La candidatura di Davide Carrara arriva quasi in punta di piedi, senza annunci particolari e soprattutto senza una squadra presidenziale alle spalle. Il suo nome compare fra quelli dei candidati al Consiglio federale e, per chi conosce il ruolo che ha ricoperto negli ultimi anni, la sorpresa è comprensibile: Carrara, responsabile del Gruppo Sportivo Carabinieri degli Sport Invernali, ha rappresentato i gruppi sportivi militari nel Consiglio FISI, una posizione che gli ha consentito di seguire direttamente le discussioni e le decisioni della Federazione, con la possibilità di osservare da vicino dinamiche che conosce già da anni attraverso il proprio lavoro nello sport.
Ora ha deciso di fare un passo avanti e candidarsi come consigliere laico, mettendo sul tavolo un’esperienza costruita soprattutto fuori dalle stanze delle riunioni, attraverso il rapporto quotidiano con gli atleti e i tecnici, con le società e con le tante persone che compongono il movimento. Il suo modo di raccontare questa scelta è molto concreto: conoscere lo sport significa anche esserci, frequentare le gare, parlare con chi lavora e con chi accompagna i ragazzi, raccogliere quelle informazioni che difficilmente arrivano attraverso una relazione scritta.
Da dove nasce la decisione di candidarti al Consiglio FISI?
«Negli ultimi quattro anni ho partecipato al Consiglio come rappresentante dei gruppi sportivi militari, con il ruolo di uditore. Ero seduto al tavolo, ascoltavo, seguivo le discussioni e vedevo come venivano affrontate le questioni. Il mio ruolo mi permetteva di osservare, senza la possibilità di votare. A un certo punto ho pensato di poter fare un passo ulteriore, perché sento di avere maturato competenze e conoscenze che potrebbero essere utili alla Federazione. Entrare in Consiglio con la possibilità di partecipare alle decisioni sarebbe quindi una naturale evoluzione di quello che ho fatto finora».
Nel tuo caso c’è anche una conoscenza molto diretta dell’ambiente sportivo. Quanto conta nel lavoro di un consigliere?
«Conta, conta moltissimo. Io vivo questo ambiente tutti i giorni e ho il contatto diretto con gli atleti, con i tecnici, con le società. Le persone ti raccontano quello che succede, ti spiegano le difficoltà, ti fanno conoscere situazioni che magari in una riunione arrivano soltanto in parte. È sul campo che capisci davvero come stanno le cose. Sono abituato a muovermi fra discipline diverse. Questa mattina, per esempio, ho parlato con il direttore agonistico del bob perché ci saranno i Campionati italiani, la settimana scorsa ero a un’altra manifestazione. È una parte del mio lavoro e credo che possa essere utile anche dentro il Consiglio».
Quindi la conoscenza della Federazione deve andare oltre lo sci alpino.
«Sicuramente. Lo sci alpino ha una visibilità enorme e quando arrivano i grandi risultati, penso a Brignone o Goggia, l’attenzione degli sponsor cresce e questo permette alla Federazione di avere risorse da destinare anche alle altre discipline. Proprio per questo chi siede in Consiglio deve avere una conoscenza ampia della Federazione. Se devi stare accanto al presidente e contribuire alle decisioni, devi sapere di cosa si sta parlando. Io ho avuto la fortuna di vivere tanti sport e di conoscere realtà molto diverse fra loro, quindi, penso che questa esperienza possa essere utile».
Uno dei temi più delicati riguarda le convocazioni e le scelte per le squadre nazionali.
«Sì, perché una decisione tecnica può incidere moltissimo sulla carriera di un atleta. Penso alle convocazioni per i Mondiali o all’inserimento in una squadra nazionale: dietro quella scelta ci sono anni di lavoro, il club, il comitato, gli allenatori, le famiglie che hanno investito, gli sponsor e tutto quello che accompagna il percorso di un atleta. Il ranking e i punti contano molto, ma fotografano solo una parte della situazione. Nei casi controversi, secondo me, sarebbe utile avere anche un confronto con persone competenti che possano esaminare la situazione nel suo insieme e fornire elementi a chi deve decidere. Una scelta può essere corretta oppure può esserci un errore, e avere qualcuno che aiuti a verificare tutti gli aspetti può servire anche a tutelare l’atleta».
Dal punto di vista dei giovani, invece, dove vedi le difficoltà maggiori nel passaggio dall’attività giovanile alla squadra nazionale?
«È un argomento enorme, perché riguarda anche il cambiamento della società. Parlando con gli allenatori e con le diverse scuole giovanili emerge chiaramente quanto siano cambiate le condizioni rispetto al passato. I ragazzi di oggi vivono lo sport in maniera diversa e bisogna riuscire a comprenderne le esigenze. È un tema che meriterebbe una discussione molto più ampia, perché dietro la crescita di un atleta ci sono aspetti sportivi e una realtà sociale che cambia, alla quale bisogna saper rispondere».
E sul piano delle opportunità offerte agli atleti, come giudichi il lavoro della Federazione?
«Secondo me la Federazione ha lavorato bene. Negli ultimi anni agli atleti sono state date molte possibilità. Penso alle trasferte in Argentina: una volta partiva soltanto una squadra, oggi queste esperienze vengono offerte a un numero maggiore di atleti. La Federazione è cresciuta anche nella capacità di investire sul movimento. Ogni atleta può avere una situazione particolare, il quadro generale racconta comunque un lavoro positivo».
Hai seguito da vicino anche il rapporto fra gruppi sportivi militari e Federazione. Come lo hai trovato?
«Negli anni è migliorato. Con Flavio Roda ho avuto un buon rapporto e anche con gli altri gruppi sportivi c’è stata collaborazione. Le piccole questioni fanno parte della vita quotidiana. Nel complesso ho trovato sintonia. In una Federazione di queste dimensioni la collaborazione fra le diverse componenti è fondamentale».
Se guardi invece alla Federazione nel suo insieme, quale aspetto richiede maggiore attenzione?
«La presenza sui campi gara. Per me è fondamentale. E bisogna intendere il campo gara in senso ampio, perché la Federazione comprende tante discipline. Lo sci alpino ha una forza mediatica enorme. Dietro lavorano tutti gli altri sport, e meritano la stessa attenzione. Se una persona vuole rappresentare la Federazione deve conoscere quello che succede nelle diverse discipline. È difficile dare un consiglio su qualcosa che non si conosce».
Come immagini il rapporto fra il Consiglio e gli sci club?
«Serve un rapporto continuo con la base. Le decisioni prese a Milano devono arrivare alle società e, allo stesso tempo, quello che emerge dalle società deve poter tornare dentro la Federazione. La comunicazione ha quindi un ruolo importante e deve essere costante. Se dieci consiglieri fossero regolarmente presenti alle gare, nel giro di poco tempo il Consiglio avrebbe un patrimonio di informazioni molto più ampio. Ognuno potrebbe portare dentro la discussione quello che ha raccolto direttamente. È questo il modo per avere una Federazione collegata davvero alla propria base».
Nel percorso di un atleta entrano in gioco molte figure: Federazione, comitati, società, tecnici, gruppi sportivi e famiglia. Come si può rendere più efficace questo sistema?
«Le figure sono definite. Ci sono i responsabili dei settori e, a cascata, quelli dei diversi circuiti, dalla Coppa del Mondo alla Coppa Europa e via via agli altri livelli. Secondo me servirebbe un collegamento maggiore fra tutte queste realtà. Prendiamo il sistema Biathlon che permette agli atleti di salire e scendere fra i vari circuiti in base ai risultati: dalla Coppa Italia alla Coppa Europa fino alla Coppa del Mondo. È un meccanismo che offre possibilità e crea integrazione. Naturalmente ogni disciplina ha caratteristiche proprie e quindi le soluzioni vanno adattate, però quella direzione mi sembra interessante».
Tu frequenti anche altre Federazioni. Che cosa osservi guardando fuori dallo sci?
«Sono da anni anche nel tennis e ho avuto modo di conoscere realtà come l’atletica e il triathlon. Sono mondi diversi e proprio per questo possono offrire spunti. In alcune Federazioni si lavora molto sulla base, sull’attività che permette di costruire il movimento prima ancora di arrivare all’alto livello. Una partecipazione ampia può diventare anche il punto di partenza per creare atleti di vertice. Ogni sport ha una struttura propria, con soluzioni diverse da caso a caso. Guardarsi intorno, credo, fa comunque bene. A volte ci si abitua al modo in cui si è sempre lavorato, mentre vedere come altri affrontano gli stessi problemi può suggerire qualche idea».
Un atleta ha il suo percorso di formazione. Secondo te lo stesso principio dovrebbe valere per chi entra nel Consiglio?
«Sì. Una persona che viene eletta dovrebbe arrivare preparata. La Federazione è grande, articolata, e conoscere il suo funzionamento richiede tempo. Se impieghi i primi due anni del mandato per capire dove sei e come funziona il sistema, hai già perso una parte importante del lavoro. Il curriculum conta. Per me conta soprattutto la disponibilità. Puoi avere un curriculum sportivo molto forte, poi devi mettere quello che sai a disposizione della Federazione. È questo che fa la differenza».
In caso di elezione, hai già un settore che vorresti seguire?
«No. Io sono disponibile per la Federazione e sarà il presidente a decidere dove posso essere più utile. Se servirà seguire lo scialpinismo, seguirò quello. Se toccherà allo snowboard, andrò nello snowboard. Se ci sarà una gara di telemark, ci andrò volentieri. Anzi, se c’è uno sport che qualcun altro preferisce non seguire, per me va bene. Io ci vado. Ho sempre seguito discipline diverse e credo che un consigliere debba avere proprio questo atteggiamento».
Hai voluto chiarire pubblicamente di essere indipendente dai candidati alla presidenza.
«Sì, perché avevo visto circolare delle voci e alcuni collegamenti che non mi appartenevano. Io sono candidato in maniera autonoma. Ho rapporti personali con tante persone e ho lavorato bene con tutti. Antonio Noris mi ha detto che, pur sapendo della mia posizione, avrebbe portato avanti il mio nome perché mi considera una persona competente. Mi ha fatto piacere, naturalmente, però la mia candidatura rimane indipendente. So che in questo modo i voti bisogna conquistarli uno alla volta, però ho scelto questa strada perché è quella nella quale mi riconosco».
Hai insistito anche sul valore della competenza e sul ruolo del consigliere. Come lo immagini?
«Penso che il consigliere debba avere una propria dignità e la possibilità di portare dentro il Consiglio la propria esperienza. Il presidente deve avere accanto persone capaci di contribuire alle decisioni, ciascuna con le proprie conoscenze. I comitati hanno già i loro rappresentanti, quindi il consigliere nazionale deve avere una visione della Federazione nel suo complesso: persone al servizio dell’insieme, prima che dei singoli interessi territoriali».
Hai richiamato anche l’attenzione dei club sulle deleghe per l’assemblea.
«Le regole vanno conosciute bene. La delega deve essere nominativa e deve essere chiaro a chi viene affidata. Una delega in bianco può creare problemi e aprire la strada a contestazioni e ricorsi. I presidenti dei club devono sapere esattamente quello che stanno facendo. Poi ciascuno farà le proprie scelte. L’importante è che il procedimento sia chiaro e le regole rispettate».
La tua candidatura ha ricevuto anche reazioni positive dagli altri gruppi sportivi.
«Mi hanno chiamato in tanti, anche persone dalle quali sinceramente non me l’aspettavo. Mi hanno detto che avevo fatto bene a candidarmi e per me è stata una soddisfazione. Poi vedremo quello che succederà. Io sono contento anche di aver ricevuto queste attestazioni di stima».
Nel tuo ruolo precedente ti è capitato anche di dover spiegare agli atleti una decisione che magari non condividevano. Come ti comportavi?
«Andavo a verificare. Se una scelta era corretta, lo dicevo anche ai nostri atleti, anche se magari erano venuti a lamentarsi. Se invece l’errore era evidente, allora intervenivo. Credo che chi ricopre un ruolo federale debba ragionare nell’interesse generale. Se ogni componente difende soltanto il proprio gruppo, si finisce per creare problemi. Una Federazione grande ha già abbastanza complessità da gestire, quindi servono persone che aiutino a lavorare, non che aggiungano tensioni».
E la politica, dentro una Federazione, quale spazio dovrebbe avere?
«La politica sportiva esiste e naturalmente ci sono indirizzi e scelte da prendere. Io però vedo il presidente come la figura che deve guidare questo indirizzo. Il consigliere, invece, dovrebbe stare al suo fianco e aiutarlo attraverso la propria competenza. Questa è la mia visione: il presidente alla guida della Federazione e intorno a lui persone competenti, capaci di dare il proprio contributo».
E quindi, a tre settimane dal voto, che cosa porti con te dentro questa candidatura?
«La voglia di mettermi a disposizione. Io sono abituato a girare, a seguire le gare e a parlare con le persone. Questa è l’esperienza che posso portare. Il presidente deciderà dove posso essere più utile, e io risponderò presente: vicino o lontano, su una disciplina che conosco bene o su una che conosco meno. Mi sono candidato perché penso di poter dare qualcosa alla Federazione. Poi saranno i voti a decidere».
CHI È DAVIDE CARRARA
Comandante della Sezione Sport Invernali del Centro Sportivo Carabinieri di Selva Gardena. Maestro di sci alpino e telemark, allenatore FISI di sci alpino, dirigente sportivo di 2° grado FITP, fiduciario regionale TPRA Tennis e Padel, allenatore FIDAL di atletica leggera, allenatore FITRI di triathlon, giudice FITP di tennis, giudice FIDAL di atletica e cronometrista FICR. Formazione: laurea in Criminologia e laurea in Scienze Motorie.






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