua. Lo sguardo si è spostato anche verso il paesaggio. Le stazioni dialogano con l’architettura alpina, i sostegni cercano la massima discrezione, i motori riducono i consumi, i materiali trovano nuove forme di recupero e riutilizzo. L’impianto di risalita continua a portare l’uomo in quota seguendo una sensibilità diversa, costruita attorno al rispetto della montagna.

Ogni volta che una seggiovia lascia la stazione di valle compie un gesto che oggi sembra naturale. Dentro quel movimento vive un secolo e mezzo di intuizioni, di lavoro e di uomini capaci di guardare una montagna immaginando qualcosa che ancora non esisteva. Il resto lo hanno fatto il tempo, la tecnica e la passione di generazioni che hanno scelto di accompagnare gli sciatori verso la neve, lasciando che fosse sempre la montagna a prendersi la scena.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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