Marcellino è il nome con cui lo chiamano tutti, nato da quella statura minuta che da ragazzo sembrava quasi accentuare la sua appartenenza al mondo dello sci giovanile. O a quello delle prime gare, dei viaggi all’alba, dei Topolino e dei Pinocchio. Dietro quel nome c’è una vita sulla neve, con gli occhi sempre puntati sul ragazzo che scendeva davanti a lui: una posizione da sistemare, una curva da rileggere, un errore da capire, una parola capace di restituire sicurezza. Da quelle giornate sono passati ragazzi diventati atleti, poi uomini, alcuni arrivati alle squadre nazionali e ai grandi palcoscenici dello sci.

All’Abetone, nel giorno dei suoi ottant’anni, gli amici hanno voluto raccogliersi attorno a una tavola che racconta una parte importante della sua storia. Paride Miglianti (91 anni!), con una fiammante maglia rossa, Ruggero Muzzarelli, per anni al suo fianco come tecnico del Comitato emiliano, Barbara Milani, 54 gare di Coppa del Mondo, Roberto Boselli, uno dei tanti giovani passati sotto la sua guida e oggi affermato allenatore, Stella Seghi, slalomista toscana e oggi gestore del locale dell’Abetone che ha ospitato la festa. Intorno a loro, tanti amici arrivati dalle diverse stagioni di una carriera lunga una vita. E poi ancora Luigi Quattrini gestore del Cimone per decenni, Andrea Formento, presidente di Federfuni. Alcuni atleti dell’Appennino come Enrico Nobili e Ivan Guazzetti.

«Non mi aspettavo che per il mio umile compleanno si scomodasse così tanta gente e tanti amici», ha detto Marchi, con quella semplicità che appartiene al suo modo di stare nello sci e di rapportarsi alle persone. La frase racconta bene il carattere dell’uomo, mentre il gruppo raccolto attorno a lui racconta il valore del tecnico.
IL “METODO” MARCELLINO
Marchi partiva dalle fondamenta. Il Topolino, il Pinocchio, le prime gare, le trasferte, il confronto con il cronometro, la scoperta progressiva delle proprie possibilità.

Il suo lavoro cominciava lì, molto prima delle squadre nazionali, con l’obiettivo di costruire basi tecniche solide e preparare i ragazzi al salto successivo.
Con Marcellino, Razzoli o Giuly, come lo chiama anche oggi, conquistò il topolino in slalom, Enrico Nobili si impose al Pinocchio e Ivan Guazzetti arrivò secondo in super g ai campionati italiani allievi. oggi tutti presenti alla festa!

La forza di Marcellino? L’osservazione. Marchi sapeva leggere l’errore. Individuava il dettaglio capace di compromettere una curva, una posizione, una linea, comprendeva quale correzione servisse e soprattutto sapeva trasferirla al ragazzo nel modo giusto. La sua attenzione arrivava poi alla parte più delicata dell’agonismo: la testa.
Un giovane atleta può possedere qualità fisiche, sensibilità e velocità naturale, il risultato nasce anche dalla convinzione con cui riesce a portarle sulla neve. Marchi aveva una particolare capacità di alimentare quella convinzione, di dare fiducia, di trovare la motivazione adatta alla persona che aveva davanti.

Marcellino non aveva individuato un vero e proprio metodo, ma anteponeva la persona alla tecnica. Correggeva senza togliere sicurezza, chiedeva di più senza incrinare l’autostima. O trasformava un errore in una possibilità di crescita. Ogni atleta aveva bisogno di una chiave diversa e lui possedeva la sensibilità per trovarla.
La storia di Giuliano Razzoli rappresenta forse l’esempio più limpido.
Il Razzo era un ragazzo dell’Appennino con qualità evidenti e un percorso ancora tutto da costruire. Marchi lo accompagnò nella crescita, dalle prime esperienze fino alla soglia delle squadre nazionali, costruendo attorno a lui un ambiente nel quale tecnica, fiducia e motivazione potevano procedere insieme.
In quella storia ebbe un ruolo importante anche Antonio Razzoli, padre di Giuliano. La sua scelta fu quella di proteggere il percorso costruito con Marchi, mantenendo il figlio sotto l’egida del suo allenatore. Una decisione che contribuì a conservare continuità al lavoro proprio negli anni in cui un giovane talento comincia a ricevere attenzioni, consigli e proposte da più parti.

Intense discussioni tecniche!
Marcellino aveva riconosciuto nel ragazzo qualcosa di importante: il gesto, l’attitudine, la possibilità di crescita. Aveva soprattutto compreso quanto fosse necessario alimentare la fiducia nei propri mezzi, perché un atleta potesse arrivare a esprimere tutto ciò che possedeva.
Il percorso avrebbe portato Razzoli fino a Vancouver, fino all’oro olimpico nello slalom. Dentro quella medaglia entrarono gli allenamenti, la tecnica, la famiglia, le persone incontrate lungo il cammino e una quantità enorme di lavoro. Dentro quella costruzione c’era anche la mano di Marcellino, fondato sulla capacità di far sentire un ragazzo pronto ad affrontare la curva successiva.

Da sinistra, Andrea Formento, Paride Miglianti, il Razzo e Luigi Quattrini
La stessa impronta si ritrova nel rapporto con gli altri atleti seguiti nel corso degli anni. Alessandro Fattori lavorò con Marchi e Ruggero Muzzarelli nel Comitato Appennino Emiliano, costruendo proprio in quella fase le basi del percorso che lo avrebbe portato alla grande velocità internazionale. Stessa cosa con Babi Milani, il Boso e tanti altri.
Per Marchi tutto partiva dai primi passi agonistici, dal Topolino e dal Pinocchio, dalla pazienza necessaria per correggere un errore e dalla capacità di accompagnare un ragazzo verso una maggiore sicurezza. Anno dopo anno, quelle basi dovevano portarlo pronto al passaggio nelle squadre nazionali.
La tavola dell’Abetone assume così un significato ancora più bello. Intorno a Marchi siedono persone appartenenti a momenti diversi della sua vita sportiva, uomini e donne con i quali ha condiviso piste, gare, trasferte, discussioni tecniche, vittorie e giornate difficili, legati da una passione capace di attraversare le generazioni.

Con Roberto Boselli “Boso” tra i promotori della festa
Per decenni Marcellino ha lavorato perché i suoi ragazzi imparassero a sentirsi forti, preparati, pronti a prendere la propria strada. Oggi quella fiducia gli torna indietro sotto forma di amicizia, riconoscenza e affetto, dentro una tavola che raccoglie persone e storie cresciute anche grazie al suo lavoro.
E allora torniamo a quella frase: «Non mi aspettavo che per il mio umile compleanno si scomodasse così tanta gente e tanti amici». Parole semplici che raccontano forse meglio di qualsiasi celebrazione il senso di questa giornata. Lui ha trascorso una vita a guardare avanti, verso il ragazzo da correggere, la curva da migliorare, la gara successiva, l’obiettivo da raggiungere. Oggi gli amici gli hanno chiesto, per qualche ora, di voltarsi e guardare quanta strada hanno percorso insieme.

Con Paride Miglianti e Barbara Milani
E per un allenatore forse il regalo più grande arriva proprio così: vedere i ragazzi diventati grandi, ritrovarli accanto a sé e scoprire che, dopo tanti anni, hanno ancora qualcosa da condividere.







Add Comment