Sessant’anni portati con la curiosità di un ragazzino. Jacopo Koch gareggia ancora, come quando seguiva il padre, atleta e protagonista dello sci del dopoguerra, sulle piste dove tutto è cominciato. Nato a Taranto, cresciuto a Roma, radici tirolesi da una parte e una madre milanese dall’altra, la sua vita professionale ha preso un’altra strada: è ingegnere, manager e imprenditore, oggi CEO di PHD Lifescience, azienda che opera nell’healthcare.
Trent’anni di scrivanie e mercati da un lato, una vita intera di montagna dall’altro, e da dieci anni il ritorno ai cancelletti di partenza. Due cappelli che Koch mette in dote alla candidatura a consigliere federale in quota atleti: l’imprenditore avvezzo a governare organizzazioni complesse e l’atleta che le gare le frequenta ancora. Per lui è il primo giro dentro la governance sportiva, con una domanda in tasca: che cosa può fare la FISI per accompagnare meglio l’atleta, il club e l’universo che gli ruota attorno?
Jacopo, perché hai deciso di candidarti?
Mi ci ha portato la somma di quello che sono. Sono un appassionato come tanti altri tra gli oltre 80.000 tesserati FISI, ho una famiglia che arriva dal Tirolo, una formazione da ingegnere, trent’anni di esperienza nel management e nell’imprenditoria e, da una decina d’anni, sono tornato a fare gare. Da qui ho cominciato a guardare l’ecosistema FISI anche con l’occhio del professionista. Oggi metto sul tavolo cinquant’anni di montagna e di passione per lo sci, trent’anni di carriera professionale e la vena agonistica mai sopita.
Ti candidi con qualcuno?
Come detto è da un po’ di tempo che mi chiedevo come sarebbe stato possibile dare un contributo per evolvere e migliorare ciò che FISI rappresenta per noi, atleti ed appassionati. Sono venuto in contatto con il team di Antonio Noris quasi per caso, dove ho incontrato anche Stefano Maldifassi, che avevo conosciuto 4 anni fa seguendo la campagna dell’amico Alessandro Falez, e ne avevo apprezzato la competenza, la visione, l’organizzazione e il modo di fare sistema e squadra. Ho ritrovato questi principi nella candidatura di Antonio che ha saputo aggregare un team affiatato, competente, ricco di esperienze diverse e complementari fra loro. Tutti assieme abbiamo costruito una visione ed un progetto per FISI, confluiti nel programma che abbiamo scritto insieme nelle settimane estive. È quindi una candidatura diffusa, partecipata, e per me questo è un elemento importante. Le nostre discipline sono individuali ma lo spirito di squadra ritengo sia vincente.

Com’è nato il tuo rapporto con lo sci?
Papà era un fanatico. Nel dopoguerra era rientrato dall’estero, dove aveva vissuto quegli anni in un paese di montagna, perché mio nonno faceva l’ambasciatore. Sugli sci era un piccolo fenomeno e tornato subito dopo la guerra vinse i Campionati Italiani Centro-Sud al Terminillo.
La FISI lo chiamò per proporgli la nazionale. Allievo ufficiale in Marina, andò dal suo comandante e spiegò che desiderava rispondere alla convocazione. Il comandante gli disse: se vuoi sciare questo è il numero del colonnello degli Alpini, se invece ti senti marinaio il tuo posto è a bordo. E la carriera agonistica di mio padre si chiuse lì.
Lui continuò a sciare, trascinandoci in montagna, cominciò a gareggiare tra i Master, allora Veterani, e mi portò all’agonismo. Partii al suo inseguimento e feci anch’io le mie prime gare, sci due metri, pali in legno, maglioni imbottiti, ricognizione in salita. Tempi eroici.
Che cosa hai riscoperto tornando in gara?
Un pezzo di me che stava lì ad aspettarmi. La passione per la montagna e per la competizione era sempre accesa, ma tornando in gara ho cominciato a osservare il nostro sistema con occhi diversi.
Che cosa vedi oggi guardando la FISI con gli occhi dell’atleta e con quelli del professionista?
Ritengo che il Consigliere Atleta debba intanto partire dalla persona. Pensando a un atleta ci vengono in mente il curriculum sportivo, le gare di Coppa del Mondo, le vittorie, le medaglie. In realtà l’atleta è una persona: un ragazzo e, oltre che ragazzo, figlio, studente, fidanzato, magari marito o padre.
Il percorso della persona va accompagnato dall’agonismo, e l’agonismo dev’essere un compagno di viaggio che lascia spazio allo sviluppo della persona. Il lavoro futuro di questi ragazzi lo ignoriamo. Alcuni saranno atleti professionisti magari inquadrati nei corpi militari, ma abbiamo una certezza: per uno che arriva li, ce ne sono mille che avranno un futuro altrove, dove serviranno preparazione, competenze e professionalità. Oggi nel solo sci alpino ci sono circa 1.200 punteggiati Fis nati tra il 2006 e il 2009. I nostri giovani. 20 di loro saranno l’ossatura della Nazionale del futuro. E gli altri? Diventeranno tecnici, preparatori atletici, dirigenti sportivi, oppure approderanno a mestieri lontanissimi dal nostro mondo. Restringere il loro percorso formativo è un errore gravissimo. Da genitore, un delitto. Per questo ritengo prioritario il tema del dual career e la formazione professionale parallela al percorso agonistico dei ragazzi un capitolo che la FISI dovrebbe affrontare in maniera sistematica così riducendo il tasso di abbandono drammatico che avviene al passaggio senior privando il sistema di futuri campioni.
Il dual career esiste già. Quale pezzo manca?
Il progetto esiste ed è importante: 66 atenei convenzionati. Il problema è che l’hanno cucito addosso agli sport estivi, mentre gli sport invernali hanno una loro peculiarità. Ci alleniamo soprattutto al mattino, perché il tramonto chiude le piste, e gareggiamo d’inverno, esattamente mentre scuole e università fanno lezione. D’estate, invece, le lezioni vanno in vacanza. Quindi i criteri di flessibilità offerti vanno adattati alla nostra stagionalità.
Il progetto è sacrosanto e fantastico, ma va tarato sul nostro mondo, che vive condizioni diverse dalle altre Federazioni. Serve sedersi a un tavolo e creare le basi per permettere ai nostri ragazzi di attingere davvero a quelle risorse. Strutture e iniziative utilizzabili esistono, manca un ponte più solido con il nostro sistema.
Come dovrebbe essere coinvolto chi vive lo sci lontano dall’alto livello?
Intanto dovrebbe essere coinvolto! Oggi la figura dell’atleta dilettante manca negli sport invernali: l’atleta che pratica e gareggia magari dopo una carriera giovanile mirata all’alto livello. Oppure l’appassionato che vuole semplicemente vivere le discipline invernali come elemento di agonismo. Nel tennis abbiamo il signore che gioca nel proprio circolo e partecipa ai tornei delle varie categorie. Nel ciclismo abbiamo il cicloturista, che si iscrive alle competizioni amatoriali. Da noi una larga fascia di appassionati rischia di non trovare nel sistema un’offerta agonistica attraente.
Vale anche per i ragazzi. A 16, 17, 18 anni molti arrivano a un bivio: salgono verso l’alto livello oppure appendono gli sci al chiodo. Dobbiamo costruire un ecosistema che permetta a chi ama l’agonismo di praticarlo nelle diverse stagioni della vita. La FISI potrebbe aiutare i club a costruire attività con un raggio più largo dell’élite. I sodalizi avrebbero una ragione d’essere più ampia e coinvolgerebbero ragazzi, famiglie e appassionati.
Contiamo circa 80.000 tesserati. Se una fetta molto consistente vive fuori dal circuito dell’alto livello, tocca chiederci che cosa vogliamo fare per loro. Vela e golf hanno oltre 100.000 mila tesserati. 100.mila deve essere un obiettivo per la FISI!
Che cosa può portare in Consiglio un atleta come te?

Sono un atleta Master, altri hanno alle spalle carriere olimpiche e mondiali. Sono esperienze diverse ma ciò che conta in un organo di governo è il confronto di progetti e idee. Il punto forte è la varietà di esperienze dentro il consesso: la pluralità arricchisce un organo collegiale.
Gli aspetti tecnici dello sci e delle singole discipline li lascio a chi possiede competenze specifiche e sa raccontarli molto meglio di me. Ci sono molti candidati sia laici che tecnici che hanno esperienza agonistica rilevante. Io porto ciò che sono, frutto sia della mia esperienza professionale che della mia attività agonistica amatoriale che dura oramai da una vita.
Quale contributo porteresti con la tua esperienza professionale?
La soluzione più semplice: usare il Consiglio anche come strumento di indirizzo strategico e guida manageriale. Abbiamo un organo direttivo che può funzionare con un sistema di deleghe e competenze assegnate, con responsabilità e leve reali. Una leva può essere il budget, un’altra l’assegnazione di risorse, un’altra ancora la guida di un dipartimento o di un progetto.
Ogni consigliere dovrebbe avere deleghe specifiche, dichiarate e pubblicate, con responsabilità precise. Se sono un atleta e so che il responsabile di un certo progetto è il consigliere X, so a chi bussare, conosco il suo mandato, gli obiettivi che gli sono assegnati e soprattutto posso misurarne i risultati, per valutarne le capacità.
Parlo di sostanza: poteri concreti attribuiti ai singoli consiglieri, con responsabilità e strumenti per realizzare ciò che viene deciso. È un modo manageriale di usare un organo che già esiste. Ritengo però che il CF debba trasformarsi in uno strumento molto più efficace di indirizzo e governo della Federazione. Sono 3 anni che il Consigliere Atleta uomo eletto non è stato rimpiazzato in quanto divenuto incompatibile. Nel mondo reale questo creerebbe un vulnus ed un limite operativo. Il CF non può essere un parcheggio in attesa di incarichi.
Che cosa hai scoperto entrando in questa esperienza?
Il dialogo con le persone mi ha arricchito moltissimo. Abbiamo già fatto tanti incontri sul territorio, con decine di club, e ho registrato un interesse fortissimo ad ascoltare e a confrontarsi. Sono incontri aperti, dove ascolti la vita dei club, i problemi dei tecnici, degli allenatori e di chi vive ogni giorno questo mondo. La mia vita è stata solo in parte dentro gli sport invernali, quindi per me è stato prezioso andare sul territorio e parlare con chi la montagna la vive 365 giorni all’anno.
Qual è la cosa che ti ha preoccupato di più?
L’agonismo dei nostri ragazzi. I giovani fanno troppe gare. Se osserviamo i numeri dei ragazzi tra i 16 e i 20 anni impegnati in competizione, emerge un quadro che merita una riflessione molto seria. Mi ha colpito il confronto con altri Paesi. In Italia un numero elevatissimo di ragazzi fa gare FIS a quell’età, mentre Austria Svizzera e Norvegia ne schierano molti meno. Mi sono chiesto: perché i ragazzi dei Paesi che poi vincono le Coppe del Mondo, a quell’età, gareggiano meno e si allenano di più?
Che cosa cambieresti?
Il numero delle gare è un elemento. A preoccuparmi è l’efficacia di questo modello agonistico. Quest’anno festeggiamo dieci anni dall’ultimo slalom maschile italiano vinto in Coppa del Mondo, quindici dall’ultimo gigante maschile e vent’anni dall’ultimo slalom femminile. Nel frattempo, abbiamo un esercito di ragazzi impegnati in gara, più di ogni altra nazione al mondo!.
La domanda si impone: qualche ingranaggio del percorso che abbiamo costruito gira a vuoto? Rispondere in una riga sarebbe presuntuoso, però il tema va affrontato. Mi inquieta perché tocca da vicino il futuro dei nostri ragazzi. Abbiamo campioni, abbiamo talento, abbiamo tecnici capaci, abbiamo una grande tradizione. Dobbiamo chiederci se il sistema che accompagna i ragazzi verso l’alto livello sia davvero il più efficace.
Si aggancia al discorso su persona e formazione. Il ragazzo deve poter costruire il proprio percorso, anche sportivo, al riparo da un modello che lo schiaccia imponendogli di fare tutto e subito. Si torna al punto di partenza: bisogna riportare la persona atleta al centro.
Che cosa hai visto accadere ai club sul territorio?
Vedo con apprensione il calo del loro numero. Nel mio territorio, il Comitato Lazio, siamo passati da 52 club a 34 in quattro anni. Guardando i dati complessivi, alcuni club hanno chiuso e altri rischiano la stessa sorte perché faticano a raggiungere perfino il numero minimo di tesserati.
Mi preoccupa perché se i club muoiono, muore una parte della FISI. La FISI è l’insieme dei club. Possiamo decidere che la missione della Federazione sia esclusivamente produrre atleti di alto livello: in quel caso forse bastano 200 club e poche migliaia di tesserati. Mi domando se questa debba essere la missione complessiva della FISI.
A mio giudizio esiste anche una responsabilità verso il territorio, verso le comunità dove i club vivono. Un club che porta trenta ragazzi in montagna a gennaio organizza molto più di un’attività sportiva: crea una relazione con il territorio, con le famiglie e con la montagna. Dobbiamo lavorare insieme ai club per dare loro una prospettiva, aiutarli ad attirare persone, creare attività e far vivere la montagna. E magari da quella base salirà qualcuno a vincere le prossime medaglie olimpiche.
Quanto conta, allora, partecipare al voto?
Per me è un tema molto importante. Dieci anni fa i club aventi diritto al voto erano circa 1.200, l’anno scorso erano 1.070, quest’anno siamo a 914. Anche questo è un segnale sul quale vale la pena riflettere.
Il mio invito è molto semplice: andate a votare. Atleti e tecnici hanno il dovere di partecipare e di decidere il futuro della Federazione. Per alcune regioni significa alzarsi alle quattro del mattino, fare 6 ore di macchina per arrivare a Verona in tempo per votare, però il futuro della nostra Federazione non si può delegare agli altri. È il primo passo della democrazia: se voglio che qualcosa cambi, se voglio migliorare le cose, devo esserci. Il 10 ottobre servono un documento, una firma e una mattina da dedicare alla FISI. Una mattina ogni quattro anni non cambia la vita di nessuno. Andate a votare!
Prima di questa candidatura, come vivevi il rapporto con la FISI?
La FISI era presente, ma da atleta la percepivo soprattutto attraverso le gare, l’allenamento, il club e il territorio. Credo che il rapporto tra FISI, club e atleta debba entrare in una nuova fase. Il nostro obiettivo è farlo evolvere
Ti piace ancora sciare?
Sempre di più.
Perché?
Perché quando metto gli sci ai piedi torno a quel ragazzo che seguiva suo padre sulle piste. E quel ragazzo, dopo cinquant’anni, è ancora lì. E non si toglierà mai gli sci dai piedi.






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