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Sci club, famiglie e sponsor: proposte e slogan di un candidato

“Avvicinare la Federazione alla base”. Lo slogan lo sentiamo ripetere ad ogni tornata elettorale da trent’anni a questa parte, spesso lasciato sospeso a mezz’aria senza uno straccio di proposta concreta. Abbiamo provato a chiedere a un candidato che cosa significhi davvero quando si spengono i riflettori delle convention.

Cosa significa davvero “avvicinare la Federazione alla base”?
Guardi, l’ultima volta che ho sentito questa frase è stato tre giorni fa a un convegno, detta da uno che di sci vive lontano quanto io vivo dalla luna. La verità? Per me la base, ovvero gli sci club, ha un indirizzo preciso, un codice fiscale e un bilancio da far chiudere in pari. Sono loro che prendono un bambino a sei anni, gli infilano gli scarponi ai piedi, gli trovano un allenatore decente, organizzano gli allenamenti sul ghiaccio e tengono in piedi le famiglie. Se vuoi avvicinare la Federazione a chi lavora davvero sul campo, devi partire da chi tiene aperta la baracca tutti i giorni.

Con dei soldi, immagino.
Immagina bene. A settembre, prima che si accendano i gatti delle nevi e parta la stagione, una società deve sapere già con certezza quanto arriva da Milano. Non a maggio, quando le gare sono finite, la neve si è sciolta e il bilancio è già in rosso. Un contributo calcolato prima, in modo trasparente, sulla base dell’attività reale: quanti tesserati segue, quanti tecnici qualificati tieni a libro paga, che percorso fanno i suoi atleti.

Parliamo di cifre reali. Quanto dovrebbe arrivare nelle casse di un club?
Diciamo una forbice che va dai tre ai dodici-quindicimila euro a stagione, secondo l’attività svolta. È chiaro che una scuola sci di pianura con quindici tesserati prenderà meno di un club delle Alpi che segue duecento ragazzi su tre categorie agonistiche. Ma il punto fondamentale non è solo la cifra: è la certezza della data. Oggi un presidente di sci club passa la vita nell’ansia: raccoglie le quote degli iscritti, va a caccia di due sponsor locali tra gli artigiani della valle e poi prega che faccia freddo. Se tu gli garantisci una componente federale prevedibile a inizio anno, gli dai una base solida su cui costruire la stagione.

C’è però un rischio: i soldi finiscono male, si disperdono, non arrivano dove servono. È già successo in altri sport: corsi finanziati dalla federazione che sulla carta c’erano e nella pratica, in più di un caso, sparivano.
Ha ragione, ed è per questo che il bonifico da solo non basta o può essere solo una ipotesi da valutare con una progettualità ben studiata. La mia seconda proposta è complementare: accanto al contributo, metterei a disposizione risorse dirette. Tecnici pagati dalla federazione, non semplicemente scaricati sul bilancio del club. Formazione vera su come si gestisce un bilancio, come si risparmia sui trasporti. Ci sono grandi sponsor che non versano solo soldi all’atleta ma offrono benefit concreti, voli, centri medici, servizi. Il nuoto italiano è cresciuto così, investendo sulla qualità dei tecnici più che sui contributi a pioggia, e quella qualità è arrivata a cascata fino alle società. L’aiuto non deve essere solo dare dei soldi ma elargire cultura a più non posso.

Però una società che lavora bene coi giovani costa parecchio tra trasferte, impianti e allenatori. Il contributo federale rischia di restare una goccia nel mare.
Una goccia diventa pesante se arriva ogni singolo anno con regolarità e si collega direttamente al lavoro svolto. Diventa una garanzia su cui costruire il bilancio, non la solita promessa elettorale che sparisce al primo cambio di presidenza.

Prima parlava di sogni, adesso mi porta dei numeri. Ma le risorse da qualche parte devono uscire…
Ci arriviamo, non si preoccupi. Ma prima dobbiamo affrontare la seconda gamba del tavolo: la famiglia. Perché a un certo punto il conto dello sci agonistico diventa una tassa spietata sul talento, legata solo alle possibilità economiche di chi sta a casa. Nelle categorie Ragazzi e Allievi tra gare ogni weekend, trasferte estive sui ghiacciai, skipass, attrezzatura, fisioterapia e preparazione atletica, se un ragazzo promettente nasce in una famiglia normale che non arriva a fine mese, quel ragazzo smette prima ancora di capire quanto vale.

E la Federazione come interviene? Inviando un bonifico direttamente ai genitori?
Con un credito vincolato e tracciato. Il meccanismo non dobbiamo reinventarlo da zero: esistono già strumenti pubblici come la Dote Sport regionale o i fondi nazionali per l’accesso allo sport dei meno abbienti. Io vorrei prendere quel concetto e spostarlo un gradino più su: non il semplice accesso di base, ma il sostegno a chi ha già dimostrato di avere i margini per arrivare lontano. Parliamo di una cifra individuale a seconda del merito sportivo e delle condizioni economiche della famiglia, spendibile esclusivamente per servizi convenzionati: skipass, impianti, trasferte, fisioterapia, preparazione estiva.

Una cifra a tutti i tesserati?
Ecco, qui divento impopolare e so già che qualche presidente mi manderà a quel paese. Se dai cento euro a pioggia a tutti, fai demagogia e trasformi l’intervento in un sussidio generico che non aiuta nessuno. Servono fasce di reddito, criteri chiari e merito sportivo incrociati. La Federazione deve sostenere l’intero movimento, ma ha il dovere morale di proteggere chi ha davvero una prospettiva e rischia di perdersi per motivi di portafoglio.

Ma anche con criteri di reddito, la verità è che chi arriva in alto ha quasi sempre alle spalle una famiglia che sa muoversi nel sistema.
È vero, ed è sempre stato così, anche prima che si parlasse di crisi. Il contributo economico, per quanto mirato, difficilmente cambia da solo questa realtà. Bisogna insegnare alle famiglie e agli sci club come gestire le risorse che già hanno, prima ancora di aggiungerne di nuove. Il denaro senza competenza si disperde comunque.

Dodici o tredici anni: gare a raffica, giornate di sci estivo ad agosto. Siamo sicuri che sia la strada giusta per crescere degli atleti?
È una domanda enorme e il dramma è che in Federazione non se ne parla forse abbastanza. Io vorrei vedere dei dati scientifici, non le impressioni da parterre o i racconti da bar. Quanti giorni scia davvero un ragazzino di dodici anni? Quante gare fa in quattro mesi? Quanti infortuni alle ginocchia si porta dietro a diciotto anni? E soprattutto: quanti di quelli che stravincevano a tredici anni arrivano ad indossare una tuta azzurra a venti? Bisogna creare una struttura d’analisi giovanile permanente. I dati ci sono già tutti, solo che sono sparsi in mille computer. Vanno messi in fila e letti con lucidità.

Quando parla di dati scientifici, intende i risultati delle gare?
No, e qui mi correggo da solo: il dato scientifico non è il risultato di una gara. È la qualità dell’organizzazione, pianificazione e periodizzazione del lavoro quotidiano. Un sistema che guarda solo ai risultati finisce per dare ragione proprio agli sci club che spremono i ragazzi pur di vincere presto, premiando la quantità dei risultati invece della qualità del percorso costruito attorno all’atleta.

Sta proponendo un libretto d’istruzioni rigido per allenare gli sciatori?
Più una carta stradale che un libretto d’istruzioni. L’allenatore deve fare l’allenatore e il ragazzo deve fare il ragazzo. Ma sapere con certezza scientifica che a dodici anni servono obiettivi fisici e mentali completamente diversi rispetto a sedici o vent’anni significa applicare il buonsenso alla crescita dei nostri figli.

E cosa ne facciamo delle società che sfornano baby campioni a dodici anni e poi li perdono per strada a sedici?
Lì va cambiato radicalmente il metro di giudizio e di premialità della Federazione. Una medaglia giovanile ai Cuccioli fotografa un giorno di grazia o uno sviluppo fisico precoce. Un percorso di otto o dieci anni fotografa un lavoro di alta qualità. Io vorrei introdurre un indice di valutazione delle società che pesi soprattutto la continuità: quanti ragazzi continuano a gareggiare, quanti approdano ai Comitati regionali, quanti arrivano alle squadre nazionali. Una società con pochi ori a dodici anni ma con molti ragazzi ancora in pista a diciannove merita un riconoscimento e un sostegno economico maggiore per la bontà del percorso che ha costruito.

Sedici, diciassette, diciotto anni: è la zona grigia dove si consuma la strage dei talenti. Troppo grandi per essere promesse, troppo giovani per essere già arrivati.
È esattamente lì che investirei la quota maggiore delle nostre risorse. A quell’età la famiglia ha già pagato dieci anni di conto salatissimo e proprio in quel momento spesso si molla, per progressiva prostrazione economica più che per mancanza di passione. Bisogna garantire due o tre anni di sostegno vero, preparazione atletica di alto livello, coperture mediche, fisioterapisti, tutor dedicati, per un gruppo selezionato di ottanta o cento atleti l’anno scelti su parametri rigidissimi. Ognuno deve sapere esattamente perché è dentro e cosa deve dimostrare sul campo per restarci.

E se l’atleta si rompe un legamento proprio mentre si trova in quel percorso?
Lì la Federazione deve dimostrare di avere un’anima. Diciannove anni, dieci anni di sacrifici sullo sci, un infortunio grave che ti toglie un’intera stagione: se in quel momento il sistema ti scarica e ti toglie il sostegno, sei fuori dallo sport nel momento peggiore della tua vita. Serve una garanzia di continuità: riabilitazione a carico della federazione, un tutor medico e la certezza di rimanere all’interno del progetto finché non sei guarito e in grado di rimettere i pettorali.

E per chi scopre che non tornerà più a correre ai massimi livelli?
Quindici anni passati dentro il mondo dello sci agonistico sono un patrimonio immenso di competenze, non uno scarto da rottamare. Un ragazzo che ha vissuto lo sci dall’interno conosce le piste, la fatica, la preparazione dei materiali, la psicologia della gara. Può diventare un grandissimo allenatore, uno skiman di alto livello, un video analyst, un dirigente di club. Dobbiamo creare percorsi di formazione professionale veri, strutturati e riconosciuti, che inizino già negli ultimi anni di attività agonistica per accompagnare il passaggio verso una nuova carriera nel mondo dello sport.

Adesso però mi tocca chiederle riguardo ai soldi. Tra aiuti alle società, sostegni alle famiglie, analisi dati, tutele per gli infortuni e formazione, stiamo parlando di una lista lunghissima. La FISI diventa un bancomat?
Prima di parlare di nuove risorse, riconosciamo una cosa doverosa: quello che la FISI raccoglie oggi dal mercato è quasi un piccolo miracolo. Abbiamo sponsor storici importanti, una grandissima esposizione televisiva, atleti che vanno in prima serata ed un medagliere olimpico formidabile. La sponsorizzazione classica, il marchio sulla tuta del campione e la visibilità che ne consegue, è un prodotto commerciale che funziona già benissimo.

Doveroso applauso. Ma la domanda resta: le risorse aggiuntive da dove saltano fuori?
La FISI oggi fattura circa cinquanta milioni di euro l’anno. Il mio obiettivo è portarla a settanta milioni. I venti milioni di margine in più li costruisco attraverso partnership più lunghe, progetti sul territorio e aziende che oggi non si sognerebbero mai di investire nello sci.

Cosa si può offrire di più a un’azienda che oggi mette i soldi nello sport?
Gli si offre una comunità intera, un asset che il singolo campione da solo non potrà mai garantire. Il campione ti dà trenta secondi di spot o il logo in televisione durante la gara. La Federazione possiede e gestisce una comunità di centomila persone che sciano, viaggiano, consumano, comprano attrezzatura e vivono la montagna per cinque mesi all’anno. Su quel bacino di utenza possiamo costruire accordi commerciali che per un’azienda valgono dieci volte più di un semplice cartellone pubblicitario.

Mi faccia un esempio concreto, non una teoria di marketing.
Un’azienda importante decide di finanziare per quattro anni un piano nazionale per i giovani. Entra dentro una storia reale che dura dodici mesi all’anno: quante società vengono coinvolte, quanti ragazzi partecipano, quanta sicurezza in montagna viene insegnata. Alla fine dell’anno quell’azienda ha contenuti forti da raccontare ai propri clienti e la Federazione ha i soldi per pagare le attività dei club.

Quindi lo sponsor smette di comprare solo visibilità TV?
Compra anche quella, ci mancherebbe. Ma entra a far parte di un progetto che dura tutto l’anno. Crescita dei giovani, sicurezza sulle piste, sostenibilità della montagna: un progetto vero con metriche misurabili. A quel punto l’azienda ha un ritorno d’immagine profondo e io ho i bilanci coperti.

E come dimostra a un amministratore delegato che quei soldi sono stati spesi bene?
Cambiando i sistemi di misurazione. Se l’azienda cerca contatti commerciali, creiamo eventi che li generino e li tracciamo. Se cerca reputazione sui social, misuriamo l’ingaggio dei contenuti. Se cerca presenza locale, verifichiamo quanti sci club ha toccato il progetto. Ogni singolo euro importante versato in Federazione deve avere un sistema trasparente di verifica. Altrimenti parliamo delle solite marchette travestite da sponsorizzazioni.

Ma se un’azienda ha cinque milioni da investire, perché dovrebbe darli alla FISI invece di ingaggiare un campione affermato e farci uno spot globale?
Perché parliamo di due prodotti commerciali completamente diversi. Il campione vende un volto noto e un’emozione istantanea. Io vendo un intero popolo che vive di neve. Se un’azienda vuole parlare a quel mondo in modo capillare e continuativo, solo l’istituzione federale può aprirgli le porte.

Venti milioni di aumento di fatturato in quanto tempo?
In cinque anni. È una crescita progressiva, costruita contratto su contratto, aumentando il valore di quello che offriamo.

Il mandato presidenziale dura quattro anni. Se ne concede uno in più da solo?
Così mi garantisco la rielezione, no? Scherzi a parte, quattro o cinque anni sono l’orizzonte temporale minimo per vedere l’impatto di riforme strutturali. Se poi qualcuno ha la ricetta magica per trovare venti milioni in ventiquattro mesi, gli offro volentieri da bere e gli lascio la poltrona.

E se alla fine del mandato il bilancio si ferma a sessanta milioni anziché settanta?
Guardo cosa abbiamo costruito sul campo. Se le società sportive sono più solide, se le famiglie pagano meno e il movimento è cresciuto, so esattamente dove si sono incagliati i dieci milioni mancanti e continuo a lavorare. Se invece scopro che la visione era sbagliata, sono il primo a fare le valigie e a fare spazio a qualcun altro.

E se invece cala a quaranta?
Mi alzo dalla sedia e mi do all’ippica

Parliamo di comunicazione: la FISI oggi racconta molto bene gare, tempi, medaglie e convocazioni. È sufficiente?
È pochissimo ed è un errore clamoroso. La Federazione deve raccontare tutto quello che succede attorno alle gare. Il ragazzo del Comitato regionale che fa le ripetute ad agosto sotto la pioggia, l’allenatore di provincia che carica i pulmini alle cinque del mattino, lo skiman che lavora al freddo senza telecamere. Una storia al mese, un flusso continuo di vita reale. Questo è il tipo di racconto che un’azienda vuole sposare per un anno intero.

Non rischia di fare concorrenza al lavoro dei giornali e dei giornalisti sportivi?
Ma figuriamoci. Il giornalista fa il suo mestiere con la sua autonomia ed è giusto che critichi quando serve. La Federazione deve produrre contenuti di qualità per far conoscere la propria attività. Se noi produciamo materiale buono, diamo anche più strumenti a chi fa informazione vera per raccontare lo sport invernale.

Il giorno dopo la proclamazione, da dove partirebbe il suo lavoro?
Dalla macchina. Salgo in auto e vado a visitare le società sportive nei Comitati regionali, partendo da quelli più piccoli e isolati. Il grande progetto federale vive o muore lì, tra chi apre le piste alle sette del mattino e chi sbrina i vetri dei pulmini.

Soldi a destra e a sinistra, quanto c’è di spot elettorale in quello che mi ha detto?
Qualcosina c’è ma non nel senso che crede lei. Tutto quello che le ho raccontato deve essere condiviso e sviluppato con le competenze dei consiglieri e con le risorse della Federazione. Nessuno ha la bacchetta magica in tasca. Almeno, io non ce l’ho. E se qualcuno mi dimostra che alcune mie proposte sono irrealizzabili faccio certamente un passo indietro ma cerco nuove soluzioni. Non lascio andare tutto così.

Le devo fare la domanda più scorretta della serata, ma d’altra parte sono qua per questo: non le ho chiesto come si chiama.
Lo sapevo che prima o poi mi avrebbe incastrato. Se vuole la verità, per questa domanda non ho ancora una proposta pronta da mettere a verbale. Non ce l’ho un nome, d’altra parte un candidato che risponde con proposte concrete invece che con una serie di slogan è una rarità? Però le do un indizio: “Io sono la quarta candidatura, quella che nessuno ha mai depositato”.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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