Bergamo città vera, altro che periferia, cresce Lorenzo Gerosa, 21 anni: sci ai piedi da bambino piccolissimo, papà accanto a insegnargli i primi movimenti. Cognome pesante, quello, portato con leggerezza addosso fin dalla culla: il padre atleta di Coppa del Mondo, presenza raccontata in casa fin dai primi ricordi, storia assorbita a piccole dosi fin da subito, sempre un dato di fatto assimilato pian piano, come l’aria della valle.
Lo Sci Club Radici è l’unico colore sportivo che ha indossato da ragazzo. Il mio percorso inizia con Fabrizio Amigoni in cabina di regia tecnica, prosegue con Paolo Rota per un’intera stagione, quindi con Alberto Losa ed Ernesto Borsatti. Infine, arrivano due anni con Andrea Testa, l’allenatore che lo accompagna fino alla convocazione in squadra nazionale.

Oggi Gerosa veste la maglia della Squadra B, slalomgigantista di razza capace di tirare la curva sotto di sé come pochi coetanei, cresciuto a pane e categoria Children, calcio e sci insieme fino a un bivio netto, oggi diventato carabiniere. Ecco la sua storia, ricostruita voce per voce.
Le Origini
Il primo paio di sci ai piedi, chi te li allaccia?
Papà. Mi ha insegnato lui le basi, ancora prima di qualsiasi allenatore.
Bergamo città o provincia?
Città, proprio il centro.
Crescere con un padre ex atleta di Coppa del Mondo pesa, oppure diventa presto normalità?
La cosa cresce insieme a me, quindi normalità totale. In casa se ne parlava fin da quando ero piccolissimo, così il concetto arriva piano, un po’ alla volta, come crescere e basta. Zero effetto wow, giuro.

Lorenzo al Criterium Cuccioli
Papà Carlo, appena entri al Radici, resta al tuo fianco come tecnico oppure lascia campo libero al club?
Lascia fare all’allenatore, sul tecnico. Lui rimane più sul lato umano: guardava, ci confrontavamo a casa la sera, ma il lavoro pratico lo gestiva sempre chi mi seguiva al club.
La Doppia Vita: sci e calcio
Lo sci nasce subito come impegno serio, oppure resta gioco a lungo?
All’inizio sciavo solo d’inverno, mai andato allo Stelvio perché d’estate c’era il calcio. Il cronometro comincia a pesare più avanti.
Il calcio che spazio occupa in quegli anni?
Tanto, giocavo come ala in fascia nella Virtus Bergamo, una squadra abbastanza forte. La settimana si divideva tra due pomeriggi sugli sci con lo Sci Club, accompagnato da papà e da zio Leonardo, e due pomeriggi in campo. Praticamente quattro giorni pieni, oltre a partita e gara nel weekend.
Cosa fa pendere la bilancia verso lo sci?
A calcio, se vincevo, il merito restava della squadra, in undici. Sugli sci, se andava bene o male, la responsabilità era tutta mia. Quella cosa mi piaceva parecchio, e piano piano il calcio è rimasto indietro.

Con papà Carlo, ex slalomista Azzurro
Alpe Cimbra, Pinocchio, Campionati Italiani: come vanno quegli anni?
Ricordo un anno preciso, anche se il numero adesso mi sfugge: vinsi i due Criterium Cuccioli criterium importante, e nello stesso periodo il titolo Giovanissimi. Qualche gara buttata via l’ho fatta pure io, ma restavo quasi sempre nella zona alta della classifica.
Il concetto di pressione, in gara, arriva quando?
Presto, ero ancora piccolo. Certe volte me la creavo da solo, certe volte arrivava dagli altri, allenatori, compagni, oppure dal contesto della gara stessa.
Al cancelletto di partenza, che stato d’animo prevale?
Un po’ agitato, sinceramente. Cerco di concentrarmi sui dettagli tecnici, su un pensiero che mi mette a mio agio, più sulla tecnica che sul risultato.

Con la mamma, Marta Gregis, nella vita architetto.
Il percorso verso l’alto
Squadra B rappresenta un punto d’arrivo o una tappa?
Una tappa, decisamente. Il percorso per arrivarci è fatto di un sacco di gare, delusioni e soddisfazioni mischiate, e chi lo vive davvero sa quanto pesa.
La scalata verso l’alto, tecnicamente, dove costa più fatica?
Sul morbido, dove la neve viene smossa da chi passa prima di me. Le mie caratteristiche si esprimono meglio sul duro e sul ghiacciato, dove riesco a trovare più feeling e a essere più efficace. Nella prima parte della scalata, quando il terreno è più morbido e segnato, faccio un po’ più fatica.
Come descriveresti la tua sciata, in poche parole?
Cerco sempre la linea più corta. Poca strada, curva tirata stretta, dritto verso il traguardo. Meglio se il pendio è ripido, duro, o un mix delle due cose.

Ai Mondiali Junior di Narvik
Preferisci tracciati filanti o più angolati?
Filanti o angolati, cambia poco per me: la logica resta quella di tagliare il traguardo prima degli altri, scegliendo sempre la linea più diretta possibile.
Un momento della stagione in cui la forma arriva puntuale?
Parto sempre un po’ in salita, quasi ogni anno uguale. Poi, una volta avviato, il rendimento sale in fretta.
Una sconfitta capace di insegnare più di una vittoria?
Difficile isolarne una, sinceramente. A parte due o tre fenomeni assoluti del circuito, vedi Odermatt, Hirscher… per tutti gli altri la maggior parte delle gare non va come ci si aspettava. Una stagione intera serve proprio a far tornare i conti tra quelle buone e quelle da buttare, e considerando slalom e gigante insieme si arriva anche a sessanta gare l’anno.

Il salto di categoria
Il passaggio dai Children agli Aspiranti, traumatico come si dice in giro?
Per me è filato liscio, merito di allenatori con parecchia esperienza. All’epoca esisteva un tetto di trenta gare stagionali, poi tolto, che comunque dava una struttura al calendario.
Discesa libera e Super G, li hai provati?
Sì, i primi anni da Aspirante, con buoni risultati. Poi ho scelto di puntare sulle discipline tecniche, slalom e gigante, e la velocità l’ho rimandata a più avanti.
La prima Coppa Europa, che ricordo lascia?
Pettorale altissimo, tra gli ultimi. Ero contentissimo solo di aprire quel cancelletto, poi però ho inforcato una porta durante la manche, ma fino a lì non era andata male. Il salto di livello si sente subito: al cancelletto atleti già vincenti in Coppa, distacchi enormi tra un pettorale e l’altro.

Lorenzo in veste di apripista nello slalom olimpico
Infortuni seri lungo il percorso?
Niente di grave per fortuna, solo qualche strappo ogni tanto. Al massimo un mese fermo per acciacchi piccoli, la stagione l’ho sempre portata a termine.
Il clima al Grand Prix Italia, agonismo puro o sfida leggera fra amici?
Penso soprattutto alla mia gara, sinceramente, la gara degli altri conta poco. L’obiettivo resta dare il massimo, il coltello tra i denti resta un’immagine lontana da me.
La crescita tecnica e fisica
L’aspetto tecnico su cui hai lavorato di più?
La parte alta del corpo, il bacino soprattutto. Facevo delle aperture di troppo nelle curve migliori, per via degli addominali ancora deboli nei primi anni. Ci ho lavorato tanto, curva dopo curva.
Livello fisico attuale, come lo definiresti?
In crescita continua, stagione dopo stagione. La preparazione seria è cominciata dal primo o secondo anno da Giovane, con Matteo Artina come riferimento fisso, più, da quando sono entrato in squadra, con Fabio Bianco intervenuto durante i raduni a Formia e che mi segue tutto l’inverno. I due si parlano spesso, per tenere tutto allineato.
Il salto nei Carabinieri
Il giuramento, quando arriva?
Undici settembre, prima un mese di corso da fare. Il programma estivo va rivisto tutto: la trasferta a Ushuaia slitta, parto più tardi e rientro ai primi di ottobre invece che a fine settembre.
Lo sponsor Testa
Testa Holding, che ruolo gioca nel tuo percorso?
Abbiamo fatto un bel percorso assieme prima di entrare in squadra e adesso collaboriamo ancora in certe circostanze.

Assieme a Testa
Fuori dallo sci
Il calcio, abbandonato del tutto?
Gli allenamenti sì, ma qualche partitella con gli amici la faccio ancora ogni tanto. Come sport amatoriale mi sono spostato sulla mountain bike, enduro soprattutto.
Lo stile di vita da atleta, lo vivi come un sacrificio?
È stato tutto graduale, fin da bambino: categorie che salgono, gare che aumentano, trasferte sempre più lunghe. Il divertimento resta quasi sempre protagonista, la fatica si sente nei giorni in cui la voglia cala, magari con quaranta gradi all’ombra e ancora un allenamento da fare. Lo stile di vita sano scorre via naturale per me, ci sono abituato da anni: i miei amici escono la sera, io resto sulla mia routine, pensando alla performance.
Vittoria, sconfitta e analisi
Una gara andata storta, quanto tempo resta addosso?
Dipende dalla gara, sinceramente. Certe volte passa in fretta, altre volte resta più a lungo, soprattutto quando in ballo c’è qualcosa di grosso.
La vittoria, invece, cosa lascia?
Una soddisfazione tranquilla, più che euforia vera. Ho fatto il mio, punto. Una vittoria capita a volte anche con una gara mediocre, per questo guardo sempre come ho sciato più del risultato in sé.
Analizzi molto i video delle tue discese?
Guardo i video, ma con criterio: individuo l’errore, cerco la soluzione, provo a portarla in pista. Analizzare ogni singola curva mi sembra tempo perso, meglio isolare il problema e sistemarlo.

Materiale e attrezzatura
Atomic da sempre?
Da quando sono entrato nella categoria Giovani. All’inizio Nordica, successivamente a Blizzard, poi sono passato a Völkl, infine ad Atomic con cui gareggio ancora oggi. È il marchio con cui ho trovato il feeling migliore, e con cui è iniziata una collaborazione che continua tuttora.
Il rapporto con il materiale, quanto scrupoloso?
Molto. Bastano tre curve per capire se qualcosa stona sotto i piedi. In quel caso lo sci diventa un ostacolo, altro che alleato, e la performance ne risente subito.
Sciolinatura e preparazione sci, mestiere imparato con qualcuno?
Diciamo da autodidatta. Uso la macchina per la sciolinatura in modo pratico, e per il resto ho imparato guardando i tecnici più esperti lavorare a bordo pista, più che con corsi o tutorial.
I risultati recenti
La medaglia d’argento ai Campionati Giovani in gigante e slalom, che sapore lascia?
Pizzica un po’, in GS ero in testa dopo la prima manche, poi l’oro è sfumato per un errore nella seconda. Storia già vissuta l’anno prima. Però, quel risultato e anche la medaglia d’argento in slalom mi hanno aperto la porta della Squadra B, e questo cambia tutto.
La convocazione in Squadra B, attesa oppure sorpresa?
Sorpresa vera, sul serio! Fino all’ufficialità restava tutto in bilico. Il gruppo però mi è piaciuto subito: Andrea Truddaiu porta grande esperienza, con lui c’è un Ottimo dialogo e queto è un aspetto che apprezzo molto. Deville segue lo slalom, Samuele Sentieri il gigante. Fin dai primi allenamenti si è creato un bel clima di collaborazione e confronto.

Carattere e mentalità
Come ti descriveresti, di carattere?
Uno che riflette più che agire d’istinto, direi. Prima di ogni gara la testa conta quanto la gamba, secondo me. Slalom e gigante chiedono approcci opposti: grinta pura nel primo, pazienza costruita passo dopo passo nel secondo.
Il complimento che ti ha reso più orgoglioso?
Ci devo pensare un secondo, in effetti. Alla fine torna sempre lo stesso, detto spesso da mia mamma Marta: dice che sono elegante sugli sci. Giudizio estetico puro, e quell’eleganza penso di averla presa proprio da lei.
Cosa resta del Radici, oggi che la strada porta altrove?
Una base tecnica solida, e un legame sentimentale forte. Il direttore Ernesto Borsatti mi è sempre stato vicino. Torno volentieri al Monte Pora, ritrovo gli allenatori di sempre, e la chiacchierata riparte come se il tempo fosse rimasto fermo lì.
Programmi la stagione nei dettagli, oppure lasci correre gli eventi?
Gli obiettivi li ho chiari in testa, la tabella di marcia rigida invece resta un’abitudine estranea a me. Cerco di dare il meglio momento per momento, con l’idea di fondo di abbassare i punti FIS ed entrare stabilmente in Coppa Europa.

Manager, sponsor e visibilità
Un manager segue la tua carriera?
Sì, un’agenzia che segue pochi atleti con cura, contratto in esclusiva. Il manager si chiama Carlo, Carlo Gerosa!
Sponsor tecnici oltre Testa?
Posso contare sul supporto di diversi partner che sono fondamentali nel mio percorso. RTL è una famiglia che nell’ultimo anno mi ha dato grande visibilità. Atomic mi fornisce sci, scarponi e casco, Leki bastoncini e guanti, mentre Gelo Racing Lab realizza gli scarponi su misura. Poi c’è Salice, con cui negli anni è nato anche un rapporto personale molto bello.
Ci tengo a citare anche due sponsor non tecnici per me molto importanti. Enervit mi supporta con la nutrizione sportiva, fornendomi i prodotti che utilizzo quotidianamente, fondamentali sia in allenamento sia in gara. Locatelli, invece, ha scelto di credere nel mio progetto sportivo, sostenendomi con fiducia e accompagnandomi nel percorso di crescita.
I social media, che ruolo giocano nella tua professione di atleta?
Un ruolo sempre più grande, che provo a gestire con criterio. Il contenuto serve a dare visibilità a chi mi sostiene, più che a fare vetrina fine a sé stessa. Lo sci vive parecchio di quella dimensione oggi. La generazione di mio papà aveva uno spazio mediatico diverso, più ampio con altri mezzi, e oggi quello spazio lo si riconquista un pezzo alla volta anche sui social.

Nutrizionista e psicologo sportivo, figure presenti nel tuo staff?
Entrambi presenti, in privato. Con lo psicologo sportivo serve aprirsi davvero, essere sinceri fino in fondo, così il lavoro porta davvero i suoi frutti. È un ambito lontano dalla psicologia clinica, punta solo sulla performance in gara, e con lui il rapporto resta naturale anche perché siamo diventati amici.
Obiettivo
Il curriculum di papà Carlo in Coppa del Mondo ha lasciato il segno: tre top cinque, sedici top ten, un undicesimo posto olimpico nel ’92. Mondiali e titolo Italiano, invece, restano scaffali vuoti nella bacheca di casa Gerosa, capitolo riaperto da un bel po’ di stagioni.
Qui Sciare si prende una libertà tutta sua, altro che pressione scaricata sulle spalle di Lorenzo: batti il record di famiglia, ragazzo, e la copertina arriva già pronta!






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