Benjamin Alliod appartiene a quella categoria di atleti che sfugge alle etichette. La parola “velocista” basta per descrivere il mestiere, molto meno la persona. Perché dietro il casco e gli oltre cento all’ora vive un ragazzo che pesa ogni parola, osserva prima di parlare, analizza ogni dettaglio della propria sciata con lucidità e possiede una qualità sempre più rara nello sport moderno: l’autocritica.
Il quinto posto di Crans Montana, nell’inverno scorso, ha acceso i riflettori su di lui. Quel pomeriggio il mondo dello sci ha scoperto Benjamin Alliod. Lui, invece, ha scoperto qualcosa di ancora più importante: la consapevolezza di appartenere davvero a quel livello. Una differenza sottile, enorme. Perché fino a quel momento la Coppa del Mondo rappresentava il posto dei campioni. Da quel giorno è diventata anche casa sua.
A ventisei anni il valdostano di Fénis (Aosta), atleta dell’Esercito, vive la fase più delicata della carriera di un discesista. L’età dell’apprendistato lascia spazio alla maturità, la curiosità si trasforma in responsabilità, l’esperienza accumulata sulle piste più difficili del mondo diventa patrimonio tecnico e mentale. Ogni pista racconta qualcosa, ogni errore trova una spiegazione, ogni centesimo conquistato nasce da un particolare che il pubblico quasi mai riesce a cogliere.

Parlandoci emerge un atleta lontanissimo dallo stereotipo del discesista tutto istinto e adrenalina. Benjamin ragiona, studia, si confronta continuamente con i video. Osserva i grandi della disciplina, individua i propri difetti senza cercare alibi. Sa che il coraggio rappresenta una componente fondamentale della velocità, però da solo vale poco. Servono tecnica, sensibilità sotto gli sci, capacità di interpretare il terreno, gestione della fatica e quella calma che permette al corpo di esprimere tutto il proprio potenziale.
L’impressione è quella di un ragazzo che abbia ancora parecchio da raccontare. La mononucleosi affrontata nel momento in cui la carriera stava decollando, il passaggio dallo slalom alla velocità, il rapporto con Dominik Paris, Christof Innerhofer e Mattia Casse, la madre ex atleta che oggi gli sistema il corpo con l’esperienza di osteopata, il padre che continua a osservarlo con l’occhio di sempre, la passione per il golf scoperta quasi per caso. Piccoli tasselli che compongono un mosaico molto più ricco del semplice elenco dei risultati.
Il cronometro racconta il risultato, le parole, qualche volta, raccontano l’atleta.
Tre stagioni di Coppa del Mondo cambiano parecchio un atleta. All’inizio si entra quasi in punta di piedi. Poi arriva il momento in cui smetti di sentirti un ospite e capisci di appartenere davvero a quel livello. Per te quando è successo?
Il primo anno fai quasi lo spettatore. Ti ritrovi insieme ad atleti che fino a poco tempo prima vedevi soltanto in televisione e osservi tantissimo. Cerchi di capire come lavorano, come affrontano un weekend di gara, come interpretano le piste. Dal secondo anno ho iniziato a sentirmi più parte di quel mondo. I risultati hanno cominciato a crescere, in qualche parziale riuscivo già a essere tra i più veloci e, quest’anno, ho avuto la sensazione di mettere finalmente le mani su qualcosa di importante. È stato il momento in cui è aumentata anche la fiducia in me stesso.

Benjamin nel 2023 nella discesa di Beaver Creek
La fiducia cresce anche attraverso la conoscenza delle piste. Quali senti di dover ancora interpretare fino in fondo?
Beaver Creek è una di quelle. Riesco ad andare forte, però nella parte finale e sul muro sento di avere ancora margine. Anche oggi ci sono punti in cui non mi sento completamente a mio agio. Lo stesso vale per Wengen: quest’anno ho iniziato a capirla molto meglio, però nelle ultime due curve faccio ancora fatica. Sono piste che ti insegnano qualcosa ogni volta che le affronti.
Su Wengen pesa di più la difficoltà tecnica oppure la fatica?
Direi la fatica. Arrivi nelle ultime curve con l’acido lattico al massimo e sono sensazioni che difficilmente trovi su altre piste. Proprio per questo diventa fondamentale riuscire a restare lucidi fino al traguardo.
Su piste così lunghe si può imparare a gestire quella fatica?
Sì, però la gestisci soprattutto sciando bene. Se fai le cose giuste nel momento giusto, rimani sempre a tempo e lasci correre gli sci, consumi molte meno energie. Se invece inizi a inseguire la curva, arrivi in ritardo e ogni appoggio ti sbatte da una parte all’altra, la fatica raddoppia. Naturalmente serve anche una preparazione fisica adeguata, però la qualità della sciata incide tantissimo.

In Gardena, una delle piste he lo divertono di più
Dove senti di avere ancora il margine più grande?
Un velocista completo, secondo me, non esiste mai. Qualcosa da migliorare lo trovi sempre. Personalmente penso ai dossi e ai salti. Guardo uno come Domme e vedo che proprio in quei passaggi riesce a fare la differenza. Credo che sotto quell’aspetto io abbia ancora un bel margine di crescita.
Crans Montana ha rappresentato una svolta. Non soltanto per il quinto posto, ma per quello che ha lasciato dentro. Che cosa ti ha dato quella gara?
Mi ha dato tanta sicurezza e tanta consapevolezza. Fino a quel momento sentivo di stare sciando bene, però mancava un risultato che confermasse davvero quelle sensazioni. Da Crans Montana in poi ho affrontato le gare con uno stato d’animo diverso. Sono entrato nei primi trenta della start list, un aspetto che aiuta parecchio, e ho avuto la sensazione di essere entrato in quel “flow” che ogni atleta cerca. Anche la qualificazione alle Finali è stata una soddisfazione enorme e credo di avere sfruttato bene quell’occasione.
Chi guarda la discesa pensa subito al coraggio. Tu, invece, dai l’impressione di considerarlo uno degli ingredienti, non l’unico.
Il coraggio serve, soprattutto su piste come Bormio o Kitzbühel. In certi passaggi bisogna averne tanto e imparare anche a usarlo nel momento giusto. Però da solo non basta. Senza coraggio non riesce nemmeno a uscire la tecnica. Per andare forte serve un equilibrio tra le due cose: tecnica e coraggio devono viaggiare insieme.

È una qualità che si costruisce con l’esperienza oppure bisogna averla dentro fin da bambini?
Le piste aiutano ad allenarlo. Più affronti certi tracciati e più acquisti fiducia. Però una parte deve appartenere anche al tuo carattere. Io la grinta l’ho sempre avuta e, probabilmente, questo mi ha aiutato a crescere anche sotto quell’aspetto.
Nelle giornate migliori quale sensazione ti fa capire che tutto sta funzionando?
La calma. Può sembrare strano parlando di uno sport dove si superano i cento all’ora, però è proprio quella la sensazione che cerco. Mi sento rilassato e, allo stesso tempo, potente. Riesco a esprimere tutta la forza senza irrigidirmi. Appena divento troppo rigido iniziano ad arrivare gli errori e non sfrutto davvero tutto il mio potenziale. Il mio sci migliore nasce proprio da quell’equilibrio.
Preparazione e istinto: in gara cosa prevale?
La pista va studiata nei minimi dettagli, perché ogni particolare può fare la differenza. Poi, però, una volta aperto il cancelletto, entra in gioco anche l’istinto. Molto dipende da come ti senti in quel momento e dalla capacità di vivere il presente, adattandoti a quello che la pista ti propone curva dopo curva.
Per anni ti abbiamo considerato un velocista molto tecnico. Nell’ultima stagione, invece, hai aggiunto anche tanta scorrevolezza. Te l’aspettavi?
In parte sì, perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivata. È stato un passaggio graduale. Da bambino, allo sci club, ero già uno che riusciva a far correre bene gli sci. Poi, dedicandomi molto allo slalom e al gigante, sono diventato più tecnico e quella caratteristica è rimasta un po’ in secondo piano. In realtà l’ho sempre avuta. Dovevo soltanto ritrovarla e tirarla fuori nel modo giusto. Con il lavoro è venuta fuori sempre di più, anche se penso di avere ancora margine.

La scorrevolezza nasce dalla posizione oppure è soprattutto una questione di sensibilità?
La posizione conta, però prima di tutto serve sensibilità. Devi sentire quello che succede sotto gli sci, capire il momento giusto per togliere lo spigolo e lasciare correre la soletta, soprattutto nei tratti in piano. È una sensazione che costruisci da bambino. Noi facevamo tantissime stradine e proprio lì impari ad ascoltare gli sci e a capire come farli scorrere davvero.
Uno dei tuoi strumenti di lavoro sono anche i video. Che rapporto hai con le immagini delle tue gare?
(Ride.) A volte mi faccio quasi paura. Guardo il video e mi viene da dire: “Ma quanto scio male… non sono io!”. Mi capita davvero di pensarlo. Poi riguardo tutto con calma e provo a capire il motivo di quella sensazione. Mi dà fastidio vedermi un po’ sull’interno o troppo scomposto. Dopo, però, confronto il mio video con quello di atleti come Kriechmayr, che sembra sempre perfettamente composto, e quello diventa uno stimolo. In televisione certe differenze si notano meno, mentre nei nostri video saltano subito all’occhio.
Se dovessi scegliere un solo dettaglio tecnico da migliorare, quale indicheresti?
Direi proprio quello. Ogni tanto finisco un po’ troppo sull’interno e, in alcune situazioni, mi ritrovo anche un po’ seduto sugli sci. Per il resto penso di avere una buona impostazione. A questi livelli, però, basta un particolare per cambiare completamente la qualità della sciata.
Guardandoti dall’esterno si nota una sciata molto aggressiva. Meno “immobile” rispetto a quella di Kriechmayr e, per certi aspetti, quasi da gigantista. Ti ritrovi in questa descrizione?
Sì, può essere. In gara provo sempre a dare il massimo e, qualche volta, mi porto dietro movimenti che assomigliano più a quelli di un gigantista che a quelli di un velocista puro. È il mio modo di interpretare la gara. Magari ogni tanto quell’aggressività mi porta anche a fare qualcosa in più del necessario.

Dal punto di vista dello spettacolo, però, quella sciata piace parecchio.
(Sorride.) Togliendo il cronometro, forse sì…
Qual è il tratto di pista che ti diverte di più?
I muri mi piacciono tantissimo. Penso subito alla parte iniziale di Kitzbühel oppure al Ciaslat della Saslong. Anche l’Hundschopf di Wengen è un passaggio che mi entusiasma. In realtà mi piacciono anche i dossi, anche se sento di poterli sfruttare ancora meglio. Sono quei tratti che ti fanno davvero divertire e che danno tanto carattere a una pista.
Anche il tipo di neve cambia il modo di interpretare una discesa. Sul duro sembri trovarti particolarmente a tuo agio.
Sì, probabilmente la mia potenza mi aiuta sui terreni più duri. Negli ultimi anni, però, sono cresciuto anche sulle nevi morbide. Forse è anche una questione mentale, perché mi sono sempre visto come uno sciatore da neve dura. Il ghiaccio mi trasmette sicurezza, forse anche perché da piccolo ho giocato a hockey. Sentire una risposta più decisa sotto gli sci mi aiuta tantissimo.
Negli anni il rapporto con la paura è cambiato?
Sì, parecchio. Più conosci le piste e migliori dal punto di vista tecnico, meno la subisci. L’esperienza ti aiuta a gestire tante situazioni con maggiore serenità. Poi è chiaro che una caduta importante lascia sempre qualcosa. Quest’anno, ad esempio, in Val Gardena ho preso una botta davvero forte. Però sono riuscito quasi subito a rientrare in gara senza continuare a pensarci. Magari per qualcun altro è più difficile lasciarsela alle spalle. Ognuno reagisce a modo suo.

Ti è mai capitato di capire, già durante la gara, che quel giorno chiedeva soprattutto intelligenza?
Sì, mi è successo a Kitzbühel. Avevamo disputato due gare consecutive. Nella prima mi sentivo bene, mentre nella seconda il ghiaccio aveva cambiato completamente le condizioni della pista. A un certo punto ho capito che la scelta migliore era arrivare in fondo senza cercare qualcosa in più a tutti i costi. In certe giornate serve anche riconoscere il limite e portare a casa la gara.
Una gara sbagliata riesci a lasciartela alle spalle in fretta?
Sul momento mi arrabbio, perché dispiace sempre sapere di non avere espresso quello che vali. Però non sono uno che continua a rimuginarci. Preferisco guardare subito avanti e pensare alla gara successiva. Magari, ripensandoci qualche giorno dopo, analizzi quello che avresti potuto fare meglio, però nell’immediato non serve restare bloccati sull’errore.
Le tue gare le riguardi subito oppure hai bisogno di prendere un po’ di distanza?
Mi piace rivederle più avanti. In questi giorni, ad esempio, sto riguardando tutta la stagione. Credo che, con un po’ di distacco, si riescano a vedere molte più cose rispetto all’immediato.
Se invece tra una discesa e l’altra passa un solo giorno, il video può diventare utile?
>>>>>>>>Se la gara è andata bene sì, può essere utile rivederla. Se invece è andata male preferisco osservare i migliori. Mi interessa capire come hanno interpretato certi passaggi e dove sono riusciti a fare la differenza.

È davvero possibile copiare un campione?
Secondo me sì, almeno in parte. Da piccolo cercavo sempre di imitare quelli più forti di me. Oggi è la stessa cosa. Diventare identici è impossibile, altrimenti saremmo tutti Odermatt. Però puoi prendere un salto fatto da Domme, una curva di Odermatt, un particolare di un altro atleta. Ogni campione ha qualcosa da insegnare e provi a portarti a casa quel dettaglio.
Sei cambiato più come atleta o come persona?
Dal punto di vista mentale, soprattutto nella concentrazione. È una qualità che sento di avere sviluppato molto negli ultimi anni. Credo sia anche una conseguenza dell’esperienza. Più vai avanti e più ti senti davvero dentro a questo mondo. Qualche anno fa mi sentivo ancora un po’ un ospite, oggi vivo tutto con molta più consapevolezza.

Da ragazzo ti immaginavi già discesista?
No, tutt’altro. Io ero soprattutto uno slalomista. Continuavo a sciare perché lo slalom era la disciplina che mi divertiva di più. In quel periodo giocavo ancora anche a calcio e avrei voluto continuare pure con quello. Poi sono arrivati il titolo italiano e altri risultati importanti. Nel frattempo sono andato a Malles, dove sono cresciuto tantissimo, anche dal punto di vista personale. Poi è arrivata la frattura della tibia: un anno e mezzo davvero complicato, durante il quale non ritrovavo nemmeno le sensazioni con i materiali. Pian piano mi sono spostato verso la velocità, ho visto che i risultati arrivavano e da lì il percorso ha preso un’altra direzione. Prima come osservato, poi la vittoria del Gran Premio Italia nelle discipline veloci e l’ingresso stabile nelle squadre nazionali.

Benji assieme al fratellastro Enrico e alla sorella maggiore Claire (30 ani) che si è fermata alla categoria children
Il momento più duro, però, è arrivato molto più tardi con la mononucleosi.
Quella è stata davvero una bella botta. Era soltanto la mia seconda stagione di Coppa del Mondo e mi aspettavo di fare un passo avanti. Invece, da Bormio in poi, ho iniziato a stare male. Mi sono trascinato quel problema fino a Wengen e a Kitzbühel. Non avevo energie. A metà gara ero già completamente vuoto. Me ne sono reso conto soprattutto a Garmisch. Sono arrivato al traguardo e mi sono addormentato direttamente al parterre. I tecnici non riuscivano a capire il motivo, perché in alcuni tratti andavo anche forte: sulla Streif, ad esempio, passavo tra i migliori nel primo settore, poi all’improvviso mi spegnevo. Succedeva anche in allenamento: due curve e dovevo fermarmi. Soltanto gli esami hanno chiarito tutto, evidenziando valori altissimi di mononucleosi.

Con la sorella Annet (21 anni), la traditrice di famiglia dal momento in cui ha deciso di darsi allo sci di fondo!
Prima di scoprire la causa avevi pensato anche a un problema mentale?
No. Dentro di me sapevo che non era una questione di testa o di motivazione. Sentivo che il problema era un altro.
Se oggi incontrassi il Benjamin di diciotto anni, quale consiglio gli daresti?
Magari gli direi di non fare sci… No, scherzi a parte, non cambierei quasi nulla. Tutto quello che ho vissuto mi è servito. Penso agli anni di Malles, dove ho imparato il tedesco, conosciuto ragazzi di altri sport e fatto esperienze importanti anche dal punto di vista umano. Ogni tappa del percorso mi ha aiutato a diventare la persona che sono oggi e, sinceramente, non credo di avere commesso errori così grandi da volerli cancellare.

Sulla Saslong, 14esimo in discesa l’ultimo inverno
Condividere la squadra con atleti come Paris, Innerhofer e Casse ti ha fatto crescere più dal punto di vista tecnico o umano?
Direi soprattutto umano. Entrare in una squadra così forte significa imparare ogni giorno. Non soltanto osservando come si allenano, ma anche il modo in cui vivono questo sport, il rispetto che hanno per il lavoro e per le persone. Sono aspetti che ti fanno maturare e che, probabilmente, contano quanto la tecnica.
All’interno del gruppo qualcuno ha assunto quasi il ruolo del fratello maggiore?
Ognuno è diverso. Domme è uno che sta più sulle sue, mentre Inner è molto più presente e dà tanti consigli. Anche Mattia rappresenta un bell’esempio. È un gruppo dove chi ha più esperienza riesce a trasmettere tanto, pur sapendo che poi, appena si apre il cancelletto, ognuno pensa alla propria gara. Ed è giusto così.

Tu, invece, che compagno di squadra sei?
Non sono uno che parla tantissimo. Preferisco ascoltare e osservare. Poi, nel momento in cui si scherza, mi piace stare dentro al gruppo. Anzi, ogni tanto faccio anche un po’ il tontolone e mi diverto a fare ridere gli altri. Credo che un po’ di leggerezza serva sempre, soprattutto durante una stagione così lunga.
Uno dei momenti che avete vissuto insieme è stata anche l’esplosione di Giovanni Franzoni. Vi aspettavate una crescita così rapida?
Che fosse forte lo sapevamo tutti. In SuperG, soprattutto in allenamento, andava già molto forte. Un podio in discesa in Val Gardena, però, credo abbia sorpreso un po’ tutti. Mi ricordo ancora due anni prima: partiva dietro di me, prendeva due o tre secondi ed era disperato. Due stagioni dopo era sul podio della Coppa del Mondo. Ha fatto un salto impressionante. Adesso arriva anche la parte più difficile, cioè confermarsi. Io, sotto questo aspetto, forse ho un po’ meno pressione… (ride).

Finita una stagione riesci davvero a staccare dallo sci?
Durante l’inverno praticamente mai. La testa rimane sempre lì. In estate, invece, dopo gli ultimi allenamenti di aprile, sento proprio il bisogno di staccare. Dopo tanti mesi dedicati soltanto allo sci ho bisogno di cambiare aria e fare altro.
Ed è lì che entrano in gioco gli altri sport.
Sì. Vado molto in bici, gioco a tennis e, da poco, mi sono appassionato anche al golf. Tra l’altro tra poco ho perfino una gara… (ride). È uno sport che mi sta prendendo parecchio. Ritrovo tante somiglianze con lo sci, soprattutto nella concentrazione. Ti obbliga a restare dentro al momento, proprio come succede in gara.
Se un tifoso dovesse descrivere Benjamin Alliod tra dieci anni con una sola parola, quale spereresti di sentire?
Mi piacerebbe semplicemente che dicesse: “Forte”. Come atleta, certo, ma anche come persona. Sarebbe il complimento più bello.
Dietro un grande risultato, però, si nascondono sempre dettagli che il pubblico fatica a cogliere. Qual è quello che pesa di più in una discesa?
Una discesa si costruisce attraverso tantissimi dettagli. La gente vede soltanto il tempo finale, però basta una partenza sbagliata per compromettere tutta la gara. È un aspetto sul quale ho lavorato molto. All’inizio mi capitava perfino di aprire il cancelletto in anticipo. Oggi le partenze mi riescono molto meglio. A Beaver Creek, ad esempio, nel primo intermedio sono riuscito spesso a stare con i migliori proprio grazie a quel lavoro

Con gli sci hai sempre avuto un buon rapporto. Anche con l’attrezzatura sei uno che ama capire come funziona?
Sì. Prima di entrare in squadra preparavo gli sci da solo. Mio padre mi aveva insegnato qualcosa, poi, come succede un po’ a tutti, la mano te la fai con l’esperienza, osservando e provando. Ancora oggi mi piace capire come lavorano gli sci, anche se naturalmente in squadra posso contare su persone molto più preparate di me.
Con gli scarponi, invece, hai un approccio piuttosto particolare…
Sì, perché non sono uno troppo preciso. Mi piace tenerli abbastanza comodi e sentire bene il piede. È un’abitudine che nasce da un episodio di quando ero bambino. Un giorno avevo stretto gli scarponi talmente tanto che, con il freddo, mi si erano praticamente congelati i piedi. Mio padre mi vide sciare e mi disse subito: “Come mai oggi vai così piano?”. Alla fine ci accorgemmo che il problema erano proprio gli scarponi: erano troppo stretti e il sangue non circolava più. Persi anche le unghie e dovetti stare fermo un paio di settimane.
E la soluzione fu ancora più sorprendente.Sì, perché mio padre mi portò a noleggiare un paio di scarponi da turista, addirittura di una misura più grande. Io continuavo a dirgli che con quelli non sarei riuscito nemmeno a fare due curve, ma lui non volle sentire ragioni: “Userai questi fino a fine stagione”. La gara successiva vinsi con tre secondi di vantaggio. Poi arrivò il Topolino: chiusi la prima manche davanti a tutti, anche se poi uscii nella seconda. Poco dopo vinsi anche il Campionato Italiano. Da allora ho sempre preferito uno scarpone un po’ più comodo. Non lo stringo mai troppo.

Un quadretto di famiglia… qualche annetto fa!
In fondo lo sci era quasi scritto nel destino.
Sì. Mio padre aveva gareggiato fino alla Coppa Italia e poi ha allenato anche il Comitato. Mia mamma, invece, è arrivata fino alla squadra C e oggi fa l’osteopata. Devo dire che, per uno come me che ha sempre fatto sport, è difficile immaginare una famiglia migliore.
Immagino che il primo controllo, ogni volta che rientri a casa, tocchi proprio a tua mamma…
Appena torno mi fa subito un check-up completo. Da quel punto di vista è una fortuna enorme. Poi mio padre mi ha sempre fatto provare qualsiasi sport: dalla slackline al monociclo. Mi ha trasmesso la voglia di sperimentare e credo che anche questo mi abbia aiutato a costruire una buona sensibilità sugli sci.
Più crescono i risultati e più aumentano anche gli impegni fuori dalla pista. Come vivi questo lato della professione?
Lo percepisco sempre di più. Non sono una persona che ama stare al centro dell’attenzione, però capisco che, salendo di livello, anche questo fa parte del mestiere. Anni fa ero molto timido. Oggi mi sento più a mio agio e devo dire che questo aspetto inizia anche a piacermi.
Anche il rapporto con gli sponsor sta cambiando.
Fino a oggi sono sempre riuscito a gestire tutto abbastanza bene, però mi sto rendendo conto che, con l’attività che cresce, diventa sempre più difficile seguire anche questi aspetti. Per questo probabilmente mi affiderò a un manager. Voglio continuare a concentrarmi soprattutto sullo sci.
Per ora non posso lamentarmi: Rossignol è un partner tecnico fantastico ed è importante l’aiuto che ho avuto finora da Testa Holding Trione e Valle d’Aosta. Tra i fornitori sono poi ben assistito da Dainese per caschi e maschere,, da Level per i guanti e da Konperdell per i bastoncini

L’Esercito, invece, rappresenta qualcosa di molto più profondo di un semplice gruppo sportivo.
Assolutamente sì. Mi ha aiutato tantissimo, anche nei periodi in cui ero fuori squadra. Mi ha dato la possibilità di continuare ad allenarmi, ha creduto in me e, di fatto, è stato il mio primo grande sponsor. Per questo considero un onore fare parte dell’Esercito.

Nel tuo percorso diversi allenatori hanno lasciato un segno. A chi senti di dovere qualcosa in più?
Andrea Truddaiu mi ha fatto crescere tantissimo dal punto di vista tecnico, soprattutto tra slalom e gigante. Anche Max Blardone mi ha dato davvero molto. Per la velocità, invece, Walter Ronconi e “Gallo” (Lorenzo Galli -ndr) sono stati fondamentali. Gallo, in particolare, è quello che mi ha accompagnato nel percorso che mi ha trasformato definitivamente in un velocista.
Fisicamente hai sempre dato l’impressione di avere una forza naturale. In palestra che tipo di atleta sei?
Mi piace lavorare, anche se cerco sempre un modo per fare fatica divertendomi. Sulla forza sono già messo abbastanza bene, quindi preferisco dedicare più tempo ad aspetti come l’elasticità e la morbidezza. Credo che oggi possano fare la differenza quanto i chili sollevati.
Chiudiamo con un sogno. Se tra un anno ti richiamassi e mi dicessi: “È successo”, quale risultato ti piacerebbe raccontarmi?
(Sorride.) Ti direi che mi accontenterei già di un podio sulla Streif… anche se il sogno è quello di vincerla. Insieme alle Olimpiadi è la gara che tutti sogniamo. Però preferisco fare un passo alla volta. È l’unico modo che conosco per arrivare davvero lontano.
Il cronometro racconta il risultato, una conversazione, ogni tanto, racconta il percorso che porta fin lì. Benjamin Alliod parla poco di talento e molto di dettagli. Di piste da capire, di video da riguardare, di salti da copiare ai migliori, di scarponi troppo stretti, di una mononucleosi affrontata senza cercare alibi. Forse il tratto che lo descrive meglio arriva quasi per caso, in una risposta qualsiasi: «Mi sento rilassato e potente». È presto detto, il suo sci non nasce dall’istinto o dall’incoscienza, ma dalla ricerca continua di un equilibrio. Ed è probabilmente questo il dettaglio che un cronometro, da solo, non potrà mai raccontare. Ci risentiamo dopo Kitz!

Photo: Marco Trovati /Pentaphoto






Add Comment