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Cent’anni fa nasceva lo Sci Club Gallarate. Questa sera la grande festa al Maga

Ogni volta che penso a certi club di montagna mi torna in mente una frase del celebre alpinista francese Gaston Rébuffat. Diceva che la montagna non è pericolosa — è la gente che non sa starci ad esserlo. Ebbene, lo Sci Club Gallarate, fondato nel 1926, ha passato cent’anni a dimostrare l’opposto: che la gente, se sa stare insieme, diventa la montagna stessa.

Cento anni. Pensateci un momento…

Il CAI Gallarate era nato nel 1922. Alpinismo, escursionismo, la montagna come esplorazione e come cultura. Poi Ambrogio Porrini ebbe un’intuizione precisa: aprire una sezione di sci alpinismo. Fu quella sezione — quell’innesto sportivo dentro una struttura già solida — a generare nel 1926 lo Sci Club CAI Gallarate. Non nacque dal niente, insomma. Nacque da una visione. Qualcuno aveva capito che la montagna d’inverno era un’altra montagna, e che meritava una casa propria.

Nel 1926 Mussolini era al potere da quattro anni, la radio era una meraviglia e gli scarponi pesavano quanto gli zaini. Porrini e i suoi compagni avevano deciso che anche una città di pianura, Gallarate, aveva tutto il diritto di innamorarsi della neve. Partivano con mezzi di fortuna — fortuna era già trovare un camion disponibile — e arrivavano al Passo San Giacomo con le gambe rotte e il cuore pieno. Lo sci era ancora qualcosa di pionieristico. Quasi un atto di fede. Quegli uomini non sapevano che stavano costruendo qualcosa che sarebbe durato cent’anni. Probabilmente non ci pensavano nemmeno. Pensavano alla neve. Alla discesa. Al momento in cui finalmente si mettevano gli sci e il mondo diventava semplice.

Per oltre ottant’anni quella casa si chiamò Sci Club CAI Gallarate — il legame con il CAI visibile persino nel nome, un cordone ombelicale mai reciso. Poi nel 2008 cambiarono le regole di affiliazione e arrivò il cambio formale: Sci Club Gallarate, senza il CAI nel nome ma con tutta quella storia dentro. I nomi cambiano. Lo spirito no.

Bisogna capire cosa significa nascere a Gallarate per capire fino in fondo questa storia.

Gallarate è una città di pianura, industriale, tessile, costruita sul lavoro e sulla concretezza. Non ha le Alpi in cortile. Ha le ciminiere, il traffico della Malpensa a pochi chilometri, la pianura padana che si stende piatta fino all’orizzonte. Eppure, guarda a nord e vede le Prealpi varesine — il Sacro Monte, il Campo dei Fiori, e poi più su le valli del Verbano, l’Ossola, la Val Formazza, le montagne vere. Quella linea di confine tra pianura e montagna che è tipica di tutto il varesotto ha sempre prodotto una cosa strana: gente di pianura con l’anima di montagna. Gente che non dà la montagna per scontata — come fanno certi che ci sono nati dentro — ma la sceglie, ogni volta, con una determinazione che assomiglia all’amore. Lo Sci Club Gallarate è figlio di quella geografia. Di quella tensione verticale che sale dalla pianura verso la neve.

Cent’anni dopo, il club festeggia a giugno, l’11, oggi! E io trovo che ci sia qualcosa di commovente in questa storia — una commozione che non ha niente di retorico, niente di celebrativo nel senso stanco del termine.

Una storia si misura anche dagli uomini che l’hanno tenuta in piedi. E questo club ha avuto la fortuna di trovarne di solidi, nel senso più profondo della parola. Peppo Tronconi ha guidato lo Sci Club CAI Gallarate per trentadue anni, dal 1962 al 1994. Trentadue anni. Praticamente un’era geologica nel tempo dello sport. Sotto di lui il club ha attraversato il boom economico, la stagione d’oro dello sci italiano, le grandi gare, le generazioni che si sono formate e poi hanno fatto formare le generazioni successive.

Un presidente così non gestisce un club — lo abita. Gli dà forma, carattere, abitudini che restano anche quando lui non c’è più. Marco Buffoni ha preso il testimone nel 1994 e lo ha tenuto fino al 2022 — altri ventotto anni, quasi speculari ai precedenti, come se questo club avesse una vocazione naturale alla continuità. Roberto Masola guida oggi lo Sci Club Gallarate, con sulle spalle il peso specifico di un centenario e la leggerezza di chi sa che certe tradizioni reggono da sole, basta non spezzarle.

La storia di questo club è fatta di nomi che sembrano usciti da un romanzo di formazione. Il Trofeo Carluccio Ferrazzi, per decenni punto di riferimento della discesa libera giovanile nel Nord Italia. Il Trofeo Sandro De Lucchi, nato per ricordare un ragazzo su cui il club aveva scommesso — e certe scommesse non si dimenticano, restano lì, incise nel nome di una coppa che ogni anno qualcuno solleva sulla neve. Negli anni Ottanta arrivò il freestyle — disciplina nuova, americana, un po’ folle — e lo Sci Club Gallarate non si tirò indietro.

Sabrina Allaria campionessa italiana nel salto nel 1987. Elena Radaelli l’anno dopo. Daniela Socci titolo italiano di combinata. Maria Giovanna Russo campionessa di balletto nel 1991. Matteo Mosca dominatore tra i juniores. In anni in cui sfidare le Fiamme Oro significava sfidare lo Stato. Ragazzi di una città di pianura che salivano in montagna e tornavano con i titoli nazionali in tasca. Una cosa che, a raccontarla adesso, sembra quasi impossibile. Invece è successa.

E poi c’è la catena. Quella cosa silenziosa e potente che distingue i club vivi da quelli che muoiono appena finisce la generazione dei fondatori.

Augusto Prati arriva dalla Val Formazza e porta con sé un’idea di sci tecnico, preciso, esigente. Da lui nasce una scuola. Alessandro Sola raccoglie quella scuola e la porta avanti. Arturo Puricelli la porta fino ad oggi, allenando ragazzi che alleneranno altri ragazzi. Una catena lunga decenni, costruita non su contratti o tesseramenti ma su quella cosa indefinibile che i francesi chiamano transmission — il passaggio di qualcosa che non si scrive su nessun regolamento. Una maniera di stare sulla neve. Un’idea di come si cresce. Fabrizio Sola è passato da quella scuola. Sua figlia Beatrice è arrivata in Coppa del Mondo. Non è un caso. È una catena. E le catene reggono quando ogni anello sa di fare parte di qualcosa di più grande di sé.

Ma ridurre cent’anni a un palmarès sarebbe un delitto.

Perché dentro questi cento anni c’è soprattutto un’altra cosa. Quella cosa che Proust chiamava il tempo ritrovato — le domeniche mattina con partenze all’alba, i pullman stracolmi di sci e panini, il vapore del respiro nell’aria gelida, le amicizie nate a sedici anni e ancora intatte a sessanta. Le settimane bianche organizzate per mesi, le cene sociali, le fotografie in bianco e nero delle prime squadre: facce serie davanti all’obiettivo, come si usava allora, ma con gli occhi che ridevano. E poi i pullman del ritorno, la stanchezza buona nelle gambe, qualcuno che già si addormentava, qualcun altro che ancora raccontava la discesa di quella mattina come se fosse la più bella della sua vita. Forse lo era davvero.

La montagna, diceva Reinhold Messner, non premia i forti. Premia i pazienti. Lo Sci Club Gallarate è stato paziente cent’anni. Ha attraversato guerre, boom economico, crisi, pandemie, stagioni senza neve e stagioni troppo brevi. Ha visto cambiare tutto — le attrezzature, i materiali, le tecniche, i valori, persino il modo di guardare la montagna — e ha mantenuto intatto un solo segreto: la voglia di andare in montagna insieme. Non la voglia di vincere. Non la voglia di primeggiare. La voglia di andarci, insieme, e di tornare.

Semplice, no? Quasi banale!

Eppure cento anni dopo, in una sera di giugno, quando quelle facce si ritroveranno attorno a un tavolo — vecchi e giovani, campioni e principianti, chi ha vinto e chi è venuto solo per la neve, chi ricorda Peppo Tronconi e chi ha imparato a sciare ieri, chi viene dalla Val Formazza e chi è nato a Gallarate e non ha mai visto la neve fino ai sei anni — quella semplicità sembrerà la cosa più rara del mondo.
Walter Bonatti, l’uomo che aveva scalato tutto, disse una volta che la montagna non è un ostacolo. È uno specchio. Lo Sci Club Gallarate ci ha messo cent’anni a capire cosa ci vedeva riflesso. La risposta è rimasta sempre la stessa: gente che si vuole bene.
Una città di pianura che guarda a nord. Che ha sempre guardato a nord. E che non ha mai smesso di salire.
Buon compleanno, Sci Club Gallarate. La montagna era lì ad aspettarvi. E ci sarà ancora.

Questa sera alle 19:30 la festa presso il Museo maga di Gallarate (VA)

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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