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Federico Pellegrino: “Il mio messaggio agli allenatori per far crescere gli atleti di domani”

Federico Pellegrino: “Il mio messaggio agli allenatori per far crescere gli atleti di domani”.
In quel di Bobbio, domenica 28 agosto,  Fisi ha organizzato un convegno sullo sci di fondo, replicando il format dello scorso anno. Dopo una prima parte estremamente scientifica rivolta essenzialmente ai tecnici su metodi di allenamento è salito sul palco Federico Pellegrino.

Il campione Azzurro ha voluto trasmettere la sua esperienza di atleta regalando pillole di saggezza e testimonianze che sicuramente sfuggono a qualsiasi tabella di marcia. Al centro della sua disamina c’è l’atleta uomo col suo carattere, il suo pensiero, le sue emozioni. Se l’allenatore non le capisce o non le intuisce, qualsiasi programma, anche ipoteticamente il migliore, non restituisce quanto sperato.

Federico è entrato nel suo passato, pizzicandolo qua e là, e dovendo rimanere in un limite di tempo, ha dovuto fare una scelta tra i mille episodi che hanno caratterizzato la sua immensa carriera. È partito da molto lontano, scomodando i giorni dell’infanzia quando lo sci di fondo era solo puro divertimento, privo di chissà quale progetto di vittoria.

Ha infatti ricordato i “primi passi” compiuti nello sci club Saint-Barthelemy seguito da Rosella, Mirko, Attilio, Leo, Ciande, Italo tra il 1996 quando cioè aveva appena sei anni) e il 2002.
A 14 anni fu affidato totalmente a Italo Arlian, colui che ha forgiato i rudimenti tecnici per 4 stagioni, fin quando è poi entrato in Comitato Asiva condotto da Marco Brocard, col quale, da under 18, conquista la prima vittoria nazionale Giovani e il titolo italiano di categoria.

Poi, entrato in squadra nazionale inizia un bel tournover di tecnici: Aurelio Martinelli (2008-2009), Alberto Rigoni (2009/2010), Carlo Zoller (2010-2011) fin quando nel secondo anno Senior, stagione 2012-13 conosce Stefano Saracco che lo porta in Squadra A dove incontra anche Paolo Riva. Inizia poi il quadriennio di Giuseppe Chenetti 2014-2018. Si ferma a tre stagione invece quello che segue ancora con Stefano Saracco, perché la Fisi decide di affidargli la squadra dei Giovani per il progetto Milano Cortina 2026. Ed ecco che parte il nuovo rapporto col tecnico tedesco Markus Cramer che lo accompagnerà sul secondo gradino del podio olimpico di Pechino.

Questo il racconto di Federico.

“A 16 anni ho dovuto fare la mia prima scelta importante, decidere cosa fare tra diverse opzioni. Giocavo a calcio, studiavo musica, andavo ovviamente a scuola – la prima cosa per i miei genitori – con buoni risultati. O entravo nella squadra Asiva o nella rappresentativa valdostana di calcio. Ho scelto il fondo perché mi divertiva di più.

In quegli anni, l’allenatore Italo Arlian mi insegna uno degli aspetti più importanti: non puntare necessariamente ai risultati ma imparare a sciare, a concentrarsi sul lavoro in allenamento. Mi fa sciare senza bastoni e io mi diverto un sacco. Col senno di poi, forse è per questo che non riesco a spingere così forte nel classico!

Italo è una figura di riferimento importante per me anche oggi. Ci sentiamo spesso e non solo per parlare di sci.

Il momento chiave della mia crescita avviene quando per la prima volta riesco a battere mio fratello, due anni più grande e ben più forte di me, anche perché fisicamente la differenza poteva sembrare di cinque anni! Francesco era già a un ottimo livello a vedere le medaglie che appendeva in camera! Ebbene, quell’episodio mi dà la convinzione di potercela fare. Dentro di me capisco che lo sci avrebbe potuto darmi soddisfazioni. Rimango su questo punto perché prima di allora avevo sempre praticato tanto sport per il solo gusto del divertimento. Non dico non esistesse l’aspetto competitivo ma era complementare non essenziale.

Il concetto di rivalità ho iniziato a saggiarlo una volta entrato nel Comitato Asiva. Lì però ho conosciuto anche altri aspetti che mi provocavano un certo disagio. Notavo diverse discrepanze tra quello che mi diceva il coach e quello che accadeva in allenamento. Ovvero, alla fine il training diventava una gara e questo non mi piaceva affatto. Ci facevano salire sul tapis roulant per misurare le pulsazioni con l’indicazione di rimanere in un range prestabilito. Ed era quello che seguivo alla lettera, salvo poi sentirmi dire qualche battutina del tipo, “Ecco, Pelle ha fatto festa ieri sera, non ha voglia di spingere, di allenarsi…”. Non ho mai reagito in realtà, perché consapevole di rispettare ciò che mi chiedevano di fare. Poi, d’accordo, lo ammetto, forse un po’ pigro lo ero e la storia delle pulsazioni poteva anche diventare una scusa. Arrivava però l’inverno e in pista me li mettevo sempre tutti dietro.

Entro in squadra nazionale Junior ma la solfa è sempre quella. In quel periodo stanno venendo fuori le mie qualità di coordinazione, movimento, saper stare nello spazio, tuttavia i commenti suonano allo stesso modo: “Pelle non ha voglia, non vuole allenarsi”. In realtà le mie ore le porto a casa soltanto che vado più piano degli altri, pur rimanendo nel range di pulsazioni.

A livello fisico ho sempre avuto compagni di squadra fortissimi in ogni attività, che si trattasse di corsa, bici, palestra. Poi però in inverno mi stavano tutti dietro. Probabilmente in estate si caricavano troppo e arrivavano a dicembre già spompi. Un allenamento me lo ricordo ancora benissimo: una camminata in montagna assieme a Lucia Scardoni e Francesca Di Sopra. Tiravano come due dannate! Per stare al passo dovevo proprio dare tutto me stesso. Insomma, questo mio andamento lento estivo iniziava a darmi un po’ sui nervi e questa rabbia trovava il massimo sfogo con le prime gare.

18 dicembre 2011 – Rogla (SLO). Sprint maschile

Ai primi mondiali junior sono il quarto frazionista della staffetta che sta andando benissimo. La Russia se ne va via e io mi gioco assieme ad altri tre la medaglia d’argento. Sprinto col norvegese ma cado e concludiamo al quarto posto. Arriva da me il veterano della nostra squadra e mi dice: “Sei matto, non ti capiterà mai più nella vita di vincere una medaglia ai Mondiali!”

Racconto questi episodi perché sono piccoli step che rimangono dentro all’atleta non solo come semplici ricordi. Ti forgiano il carattere, la forza di volontà, l’ambizione.

Ce n’è un altro da tirare fuori, perché è forse quello più importante per me. Sono in squadra Under 23 e arrivo da una vittoria di Coppa Europa Senior pur essendo junior. I tecnici mi danno fiducia e mi guadagno la convocazione in Coppa del Mondo. Due settimane prima dell’inizio della stagione successiva (2010-2011), in uno dei primi dialoghi a tu per tu atleta allenatore, tiriamo giù gli obiettivi della stagione. Carlo Zoller mi chiede a cosa volessi puntare dandomi un suggerimento: “Secondo me puntare sui Mondiali Under 23 in classico potrebbe non essere la tua gara. Meglio forse guardare ai Mondiali senior skating a Oslo”.

Mondiali Oslo 2011

Per me era fantascienza. Io da piccolo non ho mai seguito le gare di fondo dei grandi, nemmeno in tv, come invece facevano mio fratello e mio papà. Semplicemente non ero interessato. Mi attraeva più il calcio, in cameretta avevo il poster di Del Piero. Il fondo era divertimento non mirato ai risultati.

Quando Carlo mi mette davanti a questa prospettiva recepisco quanta fiducia riponesse in me. Sento per la prima volta che qualcuno crede in me per davvero. Prende il via la stagione e vinco la prima gara di Coppa Italia con gente come Zorzi, Frassinelli, Morandini, una nutrita flotta di atleti impegnati a guadagnarsi la convocazione in Coppa in virtù dei Mondiali. Arriva la prima di Coppa del Mondo e non finisce benissimo, ma in quella successiva, realizzo il miglior tempo in qualifica e mi ritrovo in finale. In quella stagione a Liberec arriva il primo podio, secondo posto! A marzo però inciampo nel mio primo infortunio. Sotto questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ne ho patiti soltanto due, il primo ha previsto un intervento alla spalla che continuava a uscire ed è per questo perdo il “tiro” nella stagione successiva. Da notare che qui sono ancora nella fase del tutto inconsapevole della mia carriera. E tutto quello che accadeva mi scivolava addosso. Non mi chiedevo perché mi allenassi in un determinato modo, non mi ponevo alcuna domanda.

Mondiali Val di Fiemme 2013

Si avvicinano le mie prime Olimpiadi, Sochi 2014 e mi presento col pettorale di leader delle sprint. Su di me ci sono parecchie aspettative. Ottengo il terzo tempo in qualifica e una semifinale dove rimango subito staccato appena dopo 200 metri!

Mi coglie una sensazione strana. Non riesco a capire se nonostante il risultato potessi considerarmi soddisfatto o se cadere nello sconforto. In quel momento scatta una molla: sento di volere di più, di conquistare una medaglia olimpica, anche se la mia gara, la sprint skating, sarebbe stata dopo otto anni, a Pechino. a Pyeongchang, per via dell’alternanza, sarebbe infatti stata una sprint in classico. Beh, credetemi ho iniziato a sognare la medaglia vinta a Pechino da quel giorno lì.

Olimpiadi Sochi 2014

Sono passato anche attraverso alcune critiche che avevo messo sul tavolo per situazioni non propriamente condivise. In tutta risposta mi piombarono addosso frasi del tipo: “Pellegrino, prima di parlare sarebbe bene che iniziasse a vincere qualcosa”. E alè, altro sacco di pellet che entrava nella mia stufa!

Arriva l’anno più importante della mia carriera, 2014-15. Il mio allenatore Saracco mi dice: Pelle, il quadriennio che sta per iniziare sarà quello della tua maturità agonistica”.

Secondo le logiche della federazione però era necessario cambiare l’allenatore della squadra, considerando che per la sprint ero praticamente da solo. Io non volevo proprio, mi trovavo benissimo con Saracco e avevamo portato a casa ottimi risultati. C’erano le basi per migliorare.

Ma non c’è stato niente da fare, via Saracco e ingresso di Chenetti. Steu cercò di rassicurarmi dicendomi che si trattava di un ottimo allenatore, la persona giusta per me, un tecnico molto preparato. Ma la cosa non mi convinse per niente fin quando Saracco si assunse ogni responsabilità: “Fai un anno di prova seguendo alla lettera tutto quello che ti dice Sepp. Se a fine stagione non sarai soddisfatto tornerai da me e troveremo il modo di rimetterci assieme”.

Mondiali Falun 2015 – argento nella team sprint con Dietmar Noeckler

A quel punto mi sono totalmente deresponsabilizzato seguendo il suo consiglio.

L’impostazione di Chenetti, pronti via, è molto particolare. Alla prima riunione dinnanzi alla squadra perde l’attenzione di diversi atleti, specialmente gli altoatesini: “Bene ragazzi, adesso tutto quello che pensate di sapere lo buttate via e vi dico io come si fa ad andare forte!”.

Anch’io all’inizio rimango perplesso. Due domande te le fai quando devi passare un anno con un coach che si pone in questo modo. Tuttavia, mese dopo mese, capisco che margini di miglioramento sono possibili. Da quell’anno inizio a vincere in Coppa del Mondo e in me scatta una consapevolezza: sono io che vado forte perché i metodi di allenamento del coach rappresentano solo una parte importante dell’atleta. Insomma, oltre le quattro ore di allenamento quotidiane c’è ben altro. Il nostro lavoro è vivere le 24 ore in funzione della performance. È proprio qui che c’è molto margine di miglioramento per tutti.

La prima Coppa del Mondo Sprint – 2016

Solo dopo aver vinto un Mondiale e le prime gare di Coppa inizio a guardare i dettagli. Troppo spesso sento parlare di questo, a ragazzini di 15 anni. Non sono un fenomeno assoluto, per cui è solo la mia esperienza che parla, ma prima bisogna iniziare a vincere, poi si curano le piccole cose per riuscire a rimanere in quell’alto livello.

Allo stesso modo si parla spesso di talento. Ebbene, non arriva dall’alto. Il talento è l’insieme di tutte quelle caratteristiche che un atleta acquisisce in maniera involontaria dando pienamente ascolto a ciò che ti dice di fare l’allenatore anche se non ne sei propriamente convinto.

Con la consapevolezza di appartenere al top della mia specialità arriva la parte più straordinaria della mia carriera. Quello che avevo ottenuto finora era frutto di scelte anche inconsapevoli.

Mondiali Lahti 2017: l’argento!

In allenamento seguivo alla lettera ogni programma. Bisognava fare lento? Io facevo lento. Dovevo raggiungere determinate pulsazioni? Mi applicavo al massimo perché accadesse. Soltanto che arriva l’anno in cui Chenetti vuole smettere. A quel punto capisco che ogni scelta sarebbe caduta soltanto su di me. Mi assumo la responsabilità di insistere perché rimanesse almeno ancora un anno. Avessi lasciato andare le cose così, sarebbe arrivato un altro allenatore e avrei dovuto iniziare tutto da capo.

Accade questo: la parte di talento che ha finora sostenuto la mia carriera inizia un po’ a scendere proprio perché inizia a prevalere quella della responsabilità. È stato quello il momento in cui ho preso piena consapevolezza dei miei mezzi, la famosa fiducia in sé stessi!


Chicco con la sua dolce metà Greta Laurent

Seguono altri step importantissimi per me. Conosco Greta, ci innamoriamo, ci sposiamo. Casa nostra diventa un piccolo centro federale, la quotidianità vissuta in virtù degli allenamenti! La vita in funzione della prestazione mi garantisce più probabilità di risultato. Quindi la prestazione non è soltanto conseguenza dell’allenamento, che rimane solo una parte di tutto il gioco. Vale il come ci si allena, come si vive e quanto si può credere di essere in grado di raggiungere un obiettivo.

Ovviamente è necessario che l’obiettivo non sia troppo ambizioso quindi è necessaria molta umiltà, altra parola fondamentale nel vocabolario di un atleta, che segue quella del talento.

Olimpiadi Pyeongchang 2018: l’argento!

Anche in questo caso spesso il significato viene deviato da luoghi comuni. Si ritiene che l’atleta umile sia quello che sta zitto. La penso diversamente. L’atleta umile è colui che sa qual è il suo posto e sa che lavorando, punto per punto, un po’ alla volta, può crescere e ottenere risultati importanti. L’ambizione è fondamentale per un atleta e ti porta a vincere, la superbia, ovvero un salto troppo lungo, ti taglia in due le gambe.

Allora mi guardo in giro e osservo come alcuni allenatori, dopo aver raggiunto i primi risultati con un atleta, pensavo di aver trovato il nuovo Klaebo. L’umiltà scatta proprio in questo momento, quando capisci che una vittoria non può e non deve modificare il tuo percorso che è sempre fatto di piccoli step, ma è soltanto uno dei tanti gradini da scalare.

Lo sprint olimpico!

Fermo restando che è molto complicato calcolare il valore di un atleta. Un risultato che diventa chiaro ed evidente soltanto quando la carriera termina.

In questa disamina non ho parlato di Markus Cramer, arrivato l’anno scorso. Ma se sono riuscito a voltarmi indietro e a esaminare tutta la mia vita da atleta lo devo a questi 16 mesi passati finora con lui. Ho fatto tesoro delle sue prime parole: “Ricordati che sei soltanto tu, con la tua testa e le tue gambe a essere autore della tua prestazione. Io posso metterti a disposizione soltanto la mia esperienza, ma in gara ci sei tu. E sei tu che devi cercare di allenarti al meglio”.

E allora mi sento di dire questo: non credo sia necessario stringere un rapporto di amicizia col proprio allenatore, piuttosto è fondamentale passare molto tempo assieme per far cresce la giusta affinità. L’allenatore deve conosce non soltanto l’atleta ma anche la persona. Da parte sua l’atleta deve assumersi la responsabilità di affidare totalmente alle mani dell’allenatore un aspetto importante della prestazione.

Coppa del Mondo a  C0gne 2019

Quello che ho raccontato della mia carriera non so se sia supportato dalla scienza dal punto di vista psicologico. Sicuramente è supportato dai risultati e l’analisi che ho fatto dovrebbe far capire quali e quante siano state le mie fortune e gli incastri favorevoli anche laddove magari gli allenatori citati non ne erano consapevoli.

La mia chiusura è per gli allenatori. Voglio esortarli a lavorare molto di più sull’empatia rispetto alle conoscenze metodologiche. Questo permette di capire e di supportare gli atleti soprattutto per quel che riguarda le difficoltà della vita di tutti i giorni che ognuno deve affrontare.

Poi chiaro, il modello Pellegrino non può essere replicato, ma spero che possa essere da spunto per una nuova impostazione di sistema. Basata su rapporti più lunghi e forti tra allenatori e atleti. Sottolineo altri due aspetti.

Pelle con Francesco De Fabiani sul podio della team Sprint ai Mondiali di Seefeld del  2019

Primo, ricordare, specie ai corpi militari, che la fiducia degli atleti non la si conquista con il grado o il ruolo, ma con la congruità tra il dire e il fare.

Secondo, e qui mi rivolgo a tutti coloro che hanno vissuto il fondo del passato e che oggi ricoprono un ruolo, come tecnico, commentatore, giornalista… Ecco, in tutti questi ruoli che oggi state ricoprendo mi sembra sia più forte il vostro interesse a continuare a vivere dei ricordi di quei risultati straordinari sconosciuti ai più giovani. Sarà anche affascinante, ma così facendo si perde di vista la vera mission del nostro mondo. Che è quella di garantire ai giovani una palestra di vita ricca di valori, fatta anche da punti di riferimento sì della storia ma anche degli atleti di oggi. È questa la grossa mano che possiamo ricevere oggi da voi. La vostra esperienza messa a disposizione della società del presente. Quei valori che possiamo trasmettere sono sempre più rari ma altrettanto fondamentali nel nostro splendido sport.

Il secondo straordinario argento olimpico arriva a Pechino sotto la guida di Markus Cramer


Il Palmarés di Chicco Pelle (Gruppo Sportivo Fiamme Oro)

Olimpiadi: 2 argenti nella sprint di Pyeongchang 2018 e Pechino 2022
Mondiali: 1 oro (Lahti 2017) , 2 argenti (Lahti 2017 a squadre e Seefeld 2019). 2 bronzi (sprint a squadre Falun 2015; sprint a squadre Seefeld 2019)
Sfere di cristallo: 2 nella sprint nel 2016 e 2021.
Coppa del Mondo: 14 vittorie, 11 individuali, 3 a squadre. 27 podo in totale con 7 secondi posti (individuali). e 6 terzi (2 individuali, 4 a squadre).

Federico Pellegrino assieme all’allenatore Markus Cramer al Convegno di Bobbio Federico Pellegrino: “Il mio Federico Pellegrino: “Il mio Federico Pellegrino: “Il mio Federico Pellegrino: “Il mio Federico Pellegrino: “Il mio

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.

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