Il rifugio, per chi ci arriva, è una meta. Ci si arriva dopo una camminata, magari con la lingua un po’ fuori, si apre la porta, si guarda se c’è posto, si mangia qualcosa, si beve e poi si riparte oppure si resta per la notte. Per chi lo gestisce la faccenda è parecchio diversa. Quella porta va aperta tutti i giorni. La cucina deve funzionare, i rifornimenti devono arrivare, le camere essere pronte. Il tempo va seguito e ogni problema trova una soluzione lassù, dove spesso anche quella più semplice richiede fatica.
In Valmalenco li chiamano capanat. Sono i rifugisti, quelli che hanno scelto di vivere questo mestiere e che adesso Giovanni Scognamiglio ha messo davanti al microfono. Ha raccolto 35 interviste a gestori di oggi e di ieri.
Il libro si chiama proprio Capanat e racconta una professione che dall’esterno conserva qualcosa di romantico. Dall’interno ha parecchio a che fare con l’organizzazione, la fatica e la capacità di arrangiarsi.
I rifugi e una montagna che cambia
Il rifugio è cambiato. Sono cambiati quelli che lo frequentano e le loro richieste. Anche la montagna sta cambiando, con stagioni diverse e condizioni che obbligano chi vive in quota a fare i conti ogni giorno con qualcosa che fino a qualche tempo fa sembrava più prevedibile.
Scognamiglio, 41 anni, milanese, conosce la Valmalenco. Nel 2022 aveva raccontato le sue guide alpine in PIZ. Volti e luoghi delle Guide Alpine della Valmalenco. L’anno dopo era arrivato Toga, piccozza e ramponi. Imprese verticali di Don Antonio Arioli. Adesso cambia prospettiva e va a cercare quelli che il visitatore incontra quando arriva davanti al rifugio. È interessante perché il mestiere del rifugista ha dentro un bel po’ di mestieri. Bisogna conoscere la montagna, naturalmente. Però bisogna anche saper cucinare, organizzare, fare acquisti, tenere i conti, gestire le persone e capire che cosa serve a chi arriva.

Una volta il rifugio poteva essere soprattutto un posto dove dormire e mangiare qualcosa. Oggi chi lo gestisce deve confrontarsi con un turismo molto più vario. Deve conoscere persone che arrivano per motivi diversi e con aspettative spesso lontane da quelle di qualche decennio fa. Scognamiglio parte anche dalle persone che trascorrono le giornate davanti allo schermo di un computer e che a un certo punto cominciano a pensare alla montagna come a un possibile cambio di vita. Il rifugio può esercitare un fascino enorme, soprattutto visto da valle. Poi bisogna fare i conti con quello che significa davvero gestire una struttura in quota: dedizione, fatica, versatilità, conoscenza del territorio e capacità di occuparsi anche degli aspetti manageriali.
Mario Rigoni Stern aveva una maniera molto semplice per spiegare il rapporto con la montagna: «La montagna per me è casa, rifugio». Una frase che può stare bene accanto alle storie raccolte in questo libro. Per chi fa il rifugista il rifugio è certamente un luogo di lavoro, però con il tempo diventa anche il posto nel quale si vive, si conoscono le persone e si attraversano le stagioni.
Trentacinque storie per conoscere il mestiere
Le 35 testimonianze mostrano cosa c’è dietro la vita in quota. Il rapporto con il clima, l’evoluzione del turismo, le difficoltà quotidiane, le caratteristiche necessarie per affrontare un lavoro del genere. Ci sono anche i consigli per chi, soprattutto giovane, pensa che quella possa essere la propria strada.
Il libro può quindi essere letto come un racconto della Valmalenco e, allo stesso tempo, come una guida per chi pensa di occuparsi di un rifugio. Le esperienze degli altri aiutano a capire dove si va a finire quando la passione diventa un lavoro. E quel lavoro comprende parecchie cose che con la passione hanno poco a che vedere.
C’è poi un motivo ulteriore per comprarlo. Il ricavato sarà devoluto interamente a due realtà molto diverse. La prima è l’associazione Per Bianco… e chi come lui, fondata da Giancarlo Lenatti, guida alpina emerita e custode della Capanna Marco e Rosa. L’associazione raccoglie fondi per aiutare bambini affetti da malattie rare e le loro famiglie. La seconda è la Fondazione Mondino Istituto Neurologico Nazionale IRCCS, istituto specializzato nelle neuroscienze e impegnato nella ricerca, nella diagnosi e nella cura delle malattie neurologiche.
La prefazione è di Giovan Battista Bonomi, presidente del CAI Sezione Valtellinese.
Capanat sarà disponibile dal 3 ottobre, al prezzo di 18 euro, nello shop online della Libreria Monti e nei punti vendita VEL La Libreria del Viaggiatore di Sondrio, Edicola Folatti Emilia di Chiesa in Valmalenco, Lo Scoiattolo Edicola Bazar di Caspoggio e Minimarket Nani di Lanzada. L’autore può essere contattato anche direttamente.
Le presentazioni
Le presentazioni saranno due. La prima è prevista giovedì 26 novembre alla Biblioteca Civica di Castellanza, nell’ambito dell’ottava edizione de La Montagna Raccontata, organizzata dal CAI Castellanza. La seconda sarà venerdì 4 dicembre al Cinema Teatro Bernina di Chiesa in Valmalenco.
Il titolo del libro viene dal dialetto della Valmalenco, dove capanat significa rifugisti. Sono loro i protagonisti delle 35 interviste raccolte da Scognamiglio, gestori di oggi e di ieri che raccontano il proprio lavoro, le difficoltà, i cambiamenti della montagna e le ragioni che li hanno portati a vivere lassù.






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