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La vera storia del Soldato Ryan

Ci sono due storie del soldato Ryan, quella fantasticata da Steve Spielberg e una un po’ più vera che racconta la vita di Andrea Ravelli. 28 anni, di Darfo Boario terme (BS) fisico brutale, detto senza fronzoli una bestia o belva della natura, fermato quando era giovanissimo dai crociati andati in frantumi, oggi guida di Giacomo Bertagnolli. Nonché cofondatore del Pro Ski team.

Perché soldato Ryan? Per un motivo inspiegabile, Andrea ha sempre avuto un sacco di soprannomi. Andy el paret» («Il “parente” in dialetto bresciano»), «Enz» («Per gli amici del mio paese»), «Ryan» («Come il soldato del film, quando sono entrato in squadra nel 2008 ed ero il più giovane di tutti»), «Scania» (forte come un TIR, by Alessandro Serra) e ancora quello perfezionato da Gabriele Cincelli, suo allenatore della squadra giovanile: «Ryan il cecchino».

Agli ordini della Guardia di Finanza, Ravelli ha saputo prendere al volo una seconda occasione per mettere a frutto i sacrifici di una vita (qui la sua storia da giovane atleta). Sperava di presentarsi quanto prima al cancelletto di partenza della Streif di Kitzbühel o del Lauberhorn di Wengen.

Almeno, i risultati ottenuti del 2012 stavano disegnando questo percorso dato per certo da tutti. Poi a settembre della stagione successiva il collaterale del ginocchio destro salta.

Capita durante un allenamento a Hintertux. I tempi canonici per tornare in piedi, si ripresenta sulle nevi austriache e durante una discesa di superG lo stesso collaterale si rompe ancora, in atterraggio da un salto. Ryan non molla e nel febbraio del 2013 torna sulla neve. Ma parte anche il crociato del ginocchio sinistro.

Non solo, in tutti questi incidenti subisce lesioni al linguine. Questa volta la riabilitazione è più lunga ma Andrea non molla, anche se nel frattempo viene messo fuori squadra. Con i colori del Gruppo Sportivo ci riprova nella stagione 2014/15 in Coppa Europa: “Ma se prima vedevo uno spiraglio, ora non riuscivo più.

I secondi dai migliori erano aumentati. Ho fatto qualche altro bel gigantino in Coppa Italia, ma sia in discesa che in superG non c’era più niente da fare”.
A fine 2016 la decisione di ritirarsi definitivamente dalle gare.

E che cosa hai fatto?
Avevo in ballo l’università di Scienze Motorie che da atleta mi trascinavo con un esame ogni morte di Papa. Mi mancavano una decina di esami che supero nell’arco di un anno. La Laurea arriva nel 2018.

Rimanendo sempre in Finanza?
Sono rimasto a Predazzo per nove mesi a fare il piantone. Poi mi hanno trasferito a 50 km da casa, a Edolo dove ho lavorato per due anni e mezzo. Qui ho fatto un sacco di esperienze pure da finanziere

Ma nel 2019, la svolta…
In aprile arriva la chiamata della mamma di Giacomo Bertagnolli: “Ci hanno parlato di te e ti chiamiamo perché Giacomo è un atleta paralimpico ipovedente e deve cambiare guida. Vuoi fare una prova?“. La cosa mi intrigava.

Per la verità c’era stato un primo contatto anche l’anno prima, ma ero troppo incasinato. Tra trasferimento, università, corso allenatore di secondo livello non avevo fisicamente tempo.

Poi, sinceramente non avevo capito benissimo di cosa si trattasse. Ma ero troppo distratto da tante cose. Tuttavia inizio a interessarmi soprattutto quando Giacomo torna da PyeongChang con al collo due ori, un argento e un bronzo.

Così questa volta decidi di fare una prova
Che viene molto bene. Riscontriamo un ottimo feeling fin da subito. Questo è alla base di tutto. Se non si crea meglio lasciar perdere. Quando ho visto come sciava e scoperto che tipo era, non ho avuto esitazioni.

Racconta della primissima discesa con Giacomo
È stata molto tranquilla. Mi sono detto, sugli sci bene o male, posso fare quello che voglio. So accelerare, frenare, recuperare velocità, guardare indietro. Ho la capacità di ascoltare cosa potrebbe dirmi  Jack, se devo aspettarlo o andare più forte.

Abbiamo fatto inizialmente due o tre giri in campo libero che è una situazione sicuramente più complicata. Poi la prima discesa tra i pali del gigante e decido di scendere al 50 per cento. Secondo giro, alzo il tiro. Terzo giro provo a fare una sequenza si sette porte tirando al massimo, proprio per verificare quanto jack rimaneva indietro.

Le riprese video mi hanno dato la giusta misura per capire come tarare la mia velocità.

Giusto per avere una misura, mediamente in gigante a quanto vai?
Direi al 70 per cento delle mie possibilità. Però le cose possono cambiare nel corso della stagione. Se so che in quel periodo Jack è più in forma so che posso tirare un po’ di più. Al contrario se mi accorgo che c’è qualche problema.

Ti sei dovuto congedare?
Assolutamente no. La cosa avrebbe potuto avere un seguito se fossi riuscito a tornare nel gruppo sportivo. Tra allenamenti, gare e trasferte, non sarebbe stato possibile sciare con Giacomo sfruttando solo le ferie.

E torni a Predazzo…
Esattamente a settembre, nel quinto gruppo atleti, proprio con la mansione di Guida. Tieni conto che Giacomo è di Cavalese, per cui quando siamo a casa ci alleniamo sempre in quelle zone.

Il primo anno subito a mille…
Coppa generale e quattro coppe di specialità. Direi obiettivo raggiunto!

Prima di iniziare non eri preoccupato di dover affrontare una cosa così particolare?
In realtà erano più preoccupati gli altri, sia Jack che io ce la siamo vissuta con molta tranquillità. Anche perché cambiare una guida non è uno scherzo. È un ricominciare da capo con tutti i rischi che si possono correre quando hai già vinto tantissimo. Però i risultati sono lì da vedere. È andata bene dai.

Come ti vedono anche gli altri ragazzi della squadra dello sci alpino Fisip?
Un animale! D’altra parte la differenza fisica tra Giacomo è me è piuttosto rilevante. Lui pesa si e no 60 chili. Io sono 90! Poi conoscono il mio passato e gli fa piacere quando racconto delle mie esperienze precedenti.

È bello anche quando mi chiedono dei consigli. Direi che sono stato accolto proprio bene. Davide Bendotti lo conoscevo già e con tutti gli altri non è stati per niente difficile entrare in piena sintonia. Stessa cosa con gli allenatori, bravi, disponibili e simpatici. Cosa pretendi di più?

Torniamo in pista, chi comanda dei due?
Giacomo non è un chiacchierone. Dovrebbe sforzarsi di parlare un po’ di più. Poi il pallino in mano ce l’ho io. Più che altro cerco di caricarlo. Ho notato che tenerlo pressato a voce con continuità gli serve tantissimo per migliorare la sua performance.

Tipo?
Dai, tieni duro, stai bene sull’esterno! Questo è l’aspetto tecnico che deve approfondire di più. Ogni tanto lo perde. Lo incito sempre, quasi a ogni porta. Poi gli ricordo i passaggi più complessi che non riesce a memorizzare perfettamente.

Cosa che ovviamente avviene un paio di porte prima. D’altra parte non è semplice per lui disegnare nella mente un tracciato intero. Qualcosina vede ma la foto non riesce a farsela!

È Divertente fare la guida?
Altroché! Poi considera che questa nuova esperienza mi ha riportato nel mio mondo, quello delle gare. Non sono vecchio, ho 28 anni, ma cacciarmi giù in discesa non mi è più concesso.

Negli ultimi anni certamente mi divertiva presentarmi al cancelletto di partenza, ma per come ero messo fisicamente, sapevo che se fossi caduto, sarei salito in ambulanza al traguardo!

Questa avventura mi permette di rivivere l’ambiente senza correre troppo rischi. L’incidente poi può sempre capitare, ma andando al 70 per cento, sono decisamente più tranquillo.

Non c’è una perdita di adrenalina?
Non è che ce n’è meno, è solo diversa, ma c’è! Sono più sicuro, aspetto che riesco a trasmettere anche a Giacomo.

Qual è la specialità più difficile?
Lo slalom è un vero casino! Perché io non posso toccare i pali mentre Jack sa tagliare molto bene. Dovendo passare attorno al palo con una traiettoria più lunga, c’è il rischio che mi prenda! In questo caso devo andare molto più forte rispetto alle altre discipline.

Non ho quel margine che possono concedermi in gigante, superG e discesa. Devo tribulare un po’. Spero sempre che nei tracciati ci siano dei raccordi dove ancora riesca a fare maggiore differenza e prendermi un po’ di strada in più.

Ma cosa accade: magari sono davanti una porta e mezza, quindi devo aspettarlo altrimenti se c’è troppa distanza ci squalificano.

Quindi devo mollare un po’ la spinta dello sci. Solo che lui quando torna vicino con una velocità maggiore della mia, devo riprendere a spingere. E magari devo fare una sequenza su un falso piano di dieci porte… Insomma, lo slalom è complicato!

In discesa non c’è il rischio di staccarlo troppo?
Noi siamo in collegamento audio e può avvisarmi ma il più delle volte mi giro a guardare dov’é. Poi è capitato che qualche arbitro mi abbia tirato le orecchie per l’eccessiva distanza tra di noi.

Questo capita specie se c’è un dosso che io ho già superato e subito dopo c’è un parte di pista ripida. Se Jack deve ancora scollinare, ecco che è un attimo staccarci di 50 metri.

E allora si può andare a rischio squalifica. Poi però la situazione non è difficile da recuperare, basta che lui rimanga spianato e che io mi alzi un po’ di busto e si trova subito l’equilibrio giusto.

Avete margini di miglioramento?
C’è per tutti e due. Io posso imparare a dargli stimoli per farlo andare più forte. E in slalom a fargli tirare un po’ il freno quando mi accorgo che il ritmo è troppo alto. Specie quando ci sono figure impegnative.

Sai, quando il ritmo è abbastanza alto e mi trova davanti a una tripla, per me non è un problema superarla. Per lui invece non è la stessa cosa, perché i tempi di reazione sono logicamente diversi. Dunque se Jack esce in questo caso l’errore è mio che l’ho lasciato andare troppo.

È dunque un mio compito decidere l’intensità dell’azione. Questo aspetto lo acquisisci con l’allenamento e l’esperienza. A volte devi prendere decisioni in una frazione di secondo. Meglio rischiare tutto per vincere o puoi anche accontentarti di una medaglia d’argento?

Giacomo invece può ancora migliorare dal punto di vista tecnico e anche nel fisico. Un po’ di massa muscolare in più non gli farebbe male per aumentare la pressione sugli sci.

Lo sci è uno sport individuale, ma ora la vittoria va divisa in due, come la mettiamo?
È diverso ma alla fine non cambia nulla. Per quanto mi riguarda, il ruolo di guida non la sento come se fossi, per dire un allenatore.

La guida è un atleta non un aiuto. Sono due figure che si fondono. Rimangono separate nella forma ma non nella sostanza. Per essere più chiari, quando tagliamo il traguardo col miglior tempo non penso: “bene, l’ho fatto vincere”.

Mi sento abbracciato dalla vittoria come lui allo stesso modo. Sono, come Jack, responsabile del tempo, così come dell’errore. Tutto ciò che avviene in pista è inscindibile. E allo stesso modo, Jack non vince per merito mio, ma per merito nostro.

Cosa avete adesso nel mirino?
Oggi primo giorno di ritorno sulla neve a Les 2 Alpes agli ordini di Davide Gros. Finalmente… L’obiettivo è sempre uno, la vittoria.

C’è una Coppa del Mondo da difendere e un Mondiale da vincere. E se guardiamo un poco più in là, ci sono le Paralimpiadi di Pecchino. Non nego che il mio personale pensiero sia già là… la vera storia del

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.