Barbara sostiene che una cravatta esiste davvero. Sorride ogni volta che qualcuno le chiede se, almeno una volta, Franco Zecchini abbia ceduto al rito della giacca elegante e del nodo stretto sotto il collo. Lei risponde di sì. La cravatta c’è, custodita da qualche parte dentro un armadio di casa, pronta per un’occasione che, evidentemente, ha sempre preferito aspettare. Dodici anni alla guida del Comitato Alpi Centrali sono trascorsi senza che nessuno riuscisse a fotografarla.
Le immagini raccontano altro. Una camicia aperta sul collo, un maglione, gli scarponi quando la neve lo richiedeva, una pala tra le mani con la stessa naturalezza con cui altri stringono una cartella. Barbara, in quei dodici anni, ha accompagnato il Comitato con una presenza silenziosa, ordinando la segreteria con la precisione di chi considera ogni dettaglio una forma di rispetto verso gli altri. Franco, invece, ha continuato a muoversi sempre nello stesso modo, quasi che il ruolo ricoperto non avesse alcun potere di cambiare l’uomo.
Dodici anni scorrono veloci soltanto sul calendario. Dentro un comitato restano i chilometri percorsi per raggiungere uno sci club, le piste osservate all’alba, le riunioni finite quando fuori era già buio, i viaggi verso Milano, le porte della Regione aperte una dopo l’altra, le telefonate ricevute a qualsiasi ora e quelle fatte senza attendere il giorno successivo. Le giornate finiscono, il ricordo delle persone resta molto più a lungo.
Il carattere di Franco Zecchini ha accompagnato ogni stagione. Qualche spigolo non si è mai consumato, una risposta poteva arrivare prima del necessario, l’istinto trovava quasi sempre la strada più breve. Anche le critiche hanno camminato insieme ai riconoscimenti. Più di qualcuno gli ricordava che un presidente dovrebbe limitarsi a coordinare, lasciando ad altri il compito di lisciare una pista, riempire una buca o spalare neve. Lui ascoltava senza discutere troppo. La mattina seguente, prima ancora che arrivassero gli atleti, bastava guardare lungo il pendio per ritrovarlo qualche decina di metri più in basso, con una pala o un rastrello tra le mani, intento a sistemare proprio quel punto che continuava a convincerlo poco. Nessuna risposta avrebbe spiegato meglio il suo modo di interpretare la presidenza.
Stavolta il suo nome mancava dalla scheda destinata all’elezione del presidente del Comitato Alpi Centrali. La scelta apparteneva ormai da tempo ai suoi pensieri, accompagnata dalla candidatura al Consiglio federale della FISI. Roberto Malvezzi apre oggi una pagina nuova e la scriverà con il proprio stile, le proprie convinzioni, il proprio modo di vivere questo incarico. Quella di Franco Zecchini si chiude esattamente come era iniziata, senza cambiare voce.
Durante il saluto conclusivo i numeri hanno trovato posto uno dopo l’altro. Il ricordo del 2014, il progetto costruito sulla conoscenza del territorio, gli atleti arrivati nelle squadre nazionali, le manifestazioni internazionali, i bilanci, la crescita del tesseramento. Numeri importanti, destinati a rimanere negli archivi del Comitato.
Un passaggio, però, ha avuto un peso diverso. Regione Lombardia. Le parole si sono fatte più lente, quasi riconoscenti. Quel rapporto, costruito stagione dopo stagione, ha aperto possibilità nuove per gli atleti, per i tecnici, per le famiglie, trasformando una collaborazione istituzionale in una parte essenziale del cammino delle Alpi Centrali.
Un presidente consegna sempre documenti, bilanci, risultati. Franco Zecchini lascia soprattutto un’abitudine. Quella di considerare ogni problema abbastanza importante da meritare una presenza, ogni società abbastanza vicina da giustificare un viaggio, ogni gara abbastanza sua da scendere lungo la pista e fermarsi dove c’era ancora qualcosa da sistemare. Il resto appartiene ai verbali.
Barbara, intanto, continua a custodire il suo piccolo segreto. La cravatta riposa ancora nello stesso cassetto. Franco sa perfettamente per quale giorno l’ha conservata. Chi gli vuole bene spera soltanto che quel giorno arrivi presto.






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