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Lazise, il giorno in cui l’Hero Rossignol è diventato vita vera

Trentasette gradi, asfalto che brucia sotto le scarpe, eppure tutti gli atleti restano concentrati sul campo, lontani dal fresco di un albergo. Lo splendido TH Resort di Lazise diventa per un giorno il cuore pulsante del mondo Rossignol, e il caldo torrido si trasforma in semplice dettaglio di cronaca, quasi una sfida in più da affrontare insieme.

Hero, For the love of race. Lo slogan nasce a tavolino,

frutto di un’idea  pensata per trasmettere un’emozione. Pian piano, però, l’etichetta da campagna marketing abbandona quell’effetto e lascia il posto a qualcosa di più vero: gli atleti si immergono in quel nome, lo abitano e il sacrificio quotidiano si traveste da piacere puro quando lo si compie per amore della gara. Allenarsi all’alba, rinunciare a una serata, rimettersi in piedi dopo un infortunio: gesti che restano fatica, certo, eppure si caricano di un significato capace di renderli leggeri. Quarant’anni di taccuini raccontano la stessa identica scena, scritta per atleti diventati leggenda in anni in cui la storia aspettava ancora di accadere.

La giornata di Lazise mette tutto questo sotto i riflettori, con una platea che mescola generazioni e ruoli in un’unica grande famiglia. Atleti di Coppa del Mondo, Coppa Europa e categoria Junior condividono il tavolo con una cinquantina di istruttori nazionali, abituati a maneggiare ogni giorno il “galletto” francese sulle nevi italiane. Al loro fianco, i dipendenti di Rossignol Italia, i responsabili dei punti vendita Rossignol Retail, custodi del marchio nel rapporto quotidiano con il pubblico e gli ski shop deputati al mondo racing.

Questo ha voluto Alessio Meda, country manager e geneal manager di Rossignol in Italia abilmente sostenuto da Simone Mancini, marketing manager e formidabile interprete non della “IA”, ma della “IU”, l’intelligenza umana! Entrambi spalleggiati dall’anima racing di Rossignol Italia Danilo Astegiano, in arte Dasty

Il microfono macina nomi e storie per ore,

restituendo voce a ogni atleta presente in sala. Rita Granruaz, 20 anni, Carabinieri, cresce ad Alta Badia, patria dei gigantisti, eppure scopre nella velocità la propria strada. Alessandra Di Sabatino, 18 anni, Fiamme Oro, arriva dal borgo medievale di Gagliano Aterno, in provincia dell’Aquila, 240 abitanti e festeggia l’ingresso in squadra C dopo l’intervento al crociato della primavera 2025. Vittoria Rossi, 18 anni, Fiamme Gialle, porta a Lazise la fama da specialista delle rimonte, abbinata a un percorso scolastico da incorniciare.

Ambra Pomaré, 21 anni, Fiamme Oro, arriva da Cortina d’Ampezzo con la fame di chi occupava il quarto posto della generale di Coppa Europa prima dello stop forzato per infortunio. Ora è di nuovo pronta. Laura Steinmair, 25 anni, atleta dell’Esercito, ricorda Zinal e Sestriere, prima vittoria e podio in Coppa Europa nello spazio di pochi giorni.

Gli atleti di Coppa Europa aggiungono spessore e numeri alla giornata

Pietro Broglio, 20 anni, Esercito, di Pré-Saint-Didier, conserva il ricordo dei primi punti in Coppa Europa a Orcières Merlette e l’impronta di sciatore tecnico eseendosi esibito da leader sulla Franco Berthod di la Thuile.

Leonardo Rigamonti, 22 anni, Fiamme Gialle, di Cesana, rivendica da sempre la polivalenza come cifra del vero sciatore, pur ritrovandosi oggi in squadra velocità.

Francesco Zucchini, 23 anni, Fiamme Gialle, di Como, racconta la rimonta da pettorale 64 fino all’undicesimo posto di Zinal.

Poi il consiglio al fratello Enrico a passare Rossignol: “Mi ha battuto alla prima gara e un po’ sono pentito!Matteo Bendotti, 24 anni, Fiamme Oro, di Presolana, innamorato pazzo dei Dynastar e un po’ anche del suo skateboard, lanciato verso una carriera che gli infortuni hanno fermato più di una volta. Andrea Bertoldini che si trova nella zona grigia, fuori squadra, ma ben protetto e seguito dalla famiglia dell’Esercito che gli offre la massima sicurezza.

Dalla B alla A con Sara Allemand, 25 anni, Carabinieri, di Bardonecchia, conferma il ritorno alla vittoria dopo l’infortunio, già a punti in Coppa del Mondo. Sara Thaler, 22 anni, Carabinieri, di Ortisei zona che sforna velociste senza soste.

Entrambe vivono in una delle squadre più forti al mondo, situazione ideale per poter crescere senza sottomettersi al peso della responsabilità.  Gregorio Bernardi, 22 anni, Fiamme Gialle, di Sestriere, enfant prodige 4 anni fa, poi i conti con un’evoluzione tecnico fisica che ancora non era pronta.

Mattia Casse, Federica Brignone, Giovanni Borsotti e Benjamin Alliod chiudono il cerchio della squadra più esperta, quella che apre poi la parte più intensa della serata con le proprie voci. Fuori dal mondo bianco, la giornata accoglie pure Noemi Bogiatto, ventenne torinese capace

di vincere il titolo mondiale Under 23 di duathlon nel 2025 e di conquistare un argento pesante ai Campionati Italiani Assoluti di Triathlon Medio sul lago di Bilancino a giugno 2026: la prova che lo spirito Hero attraversa pure altre discipline.

Il pomeriggio regala la parte più autentica

Otto squadre si formano per gioco e si lanciano in una sfida che parte dalla creatività: ogni gruppo inventa una bandiera capace di raccontare lo spirito che lega Rossignol, Dynastar e Lange. Da quel momento la competizione cambia registro a ogni manche: calci di rigore tirati con la grinta di una finale, partite di basket improvvisate, un originale cricket con un tracciato che sembra un superG, le freccette per allenare precisione e nervi, fino al gran finale del calcio balilla vivente, con gli atleti stessi trasformati in birilli umani da spostare lungo il campo.

Fino agli anni Novanta, le aziende del settore organizzavano con regolarità incontri simili, capaci di portare gli atleti in contesti lontani dalla neve e di costruire legami solidi al di fuori delle gare. Quella tradizione si interrompe a un certo punto, lasciando spazio quasi solo a comunicati e conferenze stampa formali. Lazise riporta in vita quella formula con merito, e la gioia sui volti dei ragazzi racconta meglio di ogni statistica il valore di un’operazione simile.

Capita così di vedere un giovane appena entrato in squadra C scambiare due parole con Federica Brignone con la stessa intensità con cui si racconterebbe uno dei giorni più belli della propria vita. Lo sguardo resta sospeso, l’emozione vera, lontana da ogni forma di recitazione. L’arrivo di Federica sul palco scatena una standing ovation che dura minuti interi: applausi che si rincorrono, cori spontanei, un calore capace di certificare quanto la sua storia parli a ogni generazione presente in sala.

“Vado avanti giorno per giorno: posso dire ancora poco su Ushuaia, perché la mia casa torna a essere il J Medical. Ci proviamo. Resta presto anche per sapere se riuscirò a dedicarmi alle tre discipline, ma ci proviamo lo stesso. Perché insisto e continuo a spingere? Si chiama adrenalina: la sento come l’unica cosa capace di farmi sentire davvero viva, ne ho bisogno. Vediamo se ce la facciamo. E poi c’è un fatto: tu mi dici che quella cosa resta fuori dalla mia portata? Anche con le tue ragioni, cascasse il mondo, ti dimostro il contrario!”

Lo skiman Sbardelotto racconta il retroscena con la voce di chi ha vissuto l’ansia da vicino: “Ora vi spiego quello che resta invisibile di Federica. Pochi giorni prima del SuperG andammo in Fassa per allenarci: la curva restava un miraggio, tornammo a Cortina col morale sotto i tacchi. Contemporaneamente la FISI chiamò Roberta Melesi, scelta che fece scattare una molla nella sua testa. Il giorno prima della gara zoppicava quasi, ma la situazione migliorava: qualche discesa riuscì a completarla. Il giorno della gara fece solo due giri. Mi impressionò. Dissi allo staff: ragazzi, occhio, perché la Fede oggi fa medaglia. Il resto lo conoscete...”

Il racconto si allarga anche a chi porta sulle spalle stagioni e titoli pesanti. Giovanni Borsotti ripensa al suo tricolore di gigante con parole misurate: “Quel titolo italiano ha un valore che va oltre la medaglia. La stagione partiva bene, poi l’ennesimo infortunio e di nuovo la rincorsa per recuperare ritmo gara e risultato. Momenti di sconforto ne ho vissuti tanti, ma alla fine prevale sempre l’istinto, la forza di volontà mista a orgoglio. Sento il percorso ancora aperto, e la possibilità di un podio in Coppa del Mondo resta viva.”

Mattia Casse, alla diciottesima stagione, regala probabilmente la riflessione più piena della giornata sul rapporto fra generazioni: “Cosa penso dei giovani che entrano in squadra? Primo, che restino sempre un passo indietro a me! Poi esiste un rapporto fra noi che sfocia nel tecnico e nella gestione della vita agonistica. Resta da vedere se siamo un esempio per i più giovani, ma sai che ti guardano, e allora un po’ di responsabilità la senti e te la assumi volentieri.” Poi prende il microfono per ringraziare Rossignol: “Il rapporto va oltre quello di un semplice fornitore. Ringrazio l’azienda per l’attenzione che riserva agli atleti. Con me si è aperto un legame splendido, che risulta fondamentale. Alla diciottesima stagione tutto potrebbe somigliare a se stesso, eppure ogni volta si riparte da capo: quella pista che dovresti conoscere come le tue tasche, la affronti sempre in modo diverso. La formula di Coppa è quella giusta? Probabilmente esistono margini di miglioramento, ma ci vorrebbe una giornata intera per discuterne. Una FIS più attenta alla voce degli atleti sarebbe già un bel punto di partenza.

Benjamin Alliod racconta invece la crescita lenta e solida di chi costruisce mattone su mattone: “Quel quinto posto di Crans Montana mi ha fatto capire tante cose: la risposta che aspettavo sulla mia crescita in termini di fiducia. Tutta la stagione, in fondo, va bene. Resto lontano dal fenomeno Franzoni, capace di esplosioni improvvise, il mio passo procede un gradino alla volta. L’importante è che questo trend continui a lungo.”

All’appello mancava solo Giovanni Franzoni impegnato a Tione in un raduno atletico. Ma c’era Riccardo Coriani, il suo skiman che ci riporta al gate di partenza della Streif: “Il fatto che il 50% di un risultato è dello skiman è un po’ una leggenda. In pista ci va l’atleta, lo skiman è solo un pezzo del puzzle che costruisce la vittoria. Quel giorno? Gli dissi, se hai intenzione di vincere ti do lo sci giusto. Cosa intendi fare? Vincere. Eccoti lo sci!”

Per chi varca oggi quella soglia, resta valida una certezza raccolta in quarant’anni di taccuini: il talento si rivela subito, il campione si rivela dopo, nel tratto in cui i risultati restano lontani e la fiducia in sé stessi diventa l’unica vera palestra. Lo stesso tratto attraversato dai Tomba, Zurbriggen, Maier…  prima di trasformarsi in leggenda.

A fine giornata resta la sensazione di un cerchio che si chiude e insieme si riapre. Quello slogan nato per una campagna pubblicitaria trova finalmente gambe, sci e sudore veri sotto di sé. Per chi porta già la maglia azzurra cucita addosso da anni — Brignone, Casse, Borsotti, Alliod — quel nome resta una conferma più che una promessa. La fotografia di un sacrificio trasformato in scelta mille volte, gara dopo gara, stagione dopo stagione.

Per i più giovani della platea, da Granruaz a Castlunger, da Broglio a Thaler, vale invece la promessa ancora intatta. Quella che attende soltanto di essere scritta riga dopo riga, esattamente come accadde un tempo per un Tomba quando era ancora acerbo. Un po’ Eroi, in fondo, lo sono già adesso.

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Marco Di Marco

Nasce a Milano tre anni addietro il primo numero di Sciare (1 dicembre 1966). A sette anni il padre Massimo (fondatore di Sciare) lo porta a vedere i Campionati Italiani di sci alpino. C’era tutta la Valanga Azzurra. Torna a casa e decide che non c’è niente di più bello dello sci. A 14 anni fa il fattorino per la redazione, a 16 si occupa di una rubrica dedicata agli adesivi, a 19 entra in redazione, a 21 fa lo slalom tra l’attrezzatura e la Coppa del Mondo. Nel 1987 inventa la Guida Tecnica all’Acquisto, nel 1988 la rivista OnBoard di snowboard. Nel 1997 crea il sito www.sciaremag.it, nel 1998 assieme a Giulio Rossi dà vita alla Fis Carving Cup. Dopo 8 Mondiali e 5 Olimpiadi, nel 2001 diventa Direttore della Rivista, ruolo che riveste anche oggi. Il Collegio dei maestri di sci del Veneto lo ha nominato Maestro di Sci ad Honorem (ottobre ’23).

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