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Le bugie dello sciatore: “Questa è l’ultima”

Le bugie dello sciatore hanno una caratteristica che le rende diverse dalle altre: non servono a fregare qualcuno, ma a convincere se stessi. “Questa è l’ultima.” L’ha detto alle undici e venti. Alle undici e quarantacinque era ancora sulla seggiovia. Nello sci le bugie hanno spesso una durata molto precisa.

Questa dell’ultima pista è probabilmente la più famosa, anche perché viene pronunciata con una sincerità assoluta. In quel momento lo sciatore è davvero convinto: ha sciato abbastanza, ha le gambe stanche, magari comincia ad avere fame, pensa alla macchina e alla strada del ritorno. Poi arriva in cima, guarda la pista dall’alto e qualcosa cambia. La neve sembra più bella di cinque minuti prima, il sole ha trovato un buco tra le nuvole, davanti non c’è nessuno. Quella che doveva essere l’ultima discesa comincia ad assomigliare terribilmente a una penultima. “Dai, questa è bella.” E si riparte. L’ultima pista nello sci ha la stessa affidabilità degli orari dei treni quando hai una coincidenza.

Nello sci succede continuamente. Si dice una cosa e pochi minuti dopo se ne fa un’altra. A volte passano appena trenta metri. È il caso di chi, in cima, garantisce che la pista è perfetta e poco dopo arriva in fondo guardando gli sci come se fossero responsabili dell’accaduto. “Dai che è bella, non c’è un segno.” Questa viene detta con l’autorità di chi ha appena effettuato un sopralluogo. Si guarda la pista, si inclina leggermente la testa, si valuta. Sentenza: non c’è un segno. I segni, naturalmente, ci sono. Sono dappertutto. Ma da sopra sembrano piccoli, la luce aiuta, la neve ne ha coperti alcuni e, soprattutto, chi parla ha già deciso che vuole scendere e cerca qualcuno disposto a condividere la decisione. Dopo tre curve arriva la realtà: “Era un po’ peggio di come sembrava”. Una frase straordinaria perché assolve contemporaneamente la pista, la vista e chi aveva parlato. La pista sembrava migliore. Tutto qui. Il caso è chiuso.

“Visibilità ottima.” Questa è ancora meglio. Nevica e si vede benissimo. C’è nebbia e “più avanti apre”. La luce è piatta, la pista sembra sparire e ogni cambio di pendenza diventa una sorpresa, ma qualcuno trova comunque il modo di rassicurare tutti. Lo sciatore ha una fiducia straordinaria nelle proprie capacità meteorologiche. Guarda una nuvola e formula una previsione. “Tra mezz’ora gira.” Sono le nove e dieci. Alle nove e quaranta nevica ancora. Alle dieci e un quarto si passa a mezzogiorno. A mezzogiorno si passa a domani. È una professione bellissima perché nessuno chiede mai il diploma. E se alle quattro compare finalmente uno spicchio di cielo azzurro, arriva il momento del trionfo: “Te l’avevo detto”.

Anche la neve viene raccontata secondo necessità. “È un po’ marcia, però tiene.” La prima metà della frase consiglia prudenza, la seconda ha già deciso che si scende. “Il fondo è ancora buono.” Quel “ancora” è fondamentale. Il fondo può essere passato attraverso ghiaccio, sole, neve riportata e centinaia di sci, ma finché è “ancora buono” si può andare. “Bella dura”, invece, cambia significato secondo chi la pronuncia. Se arriva da uno che ha appena fatto preparare gli sci, è entusiasmo. Se arriva da quello che ha appena perso la lamina alla prima curva, significa che il mondo gli ha dato torto.

Il corpo viene consultato quando ha già cominciato a protestare. “Non ho freddo.” Lo dice uno che ha le mani chiuse nei guanti da mezz’ora, il mento dentro la giacca e i piedi che ormai appartengono a un’altra persona. “Sto benissimo.” Poi si arriva alla fine della pista e la prima cosa che si sente è: “Andiamo a scaldarci?”. Cinque minuti prima sembrava una debolezza, adesso è diventata una necessità. Con le gambe è uguale. “Sono un po’ stanco.” Quel “po’” può voler dire tutto. Può essere una semplice stanchezza oppure il quadricipite che sta preparando una lettera di dimissioni. E infatti, pochi secondi dopo, arriva: “Facciamone ancora una”. Magari quella lunga. Quella che cinque minuti prima era stata esclusa perché “oggi non ne vale la pena”.

Gli sci ricevono lo stesso trattamento. “Questi vanno ancora benissimo.” Hanno visto tre stagioni, qualche sasso, una quantità rispettabile di ghiaccio e probabilmente sono stati portati in laboratorio più volte di quanto il proprietario sia disposto ad ammettere. Però vanno benissimo. “Li faccio preparare e sono nuovi.” Lo dice guardando gli sci con la fiducia con cui si guarda qualcuno che conosci da vent’anni e al quale continui a concedere un’altra possibilità. Nello sci l’affetto per l’attrezzatura supera spesso il buon senso. Un vecchio paio di scarponi può avere la scarpetta distrutta, il guscio segnato, la plastica che ha ormai sviluppato una propria personalità e, nonostante tutto, sentirsi dire: “Con questi mi trovo bene”.

Anche il negozio di sci nasconde una bugia tutta sua, e stavolta il cliente se la racconta da solo, il commesso non deve nemmeno sforzarsi. Comprare lo sci race che assomiglia terribilmente a quello del campione produce una gioia sproporzionata rispetto alla differenza reale fra i due. Differenza enorme, che lo sciatore conosce benissimo e sceglie di dimenticare all’istante, tipo amnesia volontaria in cassa. Poi arriva l’amico meno esperto, guarda la grafica, guarda il nome stampato sul fianco, e la tentazione diventa irresistibile. “Sono gli stessi di chi ha vinto l’oro nella discesa a Milano Cortina.” Detto con la faccia seria che di solito si riserva ai giuramenti in tribunale, quelli con la mano sulla Bibbia. L’amico annuisce, già convinto di aver comprato mezzo podio olimpico. Le differenze tecniche diventano un dettaglio da bugiardino, roba da leggere in silenzio, mai ad alta voce davanti a un amico appena felice.

Gli allenatori hanno un vocabolario tutto loro. “Oggi facciamo scarico.” La parola arriva come una buona notizia. Il ragazzo si rilassa. Poi comincia l’allenamento. Alla fine, quando ormai sta guardando per terra con l’intensità di chi vorrebbe scomparirci dentro, chiede: “Abbiamo finito?”. “Ancora due.” Due cosa non è mai chiarissimo. Due esercizi? Due serie? Due giri? “Ancora due” e nessuno domanda. Lo si capisce dopo. Oppure non lo si capisce proprio. Dipende dall’allenatore.

La gara ha il suo repertorio. Prima: “È solo una gara.” Dopo: “Ho perso tutto nel piano.” Poi: “Non vedevo niente.” Se proprio serve, arriva il vento. Il vento nello sci è un alibi straordinario: c’era, ha fatto quello che ha fatto e nessuno può chiamarlo a testimoniare. Può aver spinto, frenato, cambiato direzione, disturbato la neve. Può spiegare quasi tutto. Una gara dello sci club, nella ricostruzione del pomeriggio, può diventare un evento nel quale hanno avuto un ruolo decisivo il pettorale, la luce, la neve, il vento e forse qualche divinità alpina. Il cronometro se ne sta zitto lì, con il suo tempo, l’unica cosa che nessuna versione riesce a convincere.

Il genitore è forse quello che mente meglio, perché lo fa per amore. “Vai tranquillo.” Lo dice davanti al cancelletto mentre ha già controllato il meteo, l’ordine di partenza, gli intermedi, la pista e probabilmente anche quanto ha fatto quello partito trenta secondi prima. “Divertiti.” Il figlio parte. Il genitore trattiene il fiato fino al traguardo. “Oggi non importa il risultato.” Questa è bellissima. Dura fino a quando compare il tempo sul tabellone. Da quel momento importa abbastanza. Lo si capisce dalla velocità con cui il genitore cerca il numero del figlio appena arriva, prima ancora di avergli tolto il casco.

Poi c’è la bugia domestica, quella che può compromettere una giornata familiare più di una nevicata. “Facciamo solo mattina.” Alle otto è un programma. Alle undici e mezza è diventato un desiderio. A mezzogiorno viene fame. All’una qualcuno guarda la pista e dice: “Dai, prima di andare ne facciamo una”. E nessuno ricorda più chi aveva inventato la mattina. Quella pista, naturalmente, è bellissima. La seggiovia è già lì. La neve pure. Il parcheggio può aspettare.

Freud avrebbe avuto parecchio lavoro con gli sciatori. Soprattutto con quello che alle undici e venti dice “questa è l’ultima” e alle undici e quarantacinque è ancora sulla seggiovia. Forse avrebbe cominciato proprio da lì. Oppure avrebbe guardato la pista. Perché arrivati in cima succede una cosa piuttosto seria: si dimentica tutto quello che si era deciso in basso. La stanchezza, il freddo, la fame, la macchina, l’orario. Rimane la pista. E allora la bugia precedente diventa improvvisamente poco importante.

Sono le quattro del pomeriggio. Le gambe sono stanche, le mani hanno freddo, lo sci è ormai pieno di neve e qualcuno ha già detto almeno tre volte che bisogna andare. Poi la seggiovia passa sopra la pista. È vuota. La neve, da lassù, sembra bellissima. “Ne facciamo ancora una?” A questo punto nessuno dovrebbe sorprendersi. Perché c’è una sola bugia sulla quale lo sci ha costruito una piccola civiltà. “Questa è l’ultima.”

Lo diciamo quando siamo stanchi, abbiamo freddo o fame. Lo diciamo persino quando sappiamo benissimo come andrà a finire. Poi arriviamo in cima, guardiamo giù e qualcuno dice: “Dai, che questa è bella. Facciamola”. E si riparte. Probabilmente sono marito e moglie.

Foto di copertina Dolomiti Superski

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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