Lo sport italiano ama raccontare il momento finale. Il podio, la medaglia, l’inno, le lacrime davanti alle telecamere. Molto meno spazio viene dedicato agli anni precedenti, quelli in cui un ragazzo prova disperatamente a restare intero mentre tutto attorno gli chiede di diventare adulto troppo presto. Predazzo ieri sera ha parlato soprattutto di questo.

Il convegno “La scuola scende in pista”, organizzato dall’Istituto La Rosa Bianca di Predazzo, ha affrontato il rapporto tra scuola e sport partendo dalla dual career, ma il vero centro del dibattito apparteneva a una domanda ancora più grande: quale prezzo umano paga oggi un giovane atleta per inseguire l’alto livello?
Nel teatro della valle olimpica sedevano dirigenti scolastici, allenatori, genitori, studenti, rappresentanti istituzionali, atleti e campioni olimpici. Mondi diversi che raramente trovano davvero il tempo di ascoltarsi. E invece il punto decisivo probabilmente nasce proprio lì, nel dialogo. Perché lo sport contemporaneo accelera continuamente, mentre la crescita umana richiede lentezza, errori, pause, possibilità di cadere.
Il sindaco di Predazzo Paolo Boninsegna ha ricordato l’eredità delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Strade, strutture, turismo. Tutto importante. Ma la vera eredità olimpica si misura altrove: nella capacità di un territorio di proteggere i propri giovani mentre affrontano sistemi sportivi sempre più duri e selettivi.

Il dirigente scolastico Marco Felicetti ha descritto il modello costruito dalla scuola negli anni. Tutoraggi, flessibilità, percorsi personalizzati. Però la questione più interessante non riguarda l’organizzazione pratica. Riguarda l’idea stessa di educazione. Per decenni il sistema scolastico italiano ha guardato lo sport quasi come una distrazione dal percorso formativo. Parallelamente, molti ambienti sportivi hanno considerato lo studio un ostacolo alla prestazione. Due mondi spesso incapaci di riconoscersi reciprocamente valore. Eppure il problema moderno nasce proprio dalla separazione tra queste due dimensioni.
Lo sport contemporaneo anticipa continuamente i tempi della vita. A 16 anni possono arrivare sponsor, classifiche internazionali, viaggi intercontinentali, aspettative economiche. In molti ambienti agonistici un adolescente viene già osservato come un investimento tecnico. La dual career acquista allora un valore enorme perché restituisce profondità a ragazzi che rischiano di diventare prestissimo soltanto atleti. Lo studio non rappresenta un piano B. Rappresenta invece uno spazio mentale diverso, capace di costruire autonomia di pensiero dentro sistemi che tendono inevitabilmente all’omologazione.
Un ragazzo che dedica tutta la propria identità allo sport rischia infatti una fragilità enorme. Basta un infortunio, una mancata convocazione, un risultato negativo e l’intera costruzione personale può crollare. Lo sport ad alto livello produce inevitabilmente selezione. Pochissimi arrivano davvero al vertice. Per questo la scuola assume un valore gigantesco: costruisce profondità, linguaggio, pensiero critico, stabilità interiore. Offre al giovane atleta la possibilità di esistere anche oltre il cronometro.

Per decenni il modello dominante dello sport europeo ha premiato quasi esclusivamente l’idea del sacrificio assoluto. Tutto orientato verso la prestazione, tutto subordinato al risultato. Oggi però molte federazioni internazionali iniziano a comprendere un aspetto fondamentale: gli atleti più longevi e mentalmente solidi sono spesso quelli che hanno mantenuto una struttura personale più ampia dello sport stesso. Una formazione culturale ricca produce infatti anche atleti più lucidi, più stabili sotto pressione, più capaci di attraversare crisi e cambiamenti, come sottolinea Giulia Candiago, External Relations Manager della Fis.
Il videomessaggio di Giovanni Malagò ha riportato il discorso sull’essenza educativa dello sport. Ma proprio qui emerge la grande contraddizione contemporanea: lo sport educa soltanto nel momento in cui smette di consumare i ragazzi come materiale da risultato.

Il presidente del Collegio Nazionale Maestri di Sci Italiani Luigi Borgo ha parlato della montagna come ambiente formativo. E la montagna insegna infatti una lezione fondamentale: il limite non rappresenta una sconfitta ma una condizione umana da conoscere. Lo sci moderno invece vive spesso dentro una cultura opposta, fatta di pressione continua, esposizione mediatica precoce e ricerca ossessiva della performance.
Sul palco arrivano poi visioni differenti ma complementari. Sunil Ravi, console americano in Italia e coordinatore degli atleti statunitensi a Milano-Cortina, allarga lo sguardo al valore internazionale dello sport. L’università entra invece nel dibattito con Flaviana Cova, che racconta ricerca, sostenibilità e innovazione nate attorno ai Giochi.

Flaviana Cova (UniTN) porta il tema della ricerca e dell’innovazione. Silvia Delli Zotti (Rookie Academy) entra invece nel territorio più fragile: la dimensione psicologica dei ragazzi. Ansia, aspettative, identità personale. Lo sport moderno sviluppa atleti fortissimi e adolescenti spesso vulnerabili. Ha portato sul palco un esempio concreto, Giovanni Ceccarelli, tra i migliori children della stagione, pronto a fare il grande salto nella categoria Giovani.

Anche Luigi Tuffanelli (Iprase) insiste sulla necessità di una scuola capace di adattarsi a percorsi fuori dall’ordinario senza perdere autorevolezza culturale. Una sfida enorme. Perché la flessibilità educativa richiede docenti preparati, strutture efficienti e soprattutto una nuova idea di merito. Il manager Bruno Felicetti, direttore impianti Campiglio, richiama invece il ruolo condiviso di famiglie, federazioni e istituzioni. Nessun giovane atleta cresce davvero da solo. Dietro ogni carriera esiste sempre una rete invisibile di adulti.

L’esperienza raccontata da Lidia Bernardi, presidente dello Sci Club Gardena e referente dell’Istituti Ite Raetia di Ortisei, conferma che il problema attraversa tutte le montagne alpine: come permettere ai ragazzi di inseguire il massimo livello sportivo senza perdere complessità umana?

Poi però il teatro cambia atmosfera.
Federico Pellegrino prende il microfono e improvvisamente spariscono le formule teoriche. Resta la vita reale di un atleta. Fatica, dubbi, equilibrio mentale, gestione della pressione. I grandi campioni parlano quasi sempre della fragilità con maggiore lucidità rispetto ai dirigenti.

Le giovani Anna Tocker e Giada D’Antonio raccontano invece una quotidianità impressionante nella sua normalità apparente. Compiti negli hotel, interrogazioni dopo le gare, settimane lontane da casa. Adolescenze vissute dentro ritmi che il mondo adulto faticherebbe a sostenere.
Le parole inviate da Arianna Fontana e il videomessaggio di Pietro Sighel chiudono idealmente il cerchio. Due campioni che conoscono perfettamente il prezzo richiesto dall’alto livello. E forse il punto più importante emerso ieri sera appartiene proprio a questo prezzo.

Lo sport italiano produce talenti straordinari. Molto più difficile diventa capire quanti ragazzi perdiamo lungo il percorso. Quanti adolescenti finiscono schiacciati dalle aspettative, quanti abbandonano troppo presto, quanti crescono identificandosi soltanto con il risultato.

La dual career allora smette di essere un progetto scolastico. Diventa una forma di protezione culturale. Un tentativo di salvare la persona mentre nasce l’atleta. Perché una medaglia può illuminare un inverno intero. Ma soltanto una formazione profonda permette a un uomo di restare in piedi per tutta la vita.

Il discorso non è infinito ma le due ore e mezza dedicate da sole non bastano per toccare tutti i punti. Ecco perché il tutor Federico Zazzeroni , ideatore dell’evento, invita tutti a esprimere pareri, idee ma soprattutto azioni! L’appuntamento con la scuola scende in piata è già fissato per maggio 2027!






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