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Il grazie a un Giovane atleta, fuori dai trenta ma dentro la storia

La sveglia suona alle cinque e quaranta. Buio pesto, meno otto fuori dai vetri, il cane di casa che si gira dall’altra parte nella cuccia in garage. Ti alzi al terzo squillo, sempre al terzo: il primo serve solo a spegnerlo e concedersi altri cinque minuti, bugia che ti racconti ogni mattina da quando avevi quattordici anni. Il corridoio profuma di caffè, tua madre lo prepara la sera prima e lo lascia sul fornello con il timer, gesto ripetuto migliaia di volte, tanto automatico da somigliare più ad amore silenzioso che ad abitudine.

Diciassette anni fa il primo passo su una pista, sci lunghi il doppio di te,

un maestro che ti reggeva per il colletto del piumino rosso, quello con la zip rotta, lo ricordi ancora. Vent’anni oggi. Categoria Giovani già alle spalle, casacca della squadra B addosso, e la strada percorsa fin qui somiglia a un film rivisto troppe volte per fartene ancora un’idea chiara.

La prima gara vera resta scolpita. Pettorale più pesante del piumino, sedici anni, pista di casa, i genitori appoggiati alla rete con le mani in tasca, freddo vero e nervoso puro mischiati insieme. Sei arrivato tra gli ultimi nella tua categoria. Punto. La sera, a tavola, tuo padre ha spinto il piatto verso di te, ha aspettato un momento, ha detto una frase sola: “Domani si riparte.” Macigno e carezza nella stessa mezza dozzina di parole. L’hai portata dentro per anni, e la porti ancora addosso come una seconda pelle.

Gli allenamenti disegnano una geography strana: ghiacciai a luglio con la maglietta fradicia sotto la tuta, palestre buie a novembre con la luce del neon che ronza, pullman notturni e il cuscino contro il finestrino, collo storto al risveglio, sempre. I muscoli bruciano dopo la seconda ora di squat. Le gambe tremano sull’ultima serie di balzi. Il fiato si spezza in salita, il preparatore atletico grida numeri che sembrano insulti e sono invece regali travestiti male. “Ancora dieci, ancora dieci“: diventa una preghiera laica, ripetuta ogni pomeriggio, sudore negli occhi, bruciore, quella specie di orgoglio testardo che tiene su la schiena proprio quando le gambe vorrebbero mollare.

Le trasferte si allungano come elastici tesi al massimo. Coppa Europa in Norvegia — tre voli, un pullman, la solita valigia identica a quella dell’anno prima, gli sci che pesano il doppio quando li carichi da solo alle quattro del mattino, con il parcheggio ancora vuoto e le luci al neon che sfrigolano. Il gruppo diventa famiglia allargata: la stanza d’albergo condivisa, il gel doccia in comune, le paure sussurrate prima dello start perché a voce alta portano sfortuna, dicono, superstizione a cui tutti si aggrappano con metà convinzione. L’allenatore ti abbraccia dopo un podio minore. Ti urla in faccia dopo un’uscita di pista evitabile. Energia identica, direzione opposta: sotto, resta sempre lo stesso affetto travestito da disciplina.

Poi arriva il giorno della prima convocazione in Coppa del Mondo. Una specie di lettera aspettata da una vita intera. Il telefono squilla mentre stai caricando l’auto per la palestra, il nome del direttore tecnico sul display, la voce che trema un poco mentre pronuncia il tuo nome tra i convocati. Chiami tua madre. La voce si spezza a metà frase, lei piange al telefono e tu ridi, ridi come un ragazzino, perché in fondo lo sei ancora, nonostante la tuta Azzurra da grande.

La gara vera arriva con il numero enorme cucito sulla schiena, gli occhi del mondo dello sci puntati sul cancelletto di partenza. Cuore a martellate, gambe di gelatina calda, lo speaker che annuncia il tuo nome in mezzo ad atleti guardati per anni solo in televisione, quelli con il poster in cameretta. Scendi, spingi, dai tutto quello che hai dentro, fino all’ultimo muscolo. Il cronometro segna un tempo che ti relega fuori dai trenta, lontano dalla zona sognata per mesi. Il rientro in hotel è silenzioso, occhi bassi, il pensiero incollato a un solo errore commesso a metà tracciato, un dettaglio piccolo diventato macigno nella testa.

Quella sera il telefono si riempie di messaggi. Tua sorella manda un cuore. Tuo padre scrive: “sei stato forte“, tre parole, sempre le stesse, quelle giuste. Il tecnico bussa alla porta della stanza, si siede sul letto accanto al tuo, resta zitto un minuto intero prima di parlare. Racconta della sua carriera, degli errori suoi, delle gare buttate via per un decimo di secondo, roba vecchia di trent’anni fa raccontata come fosse ieri. Chiude con una frase che ti resta dentro per i mesi a venire: “La prossima occasione arriva sempre. Basta restare pronti quando bussa.”

La settimana dopo torni in Coppa Europa. Categoria che sembra un passo indietro, invece è l’unico terreno solido su cui costruire il passo dopo. Vinci quella gara. Il podio più basso della carriera diventa, in termini di significato, il più alto di tutti. Piangi sul traguardo, lacrime mischiate alla neve sciolta sul viso, la squadra ti stringe in un cerchio compatto, urla che rimbombano nel vallone e rimbalzano tra le montagne intorno.

Il tuo pettorale porta un numero, questo è vero.

Centinaia di ragazzi indossano “casacche” identiche in giro per il mondo, caricano auto alle quattro del mattino, ascoltano allenatori che urlano “ancora dieci” su pendii diversi ma con lo stesso fiato corto. La statistica ti mette in fila insieme a loro, un nome tra tanti, una riga dentro una classifica infinita che pochi leggeranno fino in fondo. La vita che scegli, però, racconta una storia cucita addosso solo a te: quella cena precisa con tuo padre, quella telefonata precisa a tua madre, quel podio minore che sa di neve sciolta e lacrime salate, irripetibile.

Lo sci agonistico chiede rinunce pesanti quanto le vittorie. Feste saltate per un ritiro, compleanni festeggiati in videochiamata da una stanza anonima con la tappezzeria sempre uguale in ogni albergo del circuito, il fidanzato o la fidanzata che aspetta messaggi da fusi orari sballati, gli studi rimandati semestre dopo semestre, gli amici del liceo che si allontanano piano, un messaggio su due lasciato senza risposta. Rimetti gli scarponi comunque, ogni mattina. Carichi la macchina comunque. Affronti la salita ripetitiva degli allenamenti estivi sotto un sole che spacca l’asfalto, zaino in spalla, e stringi i denti perché la stagione vera arriva solo dopo, sempre dopo, puntuale unicamente al proprio calendario.

Il grazie, allora, non è il tributo romantico di un cronista.

È il debito di riconoscenza di un intero sistema. Se la montagna vive, se i motori degli impianti girano all’alba e i gatti delle nevi battono i pendii nel buio, è perché laggiù in fondo, all’inizio della catena di montaggio, c’è un ragazzo di vent’anni che stringe i ganci degli scarponi nel freddo. Senza quel sacrificio anonimo e ostinato, l’intera industria bianca semplicemente non reggerebbe. Crollerebbe la facciata, spegnendo la magia che fa muovere l’economia delle valli. Il tuo stringere i denti su un traguardo di periferia è il pilastro invisibile che tiene in piedi tutto il resto.

La strada davanti resta lunga, ripida, piena di curve cieche. Il sogno della Coppa del Mondo vera, quella con le luci accese e il pubblico che urla il tuo nome intero, cognome compreso, aspetta oltre la prossima stagione, forse oltre quella dopo ancora. Pazienza, verrebbe da dire, anche se la parola suona sempre stonata a vent’anni. La forza per affrontarla sta già dentro di te: costruita gara dopo gara, caduta dopo caduta, abbraccio dopo abbraccio con la squadra che ti tiene su nei momenti storti.

Perché a vent’anni la leggenda è un miraggio e la realtà ha spigoli vivi.

A volte, sul più bello, arriva un ginocchio che cede, una lamina che si aggancia dove non deve, un verdetto medico che cancella i piani. Passano i mesi, passano gli anni tra palestre di riabilitazione e tentativi ostinati, ma quel decimo di fluidità non torna più. Altre volte, semplicemente, il tassello della Coppa del Mondo non si incastra mai e il viaggio si interrompe prima delle grandi luci, come succede alla maggior parte dei ragazzi che dividono i tuoi stessi sogni.

Allora cosa rimane di tutto questo sudore versato all’alba? Rimane l’aver scavato dentro se stessi fino a trovare il fondo, rimane la coscienza nitida, che non si compra al mercato, di aver dato tutto, di aver guardato in faccia i propri limiti senza abbassare gli occhi. Rimane un uomo, o una donna, temprati dal ghiaccio. Ed è per questo che chi abita, vive e guadagna su questa montagna bianca ti deve qualcosa. Fosse anche solo un grazie silenzioso incrociandoti in funivia, o un piccolo sorriso di rispetto da parte di chi sa che il tuo sogno infranto ha nutrito la loro terra.

About the author

Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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