Consiglio federale al bivio, Noris già in movimento, nuovi nomi all’orizzonte. Cinquant’anni fa comitati, sponsor e vicepresidenti giocavano una partita a scacchi chiusa da un sorpasso all’ultimo istante
Il Consiglio federale si riunirà a breve e Flavio Roda avrà davanti due strade. Restare in prorogatio fino al nuovo voto, con l’esecutivo chiamato a indire le elezioni “nell’immediatezza”, formula elastica priva di una scadenza precisa: la data potrebbe cadere tra gennaio e marzo oppure slittare ad aprile, a stagione chiusa. Oppure rassegnare le dimissioni: in quel caso arriverebbe un commissario, obbligato a convocare le urne entro novanta giorni. Sullo sfondo resta una regola di buon senso: chi vota deve poterlo fare. A gennaio però i tecnici vivono sui campi di gara.
Intanto Antonio Noris continua a muoversi. Riparte da un solido 35% e da un vantaggio prezioso: due mesi di campagna già alle spalle rispetto a chiunque decida di scendere in pista adesso. Un capitale di consensi e di contatti che il presidente dello Sci Club Zanetti Goggi lavora per allargare giorno dopo giorno.
Le elezioni federali hanno quasi sempre avuto una trama complicata.
Dietro una percentuale si muovono comitati regionali, sponsor, cordate, promesse di poltrone. Basta tornare alla primavera del 1976 per vederlo con chiarezza.
Aprile 1976, mancano due mesi scarsi all’assemblea generale. La Federazione è in piena fibrillazione. Il Comitato Alpi Centrali, che aveva portato alla presidenza Omero Vaghi, riceve un invito esplicito a cambiare cavallo. A chiederlo sono una parte degli altri quattordici comitati, affiancati da alcune industrie del Pool e da aziende esterne pronte a chiudere i rubinetti: le gare dell’Omino di Ferro erano costate 120 milioni con un’eco giudicata modesta.
Le Alpi Centrali rispondono con un ticket.
il loro presidente, Giuseppe Cellario, alla guida della FISI e l’avvocato Arrigo Gattai alla vicepresidenza, al posto dell’avvocato triestino Attilio Coen. Vaghi però resta in sella, chiede fiducia e si ricandida, gettando nell’imbarazzo il suo stesso comitato. Liquidare Coen si rivela complicato: oltre ai suoi elettori, lo sostengono gli uomini di un altro vicepresidente, Erich Demetz, che puntano direttamente su Gattai più che su Cellario. Cellario giudica impossibile lavorare con Coen, che a sua volta ha chiuso con Vaghi. Sullo sfondo si staglia il terzo vicepresidente, Pierluigi Cocconi, l’uomo che aveva portato allo sci i milioni della Parmalat, possibile arbitro dell’intera partita.
Cellario mette le mani avanti: meglio restare alla guida delle Alpi Centrali che salire alla presidenza circondato da consiglieri estranei alla sua fiducia, frutto di un “baratto politico”.
Un mese dopo, a Santa Margherita, arriva il colpo di scena. Cellario annuncia la propria disponibilità, attende il momento culminante e poi si sfila, consegnando agli elettori il suo ultimo progetto. Gattai diventa presidente, scavalcando proprio l’uomo che gli aveva tirato la volata. Cellario era lo stesso regista che a Riva del Garda aveva spinto Fabio Conci al posto di Oneglio e a Parma lo aveva fatto cadere a favore di Vaghi. Sponsor in pressing, vicepresidenti in guerra fredda, ticket costruiti e smontati nel giro di poche settimane: il voto finale raccontava appena l’ultima riga di una storia molto più lunga.
Il 2027 promette una trama altrettanto ricca. Diversi aspiranti sono pronti a uscire allo scoperto: alcuni in totale autonomia, altri con la benedizione di Roda, che resta pur sempre il presidente scelto da oltre metà degli sci club. Proprio quel 57,88% gli consegna un ruolo decisivo nella partita. Immaginiamo stia ragionando su un nome di fiducia capace di accompagnare la FISI senza scossoni, ma una figura in grado di unire tutti resta merce rara.
Tra le suggestioni affiora quella di Alberto Ghezze, tecnico ai tempi dell’Italjet, poi uomo macchina dei Mondiali di Cortina e soprattutto delle Olimpiadi di Milano Cortina, dove ha guidato il settore sportivo di tutte le discipline. Oggi è impegnato a costruire l’impianto tecnico dei paralimpici, appena entrati in Federazione. Un’ipotesi affascinante, forse lontanissima dai suoi pensieri. Ghezze appartiene alla razza di chi risolve problemi con le mani e con la testa, a proprio agio tra piste, cronometri e cantieri più che nelle stanze dove si contano i voti. Se la corsa dovesse trasformarsi in una battaglia politica, difficilmente lo vedremmo indossare l’elmetto. La risposta arriverà con le prossime settimane.
Il 1976 regala anche una lezione rassicurante. Il presidente uscito da quel groviglio di manovre guidò la FISI per undici anni, fino al 1987, per poi salire alla presidenza del CONI fino al 1993. I temi sul tavolo di allora suonano familiari: vivai, rapporti con l’industria, crisi di nordico, bob e slittino, uno sci del tempo libero con tre milioni di praticanti ancora organizzato in modo artigianale quando ormai era diventato un’industria. La stessa agenda attende il prossimo presidente con una sfilza di nodi in più.
Insomma, come sempre, dietro ogni voto si nasconde una partita. Le partite più combattute hanno spesso consegnato alla Federazione le sue stagioni migliori. Gli sci club lo sanno bene: dalle assemblee più dure la FISI è sempre ripartita.






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