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Paolo Patuzzi e gli occhi di Brignone, Goggia e Bassino

Paolo Patuzzi è un esperto di “visione”, o meglio è il “vision coach” , colui che “allena” gli occhi di Federica Brignone, Sofia Goggia e Marta Bassino, quindi del nostro super Gruppo Elite.

Lo abbiamo intervistato per capire che tipo di intervento ha eseguito sulle nostre campionesse e come funziona il suo metodo utile per qualsiasi sciatore: dai ragazzini, agli atleti di alto livello, ai Master.

Il percorso professionale di Paolo Patuzzi è cominciato con il diploma di perito ottico industriale. Oggi quella scuola non esiste di più ed è un peccato…

«Eh sì – dice – è un peccato… Proprio grazie a quel percorso di studi ho potuto acquisire conoscenza sugli aspetti produttivi, dei materiali delle lenti, delle montature, e su tutto ciò che concerne lindustria produttiva, dai sistemi ottici a quello che poi serve per poterli utilizzare a livello industriale o individuale».

Poi l’ottica professionale, la specializzazione triennale di optometria ed il diploma di naturopatia.

Non pago dei titoli accademici e dell’esperienza maturata, non smette di approfondire i suoi studi sul sistema visivo e sulle abilità della visione e ciò gli consente di sviluppare un metodo frutto anche di una vera e propria intuizione e ha ideato un programma davvero molto particolare e fondato un vero e proprio Team di professionisti della Visione.

Paolo Patuzzi con Sofia Goggia

Di cosa si tratta?
Il nostro Top Team Vision Congitive Training è composto da varie figure: Daniele Bergamin, (ottico-optometrista, psicologo, specializzato in neuropsicologia dei DSA), mia sorella Francesca (counselor, educatrice della visione negli apprendimenti scolastici), Marco Barajon, (ottico optometrista). Insieme, abbiamo sviluppato un metodo mutuato dalle  tecniche normalmente utilizzate per chi ha difficoltà di apprendimento.

Il nostro metodo prevede specifiche stimolazioni del sistema visivo e della percezione corporea che agiscono su alcune aree del cervello deputate alla decodifica delle immagini che noi osserviamo.

Può fare un esempio?
Ognuno di noi ha una misura istintiva delle distanze, delle proporzioni, cioè, di come la realtà appare tridimensionalmente sulla base di un’informazione visiva, anche a distanza e da angolazioni diverse.

Il nostro orientamento è legato allo sviluppo di alcune aree specifiche del cervello: quando noi osserviamo un determinato ambiente, un determinato passaggio, sappiamo automaticamente muoverci ed agire in maniera efficace.

Paolo Patuzzi con Federica Brignone

Immagino che nei bambini queste competenze siano meno sviluppate…
In un certo senso, sì e per un motivo che magari a molti sfugge: i bambini oggi hanno sviluppato abilità più di tipo astratto.

Sono spesso in casa e passano molto del loro tempo davanti ad un device con i videogiochi per i quali spesso è sufficiente utilizzare un solo dito!

Questo comporta una diminuzione di esperienze di realtà corporea, come saltare, giocare, arrampicarsi su un albero, cadere per terra, sbucciarsi un ginocchio… Insomma sono diminuite molto, rispetto al passato, le attività motorie all’aria aperta.

Ciò significa che nei bambini e negli adolescenti di oggi vengono meno stimolate alcune delle competenze e abilità tipiche dell’homo sapiens come quella di utilizzare il pollice come dito oppositore per eseguire lavori fini.

Le basti ricordare quando anche lei giocava a biglie, al subbuteo, alle costruzioni… Ebbene, oggi tutto questo è quasi del tutto scomparso.

Le conseguenze sono molteplici: difficoltà di interpretazione delle distanze, scarsa percezione del proprio corpo nello spazio, disarmonia nei movimenti, mancanza di equilibrio e di padronanza del corpo, difficoltà nell’impugnare correttamente una matita o un piccolo oggetto.

E poi ancora  fatica nella codifica dei simboli grafici, delle forme, dei simboli, disorganizzazione dello spazio anche quando si scrivono o disegnano i compiti di scuola!

Paolo Patuzzi segue spesso anche sulla neve le tre atlete del gruppo Elite. Qui assieme a Sofia Goggia

Sono tutti aspetti legati alle difficoltà di apprendimento che si evidenziano maggiormente a scuola, ma che riguardano anche la vita di tutti i giorni e le attività sportive.

Siamo finiti qua, ma tutto questo centra con la vista nello sci?
Una parentesi doverosa perché spiega di fatto il nostro sistema. Il nostro metodo è basato su esercizi che vanno ad iperstimolare, ovvero a enfatizzare abilità innate, ma in parte dormienti.

E accade che ritornano fuori con maggiore forza ed efficacia soprattutto per quanto riguarda l’interpretazione dello spazio e l’azione corrispondente a quella interpretazione.

Allora caliamoci nello sci…
Bene. Siamo alla vigilia della gara e facciamo “ricognizione” e questa parola contiene il significato profondo del nostro intervento: ri-cognizione, ovvero osservare e introiettare cognitivamente un dato acquisito con gli occhi ed elaborato con la mente.

L’atleta in ricognizione scende a fianco della pista e deve osservare attentamente il tracciato. Sulla base delle sue competenze ed esperienze motorie (conduzione, anticipi, tagli, etc..) l’atleta immagina una sequenza motoria in maniera astratta, ovvero si fa un’idea di dove attaccare la curva, chiudere, lasciar andare…

Questo è possibile perché l’atleta esegue delle procedure di astrazione del tracciato che sta guardando di fianco o da sotto, ovvero da prospettive differenti da quella che avrà a disposizione durante la gara. Tale processo cognitivo è di alto livello e può essere stimolato e migliorato.

Come?
Lavoriamo sicuramente sul sistema visivo base che è la convergenza, l’oculomotricità, e la binocularità (visione stereoscopica). Ma dove interveniamo tanto è la capacità interpretativa nell’’off-line (quando appunto si è in ricognizione) per sviluppare una strategia di conduzione ottimale della traiettoria di gara.

E questo lo si ottiene con esercizi?
Sì, con esercizi che si fanno durante tutto l’anno, anche quando la neve non c’è. Marta Bassino quest’ anno ha fatto solo esercizi a livello “funzionale”, sul sistema visivo di base, ma Federica e Sofia hanno condotto un lavoro più specifico. Con Federica ho applicato anche un programma sperimentale.

Beh, ha funzionato direi…
Eh direi anch’io, o per lo meno non è peggiorata! Non lo aveva mai usato nessuno, ma considerando i risultati è diventato un po’ ’ il nostro standard.

Si può sapere come funziona?
Non lavoriamo solo sulle funzioni visive come si fa solitamente nello sport vision per lo sci (salti di fissazione dello sguardo da una porta all’’altra, visione periferica).

Agli esercizi per allenare queste funzioni -che rimangono fondamentali – aggiungiamo esercizi settimanali di stimolazione che durano circa un’ora ciascuno: si tratta di video sedute dove l’operatore assiste in diretta l’atleta mentre esegue l’esercizio con l’ausilio di alcuni kit appositamente studiati.

Esercizi, come anticipava prima, simili a quelli impiegati per la rieducazione e la riabilitazione dei soggetti con DSA (disturbi specifici dellapprendimento)?
Proprio quelli, ma con l’asticella alzata tantissimo.

Con gli atleti partite subito con gli esercizi?
Prima eseguiamo dei test TVPS (Test visuo percettivo spaziali) utili per indagare in quali aree sono carenti le abilità del sistema visivo/cognitivo. Come, ad esempio, l’abilità nel riconoscere e memorizzare le forme che riguarda di conseguenza la capacità di riconoscere e memorizzare nel più breve tempo possibile la sequenza e la distanza delle porte.

Utilizziamo test basati su evidenze scientifiche con i quali è possibile misurare quantitativamente le singole abilità espresse in valori percentili raggiunti dall’atleta.

Ottenuto il dato, interveniamo sull’atleta con esercizi che lavorano per sviluppare quella specifica area visiva.

Ricognizione a Levi: nebbia, buio, luce artificiale…

Sono esercizi efficaci anche in caso di scarsa visibilità?
Direi soprattutto in queste situazioni! Federica proprio quando ha trovato condizioni di visibilità critica, ha notato un cambiamento tangibile.

Con lei abbiamo lavorato molto sulla sensibilità al contrasto grazie alla quale ora riesce a individuare meglio anche quei piccoli dossi che creano problemi quando è tutto bianco, ovvero in condizioni di luce piatta.

Lavorate in collaborazione con aziende che producono occhiali?
Più che di occhiali di lenti speciali per le maschere, è un’ azienda leader del settore che ha messo a punto brevetti sui pigmenti delle lenti che stiamo testando con Sofia Goggia per valutarne l’efficacia.

Com’è nato il rapporto tra voi e le atlete?
Una delle mie attività è insegnare nei corsi per osteopati il rapporto tra visione e postura. Ad uno di questi corsi partecipò anche Federico Bristot, fisioterapista della Fisi fino alla scorsa stagione, prima di diventare papà.

Gli occhi di Marta Bassino!

Sofia Goggia gli aveva chiesto, nel luglio 2018, se conoscesse qualche specialista della vista e lui la portò da me. A quel punto, dopo averle spiegato il metodo, volle partire subito in quarta. Poco dopo descrivendo questo programma a Gianluca Rulfi  venne proposto anche a Federica e a Marta. Ed eccoci qua!

E prima di loro?
Solo con atleti di società sportive non professioniste.

Sofia, Federica e Marta lavorano da casa o devono venire nelle vostre strutture?
Quasi sempre a casa grazie al kit che forniamo. Sono tre esercizi di base che chiamiamo “lavoro di terreno” per mantenere efficaci le funzioni visive principali.
Settimanalmente si eseguono sessioni mirate e individuali di esercitazioni di tipo cognitivo visivo di alto livello.

Questi esercizi vengono inseriti anche all’interno della preparazione atletica quotidiana.

Ad esempio, mentre eseguono uno squat, una isocinetica, possono allenarsi e contemporaneamente fare gli esercizi per la vista. Anzi, questo abbinamento è fortemente consigliato proprio perché si esercita una stimolazione visiva mentre è in atto un’attività motoria di una certa intensità.

Gli esercizi di tipo cognitivo,vengono addirittura eseguiti in condizione di equilibrio precario – utilizzando per esempio le tavolette propriocettive – in posizione di sciata e con le maschere indossate, ricreando in qualche modo le condizioni tipiche della gara.

Questi esercizi sono standard o personalizzati?
Una parte sono standard, diciamo il 70%. Per il 30% restante, per chi vuole fare il salto di qualità spingendo al massimo, si procede con una valutazione neuropsicologica delle singole abilità visive.

Lo slalom è una delle discipline dove il sistema elaborato da Paolo Patuzzi è estremamente utile. Qui Federica Brignone nello slalom di Kranjska Gora

La valutazione dura circa 4 ore durante le quali si effettuano  test specifici per le singole e specifiche abilità, corrispondenti alle relative aree visive.

Sul profilo ottenuto si stabilisce la strategia e di conseguenza il piano degli esercizi di stimolazione, utili per colmare il gap che manca per arrivare a un sistema visivo super efficiente.

Le cose cambiano se esiste un deficit visivo tradizionale, tipo astigmatismo, ipermetropia,miopia…?
Lo spiego con un concetto molto semplice, con una similitudine tra il nostro sistema visivo e il network composto da un’antenna, un decoder e un televisore.

L’antenna parabolica è l’occhio con tutti i deficit che può avere.

L’antenna si orienta e punta su un segnale. Per renderlo visibile, quel segnale deve essere prima decodificato e successivamente inviato al televisore sul quale, dopo un’ulteriore decodifica, è possibile finalmente “vedere” ciò che l’antenna ha captato.

Il nostro decoder è costituito dai centri nervosi che stanno prima della corteccia visiva; la retina, per esempio, è un centro nervoso.

Se nel televisore vedo un ’immagine non buona, devo andare a indagare su tutte e tre le “stazioni”. Quindi, prima cosa verifico se l’antenna (l’occhio) non sia danneggiata o mal orientata. Quindi, se presente, correggo l’astigmatismo, la miopia…

Federica e Sofia durante la ricognizione a Killington

Poi passo alla fase due, ovvero controllo come si comporta il decoder quando riceve le informazioni dall ’antenna. Questo avviene con test specifici sulla stazione intermedia.

Ad esempio, possiamo dire di vedere dinnanzi a noi una sedia, perché il decoder ha nel suo archivio quel tipo di immagine alla quale dà un significato. Il decoder mi dice anche dove si colloca nello spazio, se è vicina o lontana, alla mia destra o alla mia sinistra e quale movimenti fare per sedermici sopra…

È ciò che avviene anche sul percorso di gara con le porte, rosse o blu. Per capire come affrontarle efficacemente ad alte velocità è necessario che tutto il sistema visivo e cognitivo funzionino ai massimi livelli.

L ’iperstimolazione visiva, aumenta quindi la capacità di interpretare efficacemente il tracciato.

Aiuta soprattutto a calcolare le distanze tra le porte?
Più o meno. Faccio un altro esempio. Nel basket ci sono giocatori che riescono a fare canestro subito. Altri ci mettono di più perché non riescono a calibrare la forza o la direzione corrette.

La differenza tra questi giocatori non appartiene al caso, ma alle loro specifiche abilità visive che possono essere stimolate anche senza avere davanti a un canestro in quanto sono competenze di tipo esperienziale, genetico, neuro cognitivo.

Dopo un certo numero di sessioni di training, effettuiamo opportune verifiche per capire quanto il lavoro fatto abbia migliorato in percentile la singola abilità.

Dunque esiste anche un risparmio energetico?
Altroché. Torniamo sul campo di basket con un giocatore esoforico, ovvero che tende a iperconvergere per cui ha la sensazione che il canestro sia un po’ più vicino rispetto alla realtà.

Ebbene la funzione spaziale, ovvero, dove si collocano le cose, se è alterata anche solo di 5centimetri, indurrà inizialmente il giocatore a sbagliare il tiro perchè è ingannato dalla distanza percepita. Quindi cosa fa?

 

Dopo un certo numero di tentativi andati a vuoto, capisce che deve tirare più forte “violentando” la sua percezione. Ne consegue un dispendio energetico: cioè deve ragionare sul suo tiro che quindi non è più istintivo, veloce, in un certo senso, “facile”.

Nello sci è uguale. So che nelle curve a sinistra arrivo sempre in ritardo. Dunque devo anticipare un po’ tutto per non sbagliare. È chiaro quindi che in gara devo concentrarmi su questo aspetto, perdendo energie attentive, cognitive e istintive.

Viene a mancare anche la naturalezza del gesto…
Guarda, Sofia dice più o meno questo: «quando vinco è perché scio senza pensare senza controllare più di tanto».

Ed è proprio qui dove bisogna arrivare. D’altra parte, anche a parità di allenamento, il fuoriclasse è colui che riesce a fare tutto in maniera naturale.

Perché se scendi senza dover pensare a come risolvere problemi, riesci ad aumentare la tua performance e a lasciar fluire le emozioni che sono il carburante che contribuisce a spingerti sul podio.

Attenzione però, avere una visione perfetta non significa potersi allenare di meno. Significa che riesco ad allenarmi meglio e con risultati più immediati.

Ma quanta scienza c’è negli esercizi che avete individuato?
Comprendo cosa intende. Non è il risultato ottenuto dall’atleta che mi dà ragione sulla bontà del lavoro svolto. L’efficacia degli esercizi nel colmare le carenze nelle singole aree visive è scientificamente dimostrata.

Inoltre eseguiamo i test prima del training, facciamo fare gli esercizi e ripetiamo i test dopo e ricaviamo dati quantitativi sui risultati ottenuti, non semplici opinioni.

Una pista, soprattutto quella della velocità, è più soggetta a cambi di luce notevoli. Tratti, come questi, di nebbia e foschia.

Ovvio che non esiste una singola funzione del sistema visivo capace di farmi guadagnare ad esempio, 3 centesimi in un tracciato di gigante: sono troppe le variabili che intervengono durante l’azione.

Però quella singola funzione,come la sequenza della forma, ovvero, la capacità di memorizzare il tracciato, se dopo gli esercizi passa da percentile 30 a 90, è evidente che questo può fare la differenza. Diciamo che non è possibile calcolare come quella singola funzione si trasformi in vantaggio competitivo.

Immagino quanto si possa guadagnare a livello di istinto e di reazione neuromuscolare…
È proprio quello! Quando presento il metodo agli atleti ci affidiamo a un approccio sistemico alla binocularità, alla convergenza.

Il nostro sistema visivo è l’unico che ha queste capacità prospettiche e di visione simultanea dei due occhi. Le immagini catturate dall’occhio destro e da quello sinistro si fondono generando una visione tridimensionale.
Questa è la binocularità costituita da quella che in gergo si chiama convergenza totale.

Convergenza totale…
Sì…Gli occhi convergono in maniera efficace, in qualsiasi posizione di sguardo, in maniera opportuna, affinché si possa percepire un’immagine singola ed efficace.

Questo accade grazie alla somma di quattro convergenze.

Quella tonica, legata al sistema tonicoposturale, ovvero all’equilibrio. Se ricevo segnali disarmonici dai sistemi di controllo posturale complementari quali il sistema vestibolare o l’appoggio podalico, il sistema visivo può dover mettere in atto una compensazione a tali segnali.

Quella accomodativa, legata alla messa a fuoco e dipende principalmente dagli equilibri del sistema nervoso autonomo.

Poi c’è quella, a mio giudizio più vantaggiosa, la convergenza psichica o prossimale, ovvero la taratura dell’ allineamento degli occhi sulla base delle abilità neurocognitive di interpretazione dell’’ambiente e degli spazi.

Infine c’è la convergenza fusionale che consente di realizzare la visione binoculare stabile e di evitare la diplopia. Quest’ultima è la componente di regolazione raffinata della convergenza totale.

Ancora una situazione di luce difficile

Ora ipotizziamo di trovarci in un percorso di slalom: nella percezione dello spazio e nella sequenza della forma siamo perfettamente abili. Ebbene, in un istante riesco a far sì che il puntamento degli occhi favorisca l’organizzazione motoria ottimale del mio sistema muscolare, delle gambe, del busto e delle braccia.

Il mio sistema visivo fornisce un’interpretazione in tempo reale talmente efficace che non ho bisogno di compensarla. Tutto questo è automatismo efficace nella combinazione di segnali dai sensi e risposta dei muscoli.

Questo lavoro ci porta a creare una competenza a livello istintivo con consumo energetico molto basso.

Pensare e correggere decodificando un difetto, crea una complicazione che può tradursi in centesimi di secondo persi.

Gli esercizi da seguire sono semplici? Affaticano?
Semplicissimi. Insomma, non si suda di certo. E ci riescono tutti. Ricordiamo che questo metodo, di base nasce con gli esercizi creati per migliorare le abilità della visione dei bambini con difficoltà negli apprendimenti.

Tutto questo ovviamente insieme con altri esercizi e terapie studiate in team con psicomotricisti, logopedisti, posturologi.

Il programma quindi è stato creato per aumentare le abilità ma senza alcuna frustrazione. Anzi ho notato che spesso genera un certo gasamento!

Quindi non esistono limiti di età per seguire il metodo?
Nessun limite. Se si è bambini meglio ancora. Esiste una app chiamata “Abilità visuo spaziali”: è un gioco con alcune idee simili agli esercizi che proponiamo anche noi, nella quale il ragazzino prova piacere nel superare i vari livelli di difficoltà.

Anche nel training che proponiamo, man mano che si superano i livelli cambiano le condizioni per eseguirlo tipo il tempo, l’equilibrio instabile, la velocità, quindi, si alza l’asticella. È divertente anche per le stesse atlete.

Federica infatti ci chiedeva sempre di alzare il livello per spingersi fino al massimo.

Noi abbiamo familiarità con l’allenamento del corpo, ma poca con l’allenamento cognitivo, quindi con l’allenamento all’abilità di pensiero, di decodifica di quello che stiamo facendo dal punto di vista visivo e cognitivo.

Ricordiamoci che proprio nello sci l’abilità motoria è combinata a un’abilità cognitiva.

Com’è organizzata la vostra struttura?
La base centrale, la Top Team Vision Cognitive Training, è a Milano, in via San Giminiano.

Poi ci sono partner operativi a seconda dove abitano gli atleti. Marta Bassino non poteva certo appoggiarsi su Milano, per cui abbiamo individuato un collega di Cuneo, Bruno Maestrelli al quale abbiamo fornito il metodo ed il materiale. E così facciamo con tutti.

È stato un viaggio davvero interessante con aspetti che sicuramente molti appassionati non conoscevano.

Paolo, direi di salutarci così: “Ci vediamo!”.

Chiaramente!

Per informazioni: www.ilpuntodivista.it

About the author

Marco Di Marco

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi.